venerdì, Ottobre 22

Dacca tra Corano e kalashnikov

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Dopo una notte passata a mietere vittime, le esecuzioni sono giunte al termine.
I terroristi, avendo una formazione militare di alto profilo, immaginano chiaramente che il momento migliore per attivare le forze speciali bengalesi sia al mattino presto, quando si è colti dal picco della stanchezza e, dunque, si è meno reattivi.
Altro aspetto del tutto inusuale è che i terroristi hanno tenuto canali di comunicazione aperti con le forze di sicurezza all’esterno, nessuna richiesta è stata però avanzata.
Come previsto da entrambe le parti, alle ore 7:40 il tenente colonnello Tuhin Mohammad Masud, comandante del Rapid Action Battalion, darà il via all’operazione per liberare gli ostaggi ed annientare la minaccia terroristica. Con oltre 200 uomini al seguito, si innesca un violento scambio di raffiche d’armi da fuoco, quasi tutti i terroristi vengono abbattuti e i tredici ostaggi superstiti liberati.
Il blitz è durato in tutto 13 minuti, dimostrando o la straordinaria efficienza delle forze speciali bengalesi oppure l’innato desiderio di martirio dei terroristi.
Appare strano a molti analisti come, nonostante la preparazione militare, non sia rimasto ferito nessun poliziotto o peggio appare insensato che non ci fosse un exit strategy che comprendesse un qualche ordigno esplosivo così da mietere vittime tra le forze dell’ordine.

Tralasciando l’analisi tattica dell’attentato si potrebbe porre l’attenzione sul perché lo Stato Islamico, già in durissima difficoltà in Medioriente, abbia dovuto porre in essere un’escalation di violenza proprio in Bangladesh.
Nel Paese, i due gruppi jihadisti principali Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh e Jund al-Tawheed wal Khilafah hanno giurato fedeltà ad Al Baghdadi rientrando a pieno titolo nel suo network del terrore.
Quello che appare più strano è proprio la capacità militare espressa in questo attacco, una conoscenza delle tecniche e dell’uso delle armi notevole e di cui non si conosceva l’efficienza.
A capo del network bengalese dello Stato Islamico troviamo un canadese di originario del Paese, il cui nome di battaglia è Shaykh Abu Ibrahim Al-Hanif.
Nella sua intervista, pubblicata in aprile sul mensile Dabiq, si denota una sfrontatezza inusuale, il nuovo emiro fa promesse che intende mantenere, si mostra forte e determinato ma soprattutto minaccioso. L’obiettivo sono gli infedeli di ogni tipo e nazionalità, punta il dito verso gli atei e coloro che sono senza religione, minaccia una vera epurazione degli empi dal Paese.
Il Bangladesh potrebbe divenire uno dei più ampi bacini di reclutamento fondamentalista con i suoi oltre 168 milioni di abitanti, di cui circa il 90 per cento musulmani con una forte radicalizzazione in atto.
Un segnale forte, che è stato anticipato da almeno una ventina di omicidi a vario titolo dal 2013 ad oggi.
Da quando sono cominciati gli omicidi di stranieri, intellettuali e membri di minoranze religiose in Bangladesh, il Governo ha sempre respinto l’ipotesi dell’esistenza sul territorio nazionale di cellule appartenenti allo Stato Islamico oppure di Al Qaida, movimento che spesso ha rivendicato i cruenti attentati. Il Ministero dell’Interno a Dacca ha sempre sostenuto che gli autori degli omicidi erano militanti fondamentalisti locali, analisi che oggi si rivela più che mai errata.

L’IS bengalese si è riorganizzato e mette piede sulla scena internazionale con una forza dirompente vista in rare occasioni. Forse, davanti ad oltre 20 morti, è giunto il momento, per il Governo, di mettere da parte le lacrime di rito e prendere seriamente provvedimenti per arginare l’estremizzazione delle popolazioni di fede musulmana.

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