martedì, Settembre 28

Dacca tra Corano e kalashnikov

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Dacca, si è ritrovata in poco più di 10 ore, annoverata tra alcune delle città più conosciute al mondo, lì dove la follia ha preso il posto della normalità per una notte.
Un commando armato, perfettamente addestrato e pronto ad uccidere, in un primo momento erroneamente scambiato per uno dei bracci armati di Al Qaeda, è penetrato nel quartiere blindato di Gulshan, dove vivono e sono scortati diplomatici, imprenditori stranieri ed influenti uomini bengalesi.
I terroristi, in un secondo momento identificati come miliziani dello Stato Islamico, hanno optato per il target più complesso ma altamente remunerativo: il ristorante Holey Artisan Bakery.
Nel quartiere si concentravano il maggior numero di occidentali, agli occhi dei terroristi semplici ‘infedeli’ meritevoli di una morte lenta e possibilmente dolorosa.
Psicologicamente la preparazione del commando è straordinaria, militarmente anche, è addestrato, si evince dall’efferatezza senza tentennamenti, traggono forza e disciplina dal Corano e dalla loro fede, totalmente cieca.
Le armi sono classiche, pistole, kalashnikov, bombe a mano, armi da taglio, il grido di battaglia sempre lo stesso ripetuto fino a convincersene ‘Allah è grande‘.
La tecnica militare usata per aprirsi un varco tra i civili è simile a quella utilizzata da forze militari regolari, una granata per stordire e disorientare poi l’irruzione e successivamente l’inizio degli spari contro chi cerca di scappare.
Negli altri attentanti, raramente si è vista questa tecnica, si è sempre preferito un approccio più rude all’obiettivo, con l’uso di kamikaze che mietevano la prima ondata di vittime ed il commando che si occupava dei secondi.
Questa volta, l’uso della granata come apripista sembra essere funzionale allo scopo successivo, cioè quello di interrogare e giustiziare gli infedeli presenti.

Oltre all’obiettivo scelto, di alto profilo, il momento è altrettanto simbolico, e ben si colloca nella strategia non solo militare. La cena dell’Iftar dell’ultimo venerdì di Ramadan è un momento importante, molti vanno a cena fuori, gli stranieri che lavorano nella città di Dacca escono e si mescolano tra la folla, un dettaglio da non sottovalutare se l’obiettivo è quello di fare una strage di infedeli.
Una volta fatta irruzione nell’hotel i terroristi, come prima azione, hanno bloccato le uscite impedendo la fuga ad un gruppo di almeno 35 persone. Senza adeguate capacità militari il commando di cinque uomini rischiava di essere sopraffatto dagli ostaggi, che, infatti, non sono riusciti ad avere la meglio sui terroristi.
Una volta asserragliati con gli ostaggi, la seconda fase dell’operazione ha avuto inizio portando a coprire le telecamere di sorveglianza con delle tovaglie di colore scuro.
Molti uomini addestrati alle tecniche militari dai gruppi terroristici, sono esasperati dalla segretezza e dall’occultamento delle loro tecniche, più si sa su come operano più è possibile correre ai ripari per le forze di Polizia.  Un concetto di cui si è fatto ampio uso nella lotta armata in Afghanistan ed Iraq, dove era preferibile far esplodere un intero arsenale, piuttosto che farlo cadere nelle mani dei nemici, così si potrebbe giustificare l’oscuramento delle telecamere.
Uno degli aspetti che rischia di venire meno è però la spettacolarizzazione dell’evento terroristico, alla base della strategia psicologica del terrore. L’organizzazione ha provveduto a riprendere personalmente, con video e foto, l’attacco in corso, per postarle in tempo reale sui social media, un gesto piuttosto banale, soprattutto nel concitato assedio, ma che lascia intendere quanto sia importante la propaganda, soprattutto ora che l’IS sta perdendo consensi.

Nella rivendicazione delle bandiere nere, arrivata, fulminea, sull’agenzia ufficiale ‘Aamaq‘, ancora prima che l’attacco fosse in dirittura d’arrivo, si legge di cinque «inghimasiyyn», gli uomini le forze speciali «inviati dietro le linee», che hanno agito dopo «un’accurata ricognizione». Una situazione inusuale che si discosta dalla normale prassi seguita dall’IS per prendersi il merito delle azioni, si potrebbero fare davvero molte analisi su questo cambio di rotta, ma sarebbero semplici congetture.
Mentre da qualche parte nel mondo si scrivevano comunicati stampa, la terza fase ha avuto inizio.
Il locale era ormai circondato e posto sotto assedio, il commando si preparava ad un asserragliamento che sarebbe durato diverse ore, cosa che, infatti, accadrà.
Il tempo è uno dei capisaldi di questa operazione, ha differenza delle altre a cui ci si è abituati che sono rapide e spesso inefficienti, si deve creare un sistema tra la strage ed il fanatismo religioso di cui si dovrà impregnare.
I 35 sequestrati vengono attentamente selezionati ed interrogati, la disparità di trattamento appare evidente fin da subito.
I musulmani vengono fatti mangiare e bere, sono messi in posti relativamente sicuri, mentre agli stranieri viene chiesto di recitare uno o due versetti del Corano. Una scena, quest’ultima, già tristemente nota da almeno dieci anni sul fronte afgano, dove si faceva una cernita complessa tra fedeli musulmani ed infedeli. Così come in Afghanistan, la sorte che tocca a coloro che non sanno recitare i versetti del libro sacro, era già scritta, sgozzati con lunghi coltelli oppure machete.
Per venti ostaggi, nove italiani, sette giapponesi, un americano, due bengalesi e un indiano, la condanna è simile a quella cui siamo abituati dai filmati divulgati dai media in questi due anni: fatti inginocchiare e decapitati. L’uso di armi da fuoco sarebbe stato più efficace e veloce, ma avrebbe perso di teatralità. Come si è detto, bisognava creare un filo conduttore che tenesse insieme il sistema tra l’attentato ed il fanatismo religioso, sparare e basta non sarebbe stato congeniale allo scopo.

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