sabato, Settembre 18

Da sempre i Presidenti americani danno spettacolo. Ed è tutto normale Primo presidente cattolico dopo John F. Kennedy, Biden offre se stesso come un nuovo Mosé americano. Sono pronti, gli americani, per questo tipo di personaggio?

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Dopo quattro anni di presidenza Trump, molti americani non ne potevano più. Lo hanno sbattuto fuori a larga maggioranza, mostrando di non volerne più sapere di lui.

Eppure, da storico della repubblica americana delle origini, oso dire che l’uomo – o meglio, il personaggio – è già diventato un classico. Trump rimarrà per secoli nel dibattito pubblico.

Con la sua ostentata mancanza di empatia e la sua incontrollabile volgarità, Trump si è dimostrato uno dei presidenti meno ‘presidenziali’ di sempre.

Mentre però la sua volgarità gli ha alienato molti americani, una grande parte della popolazione ha guardato a tutto questo come uno show, un balletto il cui unico fine era di sbarazzarsi dell’ipocrisia dei liberali con curriculum da Ivy-League. Poco importa se, tra i funzionari nominati da Trump, quelli laureati in college Ivy-Leage fossero molti più rispetto ad altre amministrazioni.

Come hanno mostrato le ultime elezioni, un gran numero di elettori ha perdonato gli atteggiamentirozzi del presidente uscente. Agli occhi di milioni di persone, la sua volgarità era solo un mezzo per giungere a uno scopo. Era parte di un piano più ampio, l’inizio di una rivoluzione democratica che, nello spirito di Andrew Jackson, desse voce agli elettori delle classi operaie che si erano sentiti fino ad allora trascurati o soffocati da decenni di censura o di politically correct‘ della sinistra.

Trump avrebbe desiderato emulare i successi di Andrew Jackson, il suo idolo, il presidente che, nel XIX secolo, ha cambiato per sempre il volto dell’America. Jackson ha allargato il suffragio (maschile), ha combattuto contro le banche, ha riformato le istituzioni federali ed è stato il campione dell’espansione territoriale—a spese dei nativi americani.

Jackson è stato anche l’uomo che ha rivoluzionato la figura del presidente. Con una tendenza all’esagerazione, ha riportato un certo grado di autenticità nel personaggio—e se questa autenticità fosse vera o presunta conta poco.  

È un’idea americana perfettamente chiara anche a Trump: recitare la parte diuomo del popolo’, con un carico di debolezze e difetti, può ben aiutare il presente a mandare ai cittadini il messaggio che la funzione suprema dello Stato appartiene anche a loro; che il presidente è come ‘Noi, il Popolo, ‘We the People”.

Stesso stile, stessa comunicazione, stessi risentimenti

In termini di traguardi politici e di successi, Trump però non è come Jackson. I due sono molto diversi anche come persone. Mentre Trump era consolidato nel privilegio di classe sin dalla nascita, Jackson era nato da qualche parte al confine tra Nord e Sud Carolina, in una famiglia scozzese-irlandese di mezzi modesti. Tra i due, solo Jackson era un eroe militare e un nazionalista devoto che, nonostante tutti i suoi difetti, non perseguì mai l’interesse personale. Insomma, su questo, tra due non c’è competizione.

C’è però un terreno su cui Trump e Jackson possono sfidarsi: Trump è un novello Andrew Jackson in termini di stile personale, di approccio comunicativo e nel modo in cui lancia i suoi attacchi contro le ‘élites liberali’, che nel caso di Jackson erano i due aristocratici presidenti Adams– John e John Quincy – più la classe presidenziale nota come la ‘dinastia virginiana’: George Washington, Thomas Jefferson, James Madison eJames Monroe.

Sia Jackson che Trump hanno portato sulla scena lo stesso personaggio, l’’uomo del popolo’. Come Trump, il presidente Jackson era men che regale nei suoi atteggiamenti. Come Trump, Jackson ha fatto consapevolmente spettacolo del suo essere rozzo, profano e volgare.

Arrivato al 1829, l’anno della sua inaugurazione, Jackson era fisicamente un relitto. Sdentato, con una cronica irritazione ai polmoni a causa di una pallottola ricevuta durante un duello, l’uomo aveva l’abitudine di sputacchiare quelle che chiamava ‘grandi quantità di bava‘. E c’è di peggio: nello sforzo calcolato di intimidire i suoi nemici e di ispirare i suoi seguaci, Jackson era solito erompere in terribili scene di urla, piedi sbattuti per terra, lanci di libri e pugni sui tavoli.

In più, bestemmiava come un dannato. Andrew Jackson aveva un pappagallo, Poll. Il 10 giugno 1845, circa tremila persone assistettero ai funerali del presidente all’Hermitage, in Tennessee. La storia vuole che Poll fosse pesantemente disturbato dai lamenti funebri. L’abitudine di Jackson al turpiloquio dev’essere passata al suo pappagallo, che inaspettatamente si lanciò in una tirata blasfema. Restarono tutti senza parole.

Umiltà

Segnare la misura della ‘regalità’ di un presidente è ugualmente importante. Per una nazione costruita su una Costituzione piuttosto che su un’aristocrazia ereditaria, la figura del presidente dev’essere diversa da quella di un re. Né un presidente dev’essere un semi-dio o un santo.  

Quando prestò giuramento come primo presidente della neonata nazione americana il 30 aprile 1789, George Washington non aveva precedenti sul cui esempio basarsi. Comprensibilmente, era disorientato. Che deve fare il presidente? E chi è il presidente, alla fine dei conti? Il 10 maggio, Washington scrisse a John Adams e gli chiese la sua ‘sincera e aperta opinione’ in materia di etichetta presidenziale e di strategie di autopresentazione.

Un uomo appartenente all’élite del suo secolo, Washington non era tentato dalla volgarità, è ovvio. Non stava provando a diventare un “uomo del popolo”. Piuttosto, la sua paura era di cadere nell’eccesso opposto: un fare troppo aristocratico.

“Il presidente”, scrisse ad Adams, “non può fare altro che coprire di umiltà la sua figura pubblica, in una maniera tale da mantenere la dignità dell’Ufficio, senza assoggettarsi all’accusa di arroganza o inutile riservatezza.

La persona è un atto pubblico’

L’epoca di Washington era diversa dall’epoca di Jackson, e lo è anche dalla nostra. Ma Washington ha ancora ragione, credo, non solo nel suggerire che la moderazione sia da preferire sugli atti estremi. Washington ha ragione specialmente nel rivendicare che la persona del president è un atto pubblico, qualcosa che non appartiene esclusivamente al suo individuo.

In termini di procedure istituzionali, Trump può aver arrecato danno alla funzione, ma non ha distrutto e non ha potuto distruggere il ruolo del presidente —quel ruolo simbolico, che fa della funzione un modello educativo e un’istituzione.

La ragione è che questo ruolo dev’essere rievocato ogni volta. In oltre duecento anni, tutti i presidenti, buoni o cattivi, non hanno potuto non chiedersi che cosa comportasse, in termini pratici, il titolo diPresidente degli Stati Uniti’. E quale ruolo esattamente essi fossero chiamati a recitare sul proscenio politico.

Joe Biden si sta ponendo la stessa domanda, adesso. E qualche risposta l’ha anche già data. Non essendo né un aristocratico, né un purouomo del popolo’, Biden si è già presentato come una persona ricca di empatia, un padre e nonno amorevole, rassicurante e protettivo. La sua persona, calata nelle sembianze di un uomo anziano dai capelli bianchi, porta in primo piano la sua fede religiosa.

Primo presidente cattolico dopo John F. Kennedy, Biden offre se stesso come un nuovo Mosé americano. Sono pronti, gli americani, per questo tipo di personaggio? Riuscirà Biden a farsi sentire vicino a ‘We the People’?

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Sull'autore

Professore di Storia americana, ha scritto tre libri su Thomas Jefferson (University of Virginia Press) e ora sta scrivendo una biografia di George Washington che si concentra sulle complessità della mascolinità del 18esimo secolo.

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