martedì, Maggio 11

Da Gagarin a Marte per capire la Terra La mente umana non sarebbe arrivata ad inviare Perseverance se non ci fosse stato un episodio così dirompente e vincente come quello russo

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Nell’ultimo fine settimana la Rai ha data molta visibilità all’esplorazione marziana. Marte, si sa, è il pianeta più vicino a noi e se o quando donne e uomini della Terra inizieranno la sua esplorazione o lo stanziamento, sarà realmente il principio di una nuova era, quella cioè dell’espansione del genere umano al di fuori dei confini delimitati dalla bolla atmosferica che circonda il nostro pianeta.  

Si tratta indubbiamente di un obiettivo assai lungo per molti dei fattori che oggi impediscono un semplicistico spostamento della nostra vita oltre l’habitat in cui ci siamo generati e riprodotti. A iniziare dai tempi di viaggio –al momento sono sei mesi e per un corpo sia pur allenato è un tempo insostenibilmente lungo- e poi la necessità di proteggersi dalle condizioni esterne che sono sostanzialmente diverse e poi l’alimentazione, le attività da svolgere. Per non parlare infine degli obiettivi prefissati.  

Né al momento sembra ipotizzabile progettare un adattamento delle condizioni climatiche o vitali alle caratteristiche umane. La terra-formazione, un processo atto a rendere abitabile un pianeta intervenendo sulla sua atmosfera modificandone la composizione chimica in modo di essere in grado di sostenere un ecosistema. 

Per quanto il procedimento possa considerarsi affascinante e assieme inquietante, è molto al di là delle possibilità della tecnologia odierna e con una stima molto approssimata per il completamento dell’operazione occorrerebbero 100.000 anni! Allora domandarci a che serve tanta attenzione al Pianeta Rosso potrebbe avere un senso.  

Una prima risposta l’avrebbe data già un vecchio saggio del sesto secolo a.C: «Ogni lungo viaggio inizia con un piccolo passo». Ma non serve andare troppo indietro per comprendere quanto sia importante la rivisitazione della mappatura del sistema solare con i metodi che abbiamo adesso e non è poi lontana la similitudine con la semplice (per noi!) ma epocale strumentazione iniziata da Galileo Galilei mezzo millennio fa. Noi sappiamo che il grande pisano fu il padre della scienza moderna con la sua opposizione alla teoria geocentrica a favore di quella eliocentrica cercando le risposte dentro la natura, attraverso l’esperienza, l’esperimento, il ragionamento. Galilei aprì di fatto la via a successivi impianti di una fisica sempre più concreta e aderente alle realtà dimostrabili. Le sue lenti, conservate al Museo Galileo di Firenze hanno mutato l’immagine dell’universo e come affermò Spinoza già a metà del 1600, grazie a questi ragionamenti sono cambiate le idee sulla scienza, sul lavoro scientifico e sulle istituzioni scientifiche, sui rapporti tra scienza e società e tra sapere scientifico e fede religiosa.

Ora abbiamo la Perseverance che è scesa lo scorso 22 febbraio nel cratere Jezero del nostro vicio di orbita. «Cercheremo tracce di vita su Marte» disse la ricercatrice dell’Inaf di Firenze Teresa Fornaro subito dopo l’ammartaggio, convinta che si siano organismi unicellulari su Marte, aggiungendo: «Non ci aspettiamo che queste forme di vita si siano evolute come accaduto sulla Terra». Quantomeno la presenza di microrganismi farebbe ridimensionare definitivamente tutte le teorie focalizzate ora su un singolo pianera e non sull’intero sistema di cui ne è parte. Che su quel mondo color del ferro ossidato vi sia dell’acqua sembra ormai scontato anche se uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Science ha concluso che l’acqua di Marte è parzialmente evaporata nell’atmosfera e quella rimasta è intrappolata nella roccia.  

Cosa ce ne importa dopo tutto, se pensiamo che Marte dista dalla Terra circa 250 milioni di chilometri?  

In realtà l’informazione potrebbe essere molto più utile di quanto si possa immaginare. Gli scienziati oggi sono sulla soglia di riscrivere la storia del pianeta e non è escluso che in questa nuova teoria vi sia un passato molto simile a quello nostro attuale. È quanto afferma Paul Byrne, scienziato planetario presso l’Università statale della Carolina del Nord. Il che significa che conoscerne la dinamica potrebbe scongiurare pericolosi inconvenienti proprio sulla superficie su cui abitiamo. Noi e i nostri cari.  

Quello che sappiamo con una ragionevole base scientifica è che l’atmosfera di Marte era più consistente in passato e la sua pressione permetteva la presenza del prezioso liquido sulla superficie; il satellite Mavem della Nasa in orbita da settembre 2014 ha scoperto che la maggior parte dell’atmosfera del pianeta è stata spazzata via dal vento solare appena 500 milioni di anni dopo la formazione del corpo celeste.  

Eva Linghan Scheller, dottoranda presso il California Institute of Technology ha elaborato un nuovo modello per stimare dove è scomparsa l’acqua di Marte nel corso della sua intera vita di 4,5 miliardi di anni che, secondo Geronimo Villanueva, scienziato planetario presso il Goddard Space Flight Center in Maryland, ci aiuterà a spiegare molte cose. Evidentemente non solo su Marte ma anche sulla Terra. È solo una delle verità che ci fanno comprendere il significato di una ricerca così lontana e così vicina.  

Per cui, quando osserviamo un piccolo puntino rossastro che brilla come una stella, pensiamo a quante risposte può dare il suo esame fisico-chimico ma anche riflettiamo su quanti scienziati lavorano per dipanare tutti i suoi misteri. E accanto a loro, ci sono ingegneri, tecnici e maestranze. Persone che lavorano, che progettano e rendono operativi gli strumenti per il volo: soffermiamoci solo su un piccolo dettaglio. Nonostante il ritardo di 20 minuti nel segnale, i comandi rispondono correttamente a ogni disposizione dalle basi terrestri e speculiamo su quanta strada si è fatta per arrivare a una tale perfezione, perché Marte dia un sostegno concreto alla sopravvivenza della Terra. 

Riflettiamo con molta serietà su questo punto. Proprio oggi è il sessantesimo anniversario del lancio di Jurij Alekseevič Gagarin a bordo di un missile intercontinentale R-7 modificato, raggiugendo la traiettoria d’orbita terrestre con un perigeo di 169 km. e un apogeo. di 315 km.  

Oggi questi dati ci fanno sorridere. Ma la mente umana non sarebbe arrivata al punto di oggi se non ci fosse stato un episodio così dirompente e vincente.  

Quanto a quello che ci aspetta, nessun problema e prendiamo una delle frasi più celebri di Albert Einstein: «Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché non arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa».

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