mercoledì, Ottobre 20

Da Pirandello all’ 'uomo windows' L'internet addiction la patologia dell'era internet. Ne parliamo con lo psicologo Pasquale Romeo

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La ‘internet addiction’ è un insieme di patologie legate ad un uso eccessivo dei mezzi tecnologici moderni, ad oggi ancora incluso nel manuale diagnostico DSM5 che annovera le malattie psichiatriche.
I soggetti più esposti sono gli adolescenti e in particolare gli studenti, o coloro che fanno uso massiccio di Facebook, e raggiunge il culmine con i ‘ragazzi hikikimori’, che trascorrono la loro vita chiusi in una stanza in compagnia soltanto delle nuove tecnologie.
Il soggetto, ribattezzato ‘uomo windows’, è “colui che, come sul computer, utilizzando le finestre windows, vive su tanti livelli e, come surfando sulle onde, passa da un onda all’altra quando il momento è propizio“, ci spiega Pasquale Romeo, Professore a contratto di Psichiatria della Scuola di Medicina dell’Università di Bari, che ha scritto recentemente un libro intitolato ‘L’Uomo Windows’. “Un individuo che ha lasciato i campi dell’etica, che costruisce la sua vita sulle mille opportunità, che non ha più una linea continua di direzione, ma vive a zig zag, spesso cambiando cento volte idea a secondo dell’onda che si ripresenta. Così nelle relazioni affettive, nel lavoro, nelle relazioni amicali, negli interessi e così via. Un uomo che ha assunto una procedura windows, come sul web, naviga in mille strade spesso senza un tema dominante, senza una rotta precisa“.
Le modalità di approccio e di gestione dei processi tramite internet non soddisfa il desiderio umano e crea un vuoto che porta alla frustrazione e al degenerarsi dei processi cognitivi, che possono incidere sulla creatività dell’uomo, facendo così ridurre sensibilmente la genialità di artisti, poeti e scienziati.
Per contrastare questa deriva tecnologica si auspica una forte azione a livello governativo essenzialmente concentrata sull’educazione che miri a dare direttive giuste e sane in tale ambito.

 

Professor Romeo, quali sono i numeri di queste patologie?

I dati epidemiologi rilevano che gli adolescenti nel 37% potrebbero avere una dipendenza da internet (ricordo una ragazza qualche giorno fa che a scuola mi disse: senza cellulare non dormo) ed il 18% degli studenti, dati ancora in accertamento ed oggetto di studio, ma allarmanti soprattutto per la politica che tarda a trovare delle soluzioni. Dal 1999 ad oggi gli utenti sono aumentati 10 volte. Gli utenti Facebook in contemporanea hanno raggiunto cifre stratosferiche ed una fonte non molto attendibile parlava di cifre che raggiunge i nove zeri. Tale condotta, smodata ovviamente, porta a delle conseguenze notevoli come il cosiddetto ‘hikikimori’, sindrome giapponese di ritiro ed isolamento scaturito anche dall’aumento dell’uso tecnologico.

 

Quali politiche per le patologie tecnologiche e malattie mentali ad esse legate si stanno attuando in Italia e all’estero?

Le politiche sanitarie in questo momento non sono strutturate ed organiche. Anche il DSM 5, il manuale diagnostico delle malattie mentali, pur rivedendo le dipendenze non entra in maniera approfondita in merito agli aspetti tecnologici se non per una valutazione su possibili assetti di ricerca futuribili. In sostanza dopo tanti anni che si parla di ‘internet addiction’, il nostro manuale internazionale non prevede in maniera nosografica, quindi in modo certo e preciso la collocazione di certe patologie tecnologiche. Anche la politica non ha preso atto dei cambiamenti psicologici e d’identità che stiamo attraversando e quindi la necessità di munirsi di equipe di consulenti che possano dare un’impronta nuova in materia di salute mentale.

Quanto stress accumula l’uomo moderno nella sua vita e che comportamenti patologici sono venuti a crearsi?

Che ci sia lo stress non è una questione nuova, anzi secondo alcune definizioni di stress è un elemento indispensabile, un uomo con deprivazione da stimoli muore pian piano. Il sistema nervoso ha bisogno di stress che riattivano i suoi processi e gli consentano in qualche maniera di vivere. Diverso è il concetto se oggi noi sappiamo vivere lo stress e lo sappiamo metabolizzare e sappiamo consentire allo stesso di essere efficiente per il nostro sistema nervoso? Un esempio: quando incontro qualcuno mi racconta sempre che è stressato. Poi quando gli chiedo perché e mi risponde, come è capitato spesso, che è appena tornato da una vacanza esotica e si sente stressato per il motivo per cui deve riprendere a lavorare, mi fa sorridere! Ovvero mi spiego meglio, questo significa che non sappiamo tollerare lo stress, lo viviamo in maniera anticipatoria e non abbiamo più una cultura ed un educazione che ci fa vivere le difficoltà come un opportunità in modo propositivo. Manca quello che in realtà in psicologia ormai è noto come ‘resilienza’, ovvero la capacità di piegarsi, non spezzarsi e ritornare al livello originario. A seguito di questo nuovo modo di vivere lo stress si è creato un nuovo stile per la nostra incapacità di essere resilienti, ovvero siamo sempre falsamente in fuga alla ricerca di emozioni che ci liberano dallo stress, proprio come dei flaneur, termine reso famoso dal poeta francese decadentista, Charles Pierre Baudelaire indica il gentiluomo che vaga per le vie cittadine, provando emozioni nell’osservare il paesaggio. Il flaneur ovvero un nuovo vagabondo ricco, ma sempre vagabondo, che non sa dove andare, che non ha una rotta precisa ma torna a casa pur sapendo che deve continuare a viaggiare. Appena tornati dalla vacanza esotica, insomma, bisogna ripartire!

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