giovedì, Luglio 29

Da Gassman alla nazionale, una staffilata di vergogna Un figlio d’arte e non epigono del grande padre si confronta con la politica e ne esce male, pallonari insigni e strapagati si confrontano con razzismo e contagi e ne escono anche peggio

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Una frase mi colpisce, insieme ad un altro paio come una staffilata.
È quella di Alessandro Gassman, figlio d’arte e non epigono del grande padre, Vittorio. Non epigono, dico, perché, sia pure in ambiti diversi, con accenti recitativi diversi, eccetera, è un ottimo attore: pacato, ironico, perfino colto, sembrerebbe. Ebbene da uno come lui, che considero persona seria, una frase del genere lascia l’amaro in bocca: «Intraprendere la carriera politica? Sì, ci ho pensato. Non lo faccio perché mia moglie non vuole, ha paura, sa che sono un tipo trasparente, anche eccessivamente integerrimo, e teme che, facendo politica, potrei essere irretito da persone molto più scaltre di me. Però mi farebbe proprio piacere, ci sono tante cose che non mi piacciono e, da cittadino, sarei contento di provare a migliorarle».

Scusi dottor Gassman, ma si rende conto? Sorvoliamo sul fatto che non ci dica chi eventualmente le ha proposto di intraprendere la ‘carriera’ politica, ma davvero secondo lei lapoliticaè una carriera? Si entra portaborse e si esce Presidente di qualcosa? Ma lasciamo perdere, perché poi il riferimento alla moglie è squisito, perché, dolcemente, espone la caratteristica tipicamente italiota e specialmente dei politicanti italioti: lo scaricabarilismo. Se il barbuto Alessandro non è in politica è colpa della moglie che ha rubato una promessa della politica italiana, anzi, anche meglio se pensate che Grillo ha ‘le visioni’ e lui prevede il futuro e non investe il velocipedista che gli passa davanti guardando il telefonino. Ma perché la moglie è contraria? Ma è ovvio: lui non è integerrimo, ma eccessivamente integerrimo. Insomma un superlativo del superlativo: lingua italiana a parte, Grillo non se lo vede proprio.
E per concludere la solita frase arrogante, grillina, facile ‘tante cose cambierei che non mi piacciono‘. Gli stellini insegnano: facile, facilissimo a dirsi e anche a raccontarlo agli elettori, ma poi … .
Peccato, signor Gassman, lei ha perso l’occasione di dire una cosa seria: la politica implica progetto, tesi, capacità e competenza: non ci si improvvisa politici, basta guardare Giggino per rendersene conto.

Sono turbato, dispiaciuto. Gassman mi piace, ha recitato benissimo in una serie su Napoli, è simpatico, intelligente, ho perfino il sospetto che abbia letto qualche libro (non si offenda, per piacere), ma certo con quelle frasi ha distrutto, almeno a me, un mito. Gassman Alessandro è semplicemente l’italiano o medio, facilone, superficiale, cinico, scaricabarilista e critico di tutto e di tutti, finché sta fuori, e quando èdentroincapace o complice.

E il mio turbamento si accresce, quando leggo delle dichiarazioni di certi pallonari insigni, a proposito delle meraviglie del, calcio-spettacolo e della saggezza cinica e ipocrita.
Come ricordate c’è il tema del ginocchio a terra sì, ginocchio a terra no. Personalmente sono per il no, lo dico subito, ma non perché non condivida il significato, ma perché non condivido il modo, sfuggente e frettoloso, quasi teso a non farsi notare. Quel gesto ha un senso se lo si riconosce come esemplificativo di quel senso: che è la vergogna dello schiavismo e del razzismo, specie anglosassone, e quindi è bene che tutti sappiamo se Tizio di quella opinione o dell’altra: è un fatto di chiarezza e perfino -scusatemi se oso pensarlo- di lealtà pedagogica per chi lo vede. Certo quegli undici individui in mutande non sono certo lo specchio migliore della nostra società, non sono certo la crema, ma hanno un peso (immeritato, ma lo hanno) nella formazione della cultura pubblica. Quindi bene farlo e se qualcuno non lo fa esprime il suo dissenso: si chiamava democrazia, una volta, no?
Ma poi ne discettano il solito Letta, il ‘dotto Letta’ in TV con la signora Lilli Gruber e Marco Travaglio (c’era anche la Christillin influente membro di non so cosa del calcio, ma era impegnata ad adorare Letta e quindi non conta) ne discettano e concludono, serissimi, che non si può ordinare di farlo, ma si può suggerire perché è importante. Ho già detto, che non condivido quel modo di porre le cose, perché sembra una imposizione alla quale non ci si può sottrarre. Ma tant’è, cosa fatta capo ha.
E infatti, dopo lunghi conciliaboli … non si fa. Vabbè, tanto peggio, quei giocatori sono un po’ razzisti. Passiamoci sopra e lodiamo l’influenza che esercitano su di loro sia il ‘dotto Letta’, che il super-Travaglio. Tenuto conto che una buona parte del Paese è nelle loro mani, siamo a posto!
Ma no, troppo facile.
Perché, innanzitutto, un certo Leonardo Bonucci dice che si decide di non farlo per rispettare la libertà di ciascuno. Confesso che la cosa mi fa un po’ girare la testa. Non sono all’altezza di quel ‘ragionamento’, che più o meno suona così: siccome siamo liberi e rispettiamo la libertà di tutti e non tutti vogliono inginocchiarsi, non si inginocchia nessuno. Logica stringente o ipocrisia, fate voi.
Ma non finisce mica qui. Perché un certo Carlo Ancelotti, uno che conta e guadagna molto, sentenzia drastico: «Non è fondamentale inginocchiarsi per qualche secondo. Non si risolve la questione. Il tema vero è: educare le nuove generazioni alla questione del razzismo che è ancora presente nelle nostre società». Cioè, intanto non ci inginocchiamo, poi altri devono educare la popolazione a non essere razzista, noi no, noi che c’entriamo … al massimo mentre qualcuno educa, noi ci presentiamo come razzisti. Impeccabile.
E infatti un certo Giorgio Chiellini, il pensatore del gruppo, spiega: «combatteremo il nazismo in altro modo». Chiaro, netto consapevole, deve avere studiato da Di Maio.
Basta? Eh no, perché si può andare più a fondo.
Il signor Roberto Mancini, ‘allenatore’ (loro dicono mister dio solo sa perché) è già insoddisfatto perché hanno cambiato non so cosa sul luogo dove giocare e ancora risente del fatto che a suo tempo la sua dichiarazione circa il fatto che il calcio è importante come la scuola per cui se si apre l’una si deve aprire anche l’altro, ora è proprio esasperato e dichiara stentoreo: «Da ct mi sono divertito molto, voglio continuare a divertirmi grazie a questi ragazzi. Giocare a Wembley deve essere un piacere, ci sono giocatori che non ci riescono mai: lo stadio merita di giocare bene. I timori per la risalita dei contagi Covid a Londra? Noi abbiamo la doppia dose di vaccino, siamo tranquilli».
Dunque, sorvolando sulla banalità della gioia di giocare a Wembley, i giocatori sono tutto vaccinati e quindi … chi se ne frega. Chi se ne frega se in seguito alla partita l’infezione si dovesse diffondere, chi se ne frega se qualcuno finisce in ospedale o peggio: noi siamo tranquilli. E infine, per chiudere in bellezza, la faccia sguaiata, sudata, volgare di Vialli al momento della vittoria!

Se non capisco male, qualche giorno fa (finalmente) i gestori del Billionaire sono stati formalmente accusati (indagati per la precisione) per diffusione colposa della epidemia. Tutti ricorderanno cosa successe in quel mese terribile e quali conseguenze ebbe, ivi compresa la prostatite virale di Flavio Briatore.
Sarebbe bello, molto bello se qualche giudice cominciasse a valutare quante persone in più si sono ammalate a causa dei ritardi, delle aperture irresponsabili, delle dosi distribuite ad ‘altro’, ecc.
Sarebbe bello, ma non lo sarà.
So solo che Sabato sera undici tizi in mutande, insieme al loro ‘ct’, detto mister, con in testa il Chiellini anti-nazi, hanno cantato l’inno nazionale italiano. E io, italiano, me ne vergogno.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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