giovedì, Dicembre 2

Da Verdun a Khojaly, una strage può favorire la pace Servirebbe un passo delle istituzioni armene. E, a quel punto, si potrebbe davvero iniziare un percorso di reale pacificazione, di collaborazione, di cooperazione ad ogni livello

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Khojaly come Verdun? Per il momento la possibilità di vedere un’immagine analoga a quella di Kohl e Mitterand insieme davanti al monumento ai caduti in una delle battaglie più cruente della Prima guerra mondiale, appare ancora lontana.

Però, man mano che i vari Paesi di ogni parte del mondo prendono coscienza della strage compiuta da forze regolari ed irregolari armene a Khojaly, nella notte tra il 25 ed il 26 febbraio del 1992, ai danni della popolazione azera in questo territorio del Nagorno Karabakh, le possibilità di una vera pacificazione paradossalmente aumentano.

Perché, ora che il Nagorno Karabakh è tornato sotto il controllo dell’Azerbaigian sono anche venute meno alcune delle ragioni di tensione, di rabbia, di frustrazione. Resta il ricordo della strage, con 613 civili massacrati, tra cui 63 bambini, 106 donne e 70 anziani. Massacrati in modo orrendo, tra torture, mutilazioni, vittime bruciate vive.

Inevitabile, dunque, il risentimento. Acuito dal fatto che i carnefici non sono mai stati puniti. E, per gli azerbaigiani, è difficile accontentarsi delle pur importanti condanne politiche ottenute da più parti. Dai parlamenti di alcuni Paesi europei, asiatici, americani, africani. Ma anche dalla Commissione europea e dalla Corte europea per i diritti dell’uomo.

Servirebbe un passo delle istituzioni armene. E, a quel punto, si potrebbe davvero iniziare un percorso di reale pacificazione, di collaborazione, di cooperazione ad ogni livello. Per trasformare il Nagorno Karabakh nel territorio di incontro e non di scontro. Mentre da quasi 30 anni la regione azera è stata contesa, e poi invasa ed occupata, dall’Armenia che rivendica il territorio in quanto abitato da una maggioranza di etnia armena. Una guerra che ha visto il coinvolgimento, seppur in modo indiretto, di Russia e Turchia. Ed ora, sul terreno, la situazione pare essersi normalizzata proprio perché Mosca ed Ankara non hanno alcuna voglia di mettere a rischio una difficile intesa raggiunta negli ultimi anni.

In fondo, se i protagonisti delle maggiori guerre europee – che hanno insanguinato il Vecchio Continente per oltre mille anni – hanno dato vita al principale asse di politica europea, riprendendo il sogno Carolingio, tutto è possibile anche tra Azerbaigian ed Armenia. Magari proprio con il sostegno delle potenze che hanno sostenuto i rispettivi eserciti e che ora auspicano una pace vera e duratura.

Senza dimenticare la possibilità di applicare al Nagorno Karabakh il modello italiano: quello utilizzato in Sud Tirolo/Alto Adige e che ha consentito non solo di garantire la convivenza sul territorio, ma anche ad Italia ed Austria di stabilire relazioni proficue per entrambi i Paesi. Un modello che, nel corso di un workshop del think tank ‘Il Nodo di Gordio’, era stato proposto proprio per risolvere le tensioni nella regione caucasica contesa.

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