martedì, Ottobre 26

Da Tiananmen alla rivoluzione degli ombrelli Gli studenti di Hong Kong, Macao e Taiwan si uniscono contro il Partito Comunista Cinese con l'appoggio di Wang Dan

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Hong Kong – Il 26 ottobre Wang Dan, veterano delle proteste studentesche di Piazza Tiananmen del 1989, ha scritto una lettera aperta agli studenti di Hong Kong, che sono ormai diventati i protagonisti della ´rivoluzione degli ombrelli´. Già il 22 settembre, gli studenti erano scesi in piazza, boicottando le lezioni, per chiedere al Governo centrale di Pechino che all’ex colonia britannica venisse concessa piena democrazia con suffragio universale ed elezioni dirette e trasparenti del Capo dell’Esecutivo. Gli scontri fra i giovani e le forze dell’ordine portarono ad una escalation che culminò il 28 settembre quando, a sorpresa, Benny Tai, il fondatore del movimento democratico  ´Occupy Central´, annunciò «l’inizio di una nuova era di disobbedienza civile». Egli chiese ai sostenitori del movimento democratico di recarsi nel distretto di Central, il cuore finanziario di Hong Kong, per paralizzare il traffico e occupare il centro cittadino in un atto estremo di protesta contro le politiche del Governo comunista.

A un mese dall’inizio delle proteste la situazione continua ad essere molto tesa. Ci sono stati scontri violenti fra la Polizia e i manifestanti, attacchi da parte di gruppi filopechinesi e membri di organizzazioni di carattere mafioso contro i sostenitori di ‘Occupy Central’, e azioni di sabotaggio contro Next Media, il gruppo editoriale di Jimmy Lai, un oppositore del regime comunista. Il  ‘Quotidiano del Popolo‘, organo di stampa del Governo di Pechino, ha definito Occupy Central una tirannia della minoranza, un movimento illegale e radicale che è «destinato a fallire».

In questo contesto, Wang Dan ha indirizzato il proprio messaggio agli studenti che, come egli stesso 25 anni fa, vogliono un Governo più trasparente e democratico, ma vengono osteggiati dal Partito Comunista che li vede come una minaccia al suo regime. Nella lettera, pubblicata dal quotidiano di Hong Kong ´Mingpao´, Wang Dan ha espresso la sua stima e la sua ammirazione per gli studenti sostenendo che, comunque vadano i finire le cose, essi hanno già ottenuto una grande vittoria. «L’entusiasmo che avete saputo suscitare nei cittadini», ha scritto, «l’attenzione internazionale che avete ricevuto, e soprattutto il desiderio di partecipazione dimostrato da un’intera generazione di giovani, sono per il futuro di Hong Kong e il suo sviluppo democratico ancora più importanti del suffragio universale».

L’enfasi posta da Wang Dan su ciò che gli studenti hanno già raggiunto funge da preludio all’avvertimento che costituisce la parte centrale e più importante del messaggio.  «Per quanto riguarda i vostri obiettivi e le vostre richieste concrete», ha scritto, «devo dire che non sono affatto ottimista. Forse Leung Chun-ying non potrebbe dimettersi anche se volesse. E’ possibile che il Partito Comunista sia deciso a respingere qualunque proposta di cambiamento del sistema elettorale. Anch’io, come voi, non posso prevedere in che modo si concluderà il vostro movimento. Ma, in quanto persona che ha una certa esperienza, voglio dirvi una cosa: preparatevi psicologicamente alla sconfitta e al modo in cui reagire alla sconfitta».

Wang Dan sa bene di cosa sta parlando. Nato a Pechino il 26 febbraio del 1969, alla fine degli anni ’80 egli divenne uno dei leader dei movimenti studenteschi che si battevano per riforme democratiche nello Stato comunista. Secondo quanto racconta Mike Chinoy, corrispondente della ‘CNN‘ che fu testimone degli eventi, nel suo libro ´China Live´, il 15 aprile del 1989 gli studenti delle università pechinesi scesero in piazza per onorare l’appena defunto leader comunista Hu Yaobang, che era diventato l’idolo dei giovani grazie alle sue idee liberali e filodemocratiche. Egli aveva dato il suo supporto e la sua protezione agli studenti durante le proteste dell’inverno del 1986-87, cosa che i conservatori nelle fila del PCC (Partito Comunista Cinese) non gli perdonarono. Egli fu  costretto a dimettersi da Segretario Generale del partito. Ma la sua memoria era viva nei cuori degli studenti che sognavano un sistema più trasparente e democratico.  «Lunga vita alla democrazia», «Lunga vita a Hu Yaobang», cantavano gli studenti in marcia verso Piazza Tiananmen nell’aprile del 1989, e uno striscione bianco con tre ideogrammi neri dichiarava che Hu Yaobang era «L’anima della Cina». In prima fila fra gli studenti vi erano tre volti che sarebbero ben presto diventati famosi in tutto il mondo, simboli dell’energia, delle speranze e del desiderio di rinnovamento del Paese: l’uiguro Wu’er Kaixi, la giovane Chai Ling, e l’allora ventenne Wang Dan.

Per diverse settimane sembrò che la Cina comunista fosse destinata a crollare come gli altri Stati del blocco sovietico, spazzata via dal vento di cambiamento di cui le migliaia di studenti e di simpatizzanti radunati a Piazza di Tiananmen, divenuta una vera e propria piazza del popolo, erano il simbolo. Il 24 aprile l’Unione Studentesca di Pechino, di cui Wang Dan era uno dei leader più importanti, lanciò un boicottaggio delle lezioni per costringere il Governo al dialogo.  Due giorni dopo, il ‘Quotidiano del Popolo‘ pubblicò un articolo in cui i movimenti studenteschi venivano duramente condannati. Il 27 aprile il Governo accettò di dialogare con gli studenti, ma la discussione non portò ad alcun risultato, e gli studenti in piazza la definirono una farsa. Delusi dal fallimento, i rappresentanti degli studenti si riunirono e redassero una lista di dodici punti. La delegazione, capeggiata da Wang Dan, si recò alla Grande Sala del Popolo per consegnare la petizione alle autorità. Ma Yuan Mu, il portavoce del Governo, rifiutò l’ultimatum degli studenti e dichiarò che essi erano «impegnati in una lotta politica contro i leader del Partito Comunista». Un compromesso fra le due parti era ormai impossibile. Fra i membri del politburo, solo Zhao Ziyang appoggiava gli studenti. In un discorso che fece infuriare Deng Xiaoping, Zhao disse che  «le richieste ragionevoli degli studenti devono essere stottoposte a procedimenti democratici e legali».

Nel maggio del 1989, Michail Gorbacev visitò la Cina, in quello che avrebbe dovuto essere un trionfo diplomatico personale per Deng Xiaoping. Invece, esso si trasformò in un incubo per il leader comunista. Poiché gli studenti occupavano Piazza Tiananmen, la cerimonia di benvenuto per Gorbacev fu spostata nel vecchio aeroporto di Pechino, e diverse delle attività previste in onore del capo supremo dell’Unione Sovietica vennero cancellate. Inoltre, gli studenti vedevano in Gorbacev un loro alleato e un modello per le riforme democratiche che volevano attuare. Fu forse proprio quest’ultima umiliazione a decidere il destino dei filodemocratici. Incoraggiati dal crescente supporto popolare, gli studenti ormai si erano impadroniti di Piazza Tiananmen e si rifiutavano di scendere a compromessi. Verso le cinque del mattino del 19 maggio Zhao Ziyang si recò dagli studenti. «Sono venuto troppo tardi,» disse, piangendo. Sapeva che i leader comunisti avevano deciso di reprimere i movimenti popolari con la forza delle armi. Quella fu l’ultima apparizione pubblica di Zhao Ziyang, il quale passò il resto della sua vita agli arresti domiciliari per aver simpatizzato con gli studenti.

Tutti sappiamo come le proteste andarono a finire. Il Partito Comunista mandò l’Esercito Popolare di Liberazione a liberare Piazza Tiananmen dal popolo che aveva sfidato il primato del regime. Il numero esatto di vittime non è mai stato reso noto. Le stime vanno dalle centinaia alle migliaia di persone. Già prima del quattro giugno era circolata la voce che il Governo avrebbe represso il movimento democratico nel sangue. Non solo i cittadini increduli avevano avvistato carri armati, ma i soldati impiegarono diversi giorni a raggiungere il centro di Pechino.

Wang Dan aveva preso in considerazione la possibilità di un arresto ben prima della primavera del 1989. Nella sua autobiografia,  ´Memorie della Prigionia´, egli racconta delle sue paure, ma anche della determinazione a continuare la sua attività politica. «Per quanto riguarda la mia prigionia,» scrive, «ero già preparato psicologicamente. Fin da quando cominciai a dirigere i ´saloni della democrazia´avevo messo in conto i rischi che la mia attività avrebbe potuto comportare». La possibilità della prigionia rimase costantemente nel pensiero di Wang Dan. In un’intervista alla CNN durante le proteste di Piazza Tiananmen, dichiarò «Se venissi arrestato e imprigionato, so che i miei genitori capirebbero che stavo solo cercando di fare la cosa giusta per il mio Paese».

Dopo il 4 giugno Wang Dan fu messo sulla lista dei 21 studenti ricercati dalle autorità. I loro nomi furono trasmessi dalle televisioni di Stato, e una taglia fu messa sulle loro teste. Come altri attivisti, anch’egli scappò e cercò di rifiugiarsi in un luogo sicuro. Girovagò per circa un mese in diverse province, e infine tornò a Pechino. Fu arrestato il 2 luglio del 1989, e fu portato in un luogo segreto nella contea di Changping. Nella notte del giorno successivo venne trasferito nella prigione di massima sicurezza di Qincheng, dove rimase fino al febbraio del 1991. La sua prigionia ufficiale iniziò solo allora. Egli la scontò nella Prigione N° 2 di Pechino, e fu rilasciato per buona condotta e  ´partecipazione ad attività lavorative´ il 17 febbraio del 1993.

Il 4 giugno è divenuta una data simbolica nella Storia della Cina contemporanea, una data che il Governo della vorrebbe ma non può ignorare. Ogni anno la censura si intensifica pochi giorni prima dell’anniversario delle proteste studentesche.  Improvvisamente, i motori di ricerca del Paese bloccano parole chiave come ´giugno 4´, ´tank man´, e persino ´Tiananmen´. E’ un anniversario del silenzio imposto dallo Stato. Nessun organo di stampa o canale televisivo può menzionarlo. Ma è proprio il silenzio sancito dall’alto il segnale che lo spirito di Tiananmen vive, che il ricordo non è scomparso, e che la leadership comunista sa di aver fatto qualcosa che preferisce tenere nascosto ai suoi stessi cittadini.

L’anniversario di Tiananmen è tabù nella Cina comunista, ma esso è regolarmente celebrato a Hong Kong e Taiwan. Queste due aree del mondo sinocentrico rimasero fuori dal controllo del Partito Comunista dopo il  1949. Hong Kong era sotto il dominio britannico, Taiwan divenne il rifugio del Governo anticomunista della Repubblica di Cina, che governò la Cina finché non fu rovesciato dai rivoluzionari di Mao Zedong. Per questo, Hong Kong e Taiwan svilupparono una visione collettiva della Storia diversa da quella della Cina rossa.

Hong Kong venne annessa alla RPC nel 1997, ma ha mantenuto le libertà ereditate dall’era britannica, fra cui la libertà di stampa e di parola. Di recente è stato addirittura aperto un ´museo del 4 giugno´, l’unico museo in Cina ad essere dedicato alle proteste di Piazza Tiananmen. Taiwan (o, ufficialmente, Repubblica di Cina) è di fatto uno Stato indipendente, ma la RDC la considera parte del proprio territorio. Il principio di ´una sola Cina´, come viene chiamata la dottrina irredentista di Pechino, costringe Taiwan a fare i conti con la Cina e a rapportarsi con essa in un modo diverso da come fa con Paesi stranieri. Taipei vive infatti nel costante terrore che l’Esercito Popolare di Liberazione la possa attaccare, secondo quanto previsto dalla ´Legge Antisecessione´ promulgata dalla RPC nel 2005, la quale autorizza l’uso della forza per realizzare la ´riunificazione´ dei due lati dello stretto.

Dopo il suo scarceramento Wang Dan si recò in esilio volontario negli Stati Uniti, dove nel 2008 ricevette un PhD dalla Harvard University. Nello stesso anno si trasferì proprio a Taiwan, dove insegnò all’Università Chengchi. Attualmente è docente all’Università Tsinghua.

Alla fine degli anni ’80 Taiwan, che era stata una dittatura dominata dal partito unico del Guomindang, che in certi aspetti era molto simile al regime comunista del PCC con il quale condivideva le radici leniniste, cominciò un processo di democratizzazione che culminò nelle elezioni presidenziali del 1996, le prime in cui il leader del Paese venne eletto dai cittadini. Mentre la RPC mantiene intatto il suo sistema politico e continua a silenziare il dissenso, Hong Kong e Taiwan hanno assunto un ruolo alternativo rispetto a quello del PCC. Esse sono, di fatto, centri di opposizione al regime monopartitico di Pechino. Ed è qui che il movimento studentesco di Piazza Tiananmen diviene simbolo di resistenza antocomunista. I principi che animavano gli studenti nella Pechino del 1989 sono stati soppressi nella Cina comunista, ma essi vivono a Taiwan e Hong Kong e danno ispirazione alle nuove generazioni di attivisti.

Da un certo punto di vista, i movimenti democratici di Taiwan e Hong Kong, nonché quelli, meno radicali e di minore impatto, dell’ex colonia portoghese di Macao, annessa alla RPC nel 1999, sono figli delle proteste del 1989. Non è un caso che alcuni dei maggiori leader studenteschi delle tre aree siano stati allievi di Wang Dan.

Nel marzo di quest’anno, ad esempio, gruppi di studenti e attivisti occuparono il Parlamento di Taiwan per bloccare la ratifica di un controverso patto di libero scambio che avrebbe portato ad una maggiore integrazione fra le economie dei due lati dello stretto. Molti cittadini temevano che, in questo modo, l’influsso di Pechino sull’isola sarebbe cresciuto, e che quindi il regime comunista avrebbe fatto un passo in avanti verso quella ´riunificazione´ con i ´connazionali di Taiwan´ che la maggioranza di questi ultimi considera come una vera e propria annessione ad un regime comunista di cui non vogliono assolutamente far parte. Il  movimento studentesco venne battezzato dai media ´Movimento dei Girasoli´, e i suoi due leader principali e volti mediatici più conosciuti sono Lin Feifan e Chen Weiting, entrambi ex studenti di Wang Dan.

«Io scrissi un pezzo di Storia con le mie azioni», dichiarò Wang Dan in un’intervista. «Non c’è nulla di più incoraggiante che vedere come i miei studenti scrivano essi stessi un altro capitolo della Storia facendo qualcosa di giusto. Sono due persone di talento e piene di passione». Wang Dan mise in evidenza la connessione fra l’attivismo politico di Taiwan e quello di Hong Kong e Macao. Ciò che questi movimenti hanno in comune è quello che Wang definì come il  ´fattore Cina´. «Dopo il Movimento dei Girasoli», disse, «molti membri della Federazione degli Studenti di Hong Kong e del Consiglio Legislativo sono venuti a Taiwan per dimostrare il loro supporto nei confronti del movimento studentesco».

Nel 2009 Wang Dan cominciò a tenere una cerimonia annuale per commemorare la strage di Tiananmen. Oltre a Chen Weiting, anche un altro studente si dimostrò particolarmente interessato a quegli eventi. Si tratta di Su Jiahao, uno studente di Macao laureatosi a Taiwan, e uno dei leader di Coscienza di Macao, un’organizzazione in difesa della democrazia. Alla fine di maggio, Su Jiahao fu uno dei promotori della più grande manifestazione di protesta contro il Governo dell’ex colonia portoghese, durante la quale circa 20,000 persone scesero in strada.  Wang Dan si disse soddisfatto del rapporto di solidarietà che sta maturando fra gli attivisti di Taiwan e quelli delle due Regioni Amministrative Speciali della RPC.

Dopo i successi del Movimento dei Girasoli di Taiwan e delle proteste di Macao, la Federazione degli Studenti di Hong Kong ha assunto un ruolo centrale nei movimenti democratici dell’ex colonia britannica, fino al punto di esserne diventata la forza principale. Il giovanissimo Joshua Wong, che ha da poco compiuto il suo diciottesimo compleanno, ne è divenuto uno dei volti più noti. La fotografia che ritrae Wang Dan, Joshua Wong e Lin Feifan è un altro simbolo della crescente coesione fra i movimenti democratici il cui denominatore comune è l’opposizione al PCC.

Ma esiste una differenza fondamentale fra i movimenti di Hong Kong e quelli di Taiwan e Macao. Taiwan è una democrazia, e gli studenti non rischiano nulla nel protestare. Persino Ma Ying-jeou, il Presidente di Taiwan alle cui politiche il movimento dei girasoli si opponeva, ha esortato Pechino a mettere in atto riforme democratiche. «Adesso che 1.3 miliardi di persone nella Cina continentale sono diventate moderatamente benestanti, è ovvio che vogliano più democrazia e uno Stato di diritto. Questo desiderio non è mai stato un monopolio dell’Occidente, ma è un diritto di tutta l’umanità», ha detto Ma Ying-jeou il 10 ottobre in un discorso alla Nazione. Anche a Macao, gli studenti, fino ad ora, rischiano poco, visto che le manifestazioni hanno un carattere moderato e sono durate solo pochi giorni. Ma a Hong Kong la dinamica dei movimenti democratici è simile, da diversi punti di vista, alla situazione della primavera del 1989 a Pechino. Oggi come allora, gli studenti, pieni di fervore e ideali, fronteggiano lo stesso regime comunista che non vuole lasciare le redini del potere e che insiste sul primato del partito unico sulla società.

I recenti negoziati fra i leader studenteschi e il Governo di Hong Kong ricordano molto da vicino quelli che Wang Dan e altri studenti condussero nel 1989 con membri del Partito Comunista. Come allora, anche queste discussioni non hanno prodotto alcun risultato concreto, ma hanno solo messo in evidenza il divario che esiste fa le due parti. Pochi giorni fa Tung Chee-hwa, l’ex Capo dell’Esecutivo di Hong Kong, ha ribadito che l’Esercito Popolare di Liberazione non verrà mandato nella città per sopprimere ´Occupy Central´. Ma queste dichiarazioni non fanno che confermare il fatto che vi è il timore che ciò possa avvenire.

Da questo punto di vista la cautela di Wang Dan è comprensibile, e l’avvertimento indirizzato agli studenti non è che il frutto delle sue amarezze, del ricordo delle vittime di Tiananmen, e della sua stessa prigionia. «Spero che sappiate», ha scritto nella sua lettera, «che la passione dopo un po’ si estingue, e che il vero obiettivo è quello di far crescere pian piano dentro se stessi la determinazione a non mollare. Le armi più efficaci del vostro movimento democratico sono la perseveranza e la tenacia». L’ex leader studentesco di Piazza Tiananmen sa che è meglio lottare con pazienza e costruire un futuro migliore gradualmente, piuttosto che giocarsi tutto e perdere tutto in pochi mesi.

 

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