sabato, Maggio 8

Da Enduring Freedom alla minaccia Isis, seconda parte Gli ultimi avvenimenti figli della politica USA del 2003, all’alba del nuovo Stato iracheno

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isis iraq apr

Ad undici anni dall’invasione statunitense dell’Iraq e dalla caduta di Saddam Hussein il vaso di Pandora iracheno esplode nuovamente, riportando alle cronache questa nazione e riesumando per Washington vecchi problemi mai risolti. Dopo la spettacolare offensiva dei jihadisti dell’Islamic State of Iraq and Sham nel Paese, il Presidente Barack Obama tentenna, promettendo aiuti ma ‘non troppi’ al Governo iracheno in previsione di una controffensiva governativa contro i militanti islamici. Tuttavia, nonostante il fenomeno ISIS possa sembrare un elemento nuovo nella geografia politica mediorientale, in realtà esso è la diretta conseguenza degli errori commessi dagli Stati Uniti nel 2003, all’alba della riedificazione del nuovo Stato iracheno.

In questo approfondimento di due puntate (qui potete trovare la prima) cercheremo di analizzare il perché, attraverso la ricostruzione storica della gestione statunitense dell’Iraq da Enduring Freedom fino al ritiro del 2011, passando per il Surge di Petreus, ed evidenziando i problemi irrisolti che ancora oggi affliggono il Paese mediorientale.

 

Il Surge statunitense contro al-Qaeda

In un discorso televisivo nazionale, il 10 gennaio 2007, il Presidente americano George W Bush annunciava la nuova dottrina ai cittadini americani e all’intera comunità internazionale: «l’America cambierà la propria strategia per aiutare gli iracheni a porre fine alle violenze confessionali e per dare maggiore sicurezza al popolo di Baghdad e dell’intero Paese[…] Questo richiederà un aumento di  20.000 soldati americani in Iraq[…]» con la stragrande maggioranza di essi che verrà distribuito a Baghdad. Era con queste semplici dichiarazioni, che comportavano una cesura netta rispetto alla strategia seguita fino ad allora, che l’amministrazione repubblicana stava infine effettuando un drastico ripensamento delle priorità degli Stati Uniti all’interno del Paese arabo.

 In realtà,  quello che si stava verificando, non era tanto una modifica a livello tattico nella gestione della guerra, in cui le tecniche standard di anti-insurrezione, lotta al terrorismo e peacekeeping erano già applicate efficacemente dai comandanti locali, ma era soprattutto un cambiamento a livello strategico: determinare le priorità delle azioni da compiere per affrontare ciascuno dei problemi che compongono la campagna militare, decidere dove spendere le risorse e, soprattutto, sviluppare guidelines per le truppe affinché si potesse “leggere l’ambiente” e capire come cambiava nel tempo. L’Iraq dei primi mesi del surge era infatti il luogo più pericoloso del mondo, un ambiente spietato che puniva il più piccolo errore tattico e dove trovare il nemico era molto più difficile che ucciderlo o catturarlo. L’Esercito statunitense si stava scontrando con un avversario contro il quale le forze di terra non erano state addestrate a combattere e, la guerra prolungata contro una guerriglia urbana dimostratasi micidiale unita al ripetuto utilizzo delle stesse unità di riserva nel servizio attivo, avevano causato un overstretching dell’Esercito americano che stava provocando un notevole deficit nel numero di soldati e armamenti.

Dal 2004 al 2006, la guerriglia in Iraq era scivolata da una politica prettamente anti-americana verso una dominata da elementi confessionali ed alimentata da estremismi religiosi, determinando una esponenziale impennata nelle violenze. Fino a quando il conflitto era essenzialmente una rivolta anti-americana, la strategia di Washington si era focalizzata sul rafforzamento delle forze di sicurezza irachene che riducesse al minimo il ruolo americano nelle operazioni militari di prima linea, ed era tendenzialmente corretta poiché inserita nell’ottica di una guerriglia nazionalistica contro l’occupante straniero. Ma, all’inizio del 2006, i ribelli avevano preso l’iniziativa strategica cambiando ed estendendo la natura del conflitto e rendendo la strategia del periodo iniziale non più adeguata.

Il supporto nella contro-insurrezione è infatti più efficace quando vi è una presenza minima delle forze straniere, cosa che gli Stati Uniti avevano tentato fino ad allora. Tuttavia, il mantenimento della pace, che è la risposta appropriata a una guerra civile confessionale o etnica, richiede una significativa presenza militare per riuscire a svolgere il ruolo di mediatore. Vari studiosi hanno proposto il Vietnam come modello di paragone con l’Iraq anche se, per molti esperti militari, lo era solo in minima parte. Questo perché, a differenza dell’esperienza vietnamita, se dovessimo tracciare analogie storiche per cercare di descrivere la problematica gestione della capitale irachena nella seconda metà del 2006, per gli Stati Uniti pacificare Baghdad sarebbe stato come cercare contemporaneamente di sconfiggere i Vietcong (insurrezione), ricostruire la Germania (processo di nation-building successivo a guerre e dittature), mantenere la pace nei Balcani (conflitto etnico e confessionale), e sconfiggere l’IRA (terrorismo interno).

 Queste cose sarebbero dovute essere fatte tutte allo stesso tempo, nello stesso luogo, e con piccoli cambiamenti di rotta nella gestione delle politiche che influenzavano significativamente gli altri. Era sulla base di queste differenti prospettive, anche contrastanti tra di loro, che il generale statunitense David Petraus stava organizzando la propria strategia. Da una parte la presenza di molteplici problemi la cui risoluzione era vitale per la riuscita dell’impresa, dall’altra l’impossibilità di procedere contemporaneamente alla risoluzione degli stessi. La protezione della popolazione divenne l’obiettivo principale di Washington perché era l’unica strategia che aveva qualche possibilità di successo alla luce di un contesto in cui era già in corso una profonda frattura tra la società civile e la guerriglia, e tra quest’ultima e le comunità irachene.

L’aumento della presenza militare era inoltre la logica conseguenza della volontà di Washington di creare uno spazio sicuro per i gruppi politici e sociali che volevano impegnarsi in una riconciliazione nazionale con principi e politiche comuni. I ventimila soldati inviati da Bush e posizionati all’interno dei quartieri di Baghdad affinché riprendessero il controllo della città rispondevano proprio a questo: poter dimostrare l’esistenza di queste forze contrastanti. L’importanza della capitale irachena d’altronde era anch’essa fondamentale.

Nel corso del 2006 più del 50% degli attacchi in tutto il paese si era concentrato entro i confini della capitale e migliorare la sicurezza sarebbe stato, fisicamente e psicologicamente, la manifestazione della rinnovata presenza governativa e americana nel Paese. Per raggiungere lo scopo di pacificazione si sarebbero dovute poi integrare due ulteriori fondamentali priorità: sostenere il movimento popolare contro al-Qaeda ed inserire i guerriglieri sunniti nel processo politico. Carri armati vennero posizionati a protezione delle case dei leader della comunità sunnita, si utilizzarono droni americani per proteggere i vecchi nemici dagli attacchi dinamitardi dei terroristi, si offrì sostegno militare ed economico alla comunità, ed una parvenza di normalità per tutta la popolazione. Gli Stati Uniti d’altronde avevano il proprio incentivo a cooperare con gli insorti. Durante tutto il 2006 il numero totale di morti americani in Iraq stava diventando rapidamente insostenibile e, il generale David Petraus, cercava a tutti i costi di ridurre rapidamente le perdite e il modo più efficace per farlo diventava quello di stringere accordi con i ribelli, divenuti improvvisamente più flessibili nel negoziare.

Sul terreno, le forze americane cominciarono a costruire dei “muri” dentro e fuori Baghdad per separare gli agglomerati sunniti da quelli sciiti, ed impedire così un ulteriore aggravamento degli scontri interconfessionali. Istituirono inoltre una presenza permanente nei quartieri misti più pericolosi mentre nello stesso tempo si cercavano nuovi modi per difendere mercati, quartieri, e strade principali. Costruiti avamposti ben difendibili all’interno dei quartieri della capitale, si sganciarono successivamente le truppe di terra dai grandi mezzi corazzati che fino ad allora avevano protetto ogni loro movimento all’interno dei centri abitati, e si implementò il contatto con la popolazione come previsto dal generale statunitense. In realtà, la scelta dei tempi per uno shift strategico, è cruciale tanto quanto il suo contenuto e, alla fine del 2006, le condizioni in cui si trovava il paese avevano modificato inesorabilmente la traiettoria del conflitto così come era stato fino ad allora, permettendo al generale americano di poter sfruttare le dinamiche sul campo a proprio favore.

Al Qaeda e Moqtada al-Sadr: le jihad sante

Precedentemente al Surge deciso da Washington in Iraq, dal 2003, si erano innestate temporalmente due successive jihad che avevano fatto scivolare repentinamente il Paese nel caos. La jihad sunnita era stata la prima in ordine cronologico ad esplodere, ed era stata il volano principale della violenza nel Paese grazie soprattutto al matrimonio di interessi stipulato con i jihadisti stranieri e locali che formavano il gruppo di al-Qeda in Iraq. I due soggetti condividevano molti obiettivi comuni: colpire gli americani, impedire il trionfo degli sciiti, riportare i sunniti alla loro posizione di potere. Per i ribelli sunniti, la presenza di jihadisti stranieri serviva inoltre anche a deviare l’attenzione delle forze statunitensi dalla comunità e, fino ad un certo punto, gli eccessi di al Qaeda, come il tentativo di imporre il rigoroso stile di vita wahhabita vietando apparecchi musicali e satellitari e obbligando le donne a coprirsi interamente, dovevano essere tollerati.

Ma per al-Qaeda, i legami con i ribelli dipendevano anche da due ulteriori scopi che andavano ben oltre l’obiettivo comune di intaccare la predominanza sciita e che, infine, si sono scontrati con gli stessi interessi dei sunniti iracheni. Il primo era quello di stabilire un emirato islamico dominato dalle forze di al-qaeda e che fungesse come base per attuare il jihad contro i nemici al di fuori dell’Iraq. Il secondo era quello di ottenere una posizione preminente in seno alla rivolta e quindi, di bloccare un accordo di condivisione del potere tra Baghdad e nazionalisti sunniti, che avrebbe comportato la sconfitta del network di Osama Bin Laden. L’entusiasmo dei sunniti iracheni per l’alleanza è inoltre scemato parallelamente ai tentativi di al Qaeda di affermare la sua leadership.

Nel mese di ottobre 2006, il network jihadista aveva proclamato la costituzione di uno Stato islamico in Iraq chiedendo ai leader degli insorti sunniti di giurare fedeltà al nuovo comandante jihadista Abu Omar al-Baghdadi, il cui nome avrebbe dovuto significare una origine autenticamente irachena. Per gli insorti nazionalisti, accettare la dichiarazione di uno stato separato e cedere la leadership ad al-qeda aveva poco senso. In questo modo si sarebbe alimentato il processo di decentramento incoraggiato proprio dai curdi e dagli sciiti per consolidare i loro feudi determinando, soprattutto per i sunniti, un ulteriore riduzione nell’accesso ai potenzialmente enormi ricavi petroliferi. Ma anche la violenza jihadista nei confronti della comunità sunnita determinava un ulteriore distanziamento degli insorti. Le uccisioni dei leader e delle loro famiglie innescarono una ritorsione che in base al codice clanico vigente tra i vari gruppi sunniti, incrinò di fatto l’alleanza aprendo la porta a una maggiore cooperazione sistematica tra le tribù e le forze degli Stati Uniti.

Con il monopolio della violenza nelle mani di al-qeda, ai gruppi armati sunniti rimanevano solo due opzioni: o scontrarsi con il network di Osama Bin Laden e negoziare con gli Stati Uniti, o continuare a combattere gli statunitensi ed aderire allo Stato islamico dell’Iraq, che avrebbe diviso definitivamente il paese. Dopo la sconfitta contro gli sciiti nella battaglia di Baghdad, conquistata dal famigerato Esercito del Mahdi, e con l’arrivo di ulteriori truppe statunitensi nel Paese, molti sunniti iracheni erano decisamente favorevoli alla prima opzione, che segnava l’inizio del “risveglio” sunnita. In breve, lo scollamento avvenuto tra la guerriglia di natura jihadista e la maggioranza sunnita dei baathisti ormai stanchi della terribile violenza creata da al-Qaeda nel Paese, produsse un efficace riduzione della guerriglia antiamericana insieme ad un notevole calo delle violenze. L’istituzione del Consiglio del risveglio iracheno infatti comportò un vero e proprio capovolgimento di fronte; le maggiori tribù sunnite iniziarono a dare la caccia ai combattenti di al-qeda con l’aiuto degli statunitensi e cominciarono, nello stesso tempo, a dialogare con questi ultimi.

Nel fronte sciita, a partire dal 2006, in risposta ai violentissimi attacchi portati avanti in chiave confessionale dai gruppi jihadisti e sunniti, la comunità aveva abbracciato una vera e propria jihad religiosa, in aggiunta a quella anti-americana, che aveva comportato una radicalizzazione di tutte le componenti e che aveva fatto emergere in maniera esponenziale il consenso popolare per una generazione profondamente nazionalista e xenofoba, di cui Moqtada al-Sadr e il suo Esercito del Mahdi erano la massima espressione. Il premier iracheno sciita Nouri al-Maliki all’inizio del 2007 era stretto tra due fuochi: da una parte gli interessi degli Stati Uniti che continuavano a criticare il primo ministro per la sua scarsa fermezza contro le forze sadriste, dall’altra la maggioranza in parlamento scaturita dalle elezioni costituenti del 2005 e che dipendeva in larga parte dai politici affiliati alla milizia sciita.

L’autonomia del governo di Baghdad infatti, all’alba del Surge, era pesantemente influenzata dai partiti religiosi che avevano contribuito alla vittoria di Maliki, ed era fortemente infiltrata da miliziani sadristi a tutti i livelli di governo. Inoltre, quando nel gennaio 2007 Bush sorprese il mondo annunciando il surge in Iraq e ordinando che la massima priorità fosse il riconquistare il controllo di Baghdad, fu una mossa strategica destinata ad incidere profondamente nella legittimazione dell’Esercito del Mahdi, che emergeva ora come il vero vincitore nella battaglia per il sud dell’Iraq. A quel punto, per Maliki, la promozione di politiche governative miranti a ridurre l’influenza delle milizie sciite e spianare la strada per un loro eventuale disarmo era diventato ormai un suicidio politico. L’incremento delle truppe americane, se da una parte aveva sicuramente comportato una riduzione della violenza da parte delle milizie sciite contro i sunniti, dall’altra aveva anche permesso che le milizie di Moqtada al-Sadr potessero ulteriormente amalgamarsi nelle forze di sicurezza irachene ed espandere e consolidare il loro dominio in altre parti del paese sostituendosi, di fatto, all’esercito americano ed iracheno nella gestione della sicurezza di intere aree.

 Il Surge in Iraq aveva un obiettivo principale: abbassare il livello di violenza tra le strade irachene e limitare al massimo i caduti statunitensi per permettere alla Casa Bianca di dimostrare all’opinione pubblica statunitense l’avvenuta pacificazione del Paese, e la possibilità di un dignitoso ritiro. Per farlo, il generale, aveva aumentato l’influenza degli Stati Uniti nei settori chiave, aveva stretto alleanze tattiche con i gruppi sunniti maggiormente cooperativi, ed aveva incentivato il passaggio ad una strategia di contro-insurrezione che mettesse in risalto la protezione della popolazione, aiutato anche dalla componente sciita. Alla fine dell’estate dello stesso anno, le violenze erano in calo e gli scontri tra i due gruppi confessionali cominciavano a diminuire drasticamente. La sicurezza a Baghdad e in altre zone del paese era notevolmente migliorata e il Premier iracheno si dimostrava all’altezza della situazione nel saper controllare la violenza interconfessionale all’interno del suo governo e nelle forze di sicurezza.

A differenza delle operazioni di gestione della sicurezza nella Baghdad degli anni precedenti, questa volta l’Esercito iracheno si dimostrava molto più efficace e stabile, supportato anche dall’evoluzione di un sistema politico che faceva sperare per una rapida stabilizzazione dell’esecutivo di Maliki. Anche il netto miglioramento dell’apparato militare americano e dell’intelligence dopo i primi quattro anni di conflitto era stato fondamentale per la buona riuscita della strategia; dai soldati e marines, passando per gli ufficiali fino ai generali, la maggiore esperienza, la conoscenza del campo di battaglia, un migliore equipaggiamento e formazione culturale, unite a tattiche sperimentate di migliore qualità, avevano notevolmente aumentato l’efficacia delle politiche di stabilizzazione. Questo aveva significato che le nuove forze previste dal Surge erano state in grado di gestire la sicurezza della popolazione attraverso la presenza permanente sulle strade, massimizzando al massimo l’effetto mediatico che ne era scaturito.

Sul piano politico, invece, era chiaro che il dialogo nazionale e il raggiungimento di obiettivi comuni tra le varie componenti dello stato iracheno non tenevano il passo con i risultati ottenuti sotto il punto di vista militare. I gruppi politici iracheni continuavano a rappresentare gli interessi dei loro partiti politici, o, nel migliore dei casi della loro confessione, e tutto il sistema statale su cui reggeva lo Stato iracheno continuava ad essere lottizzato tra le varie comunità a discapito di una reale concezione nazionale dell’Iraq. Anche se il surge aveva infatti indiscutibilmente portato vantaggi nella gestione della sicurezza, per farlo aveva dovuto “riaccendere” inevitabilmente tutte le forze che hanno tradizionalmente minacciato la stabilità del Medio Oriente: ossia il tribalismo, il confessionalismo, ed i signoraggi di guerra. La strategia di Petreaus era basata principalmente nel ridurre le vittime nel minor tempo possibile ma, tale impostazione di breve periodo, aveva inevitabilmente indebolito la prospettiva di una reale coesione dell’Iraq nel futuro, rivitalizzando nuovamente i legami tribali all’interno del Paese e favorendo la crescita dei signori della guerra.

Dando alle tribù, specialmente sunnite, armi e denaro senza disciplinare i loro rapporti con lo stato, le autorità statunitensi hanno permesso a questi gruppi di competere con lo stesso governo centrale per il controllo del territorio locale, e per gestire tutto quello che riguarda gli introiti illeciti. Vale la pena notare, inoltre, come i signori della guerra non siano solo un fenomeno esclusivamente sunnita, ma siano presenti anche tra le comunità curda e sciita, i cui criminali sono stati altrettanto abili a sfruttare la precaria situazione di sicurezza nel paese a loro vantaggio. Ma la strategia degli Stati Uniti ha anche comportato un peggioramento del confessionalismo. Per molti sunniti la riconciliazione promossa dal Surge significava una restaurazione, e non una inclusione nella condivisione di competenze nella gestione dello stato. Invece di scoraggiare questa visione, l’evoluzione del Surge dal basso verso l’alto ha favorito l’impressione che Washington avessero finalmente riconosciuto un ruolo strategico ai sunniti, cosa in realtà non giustificata.

Gli sciiti ed i curdi avevano nozioni nettamente differenti su che cosa significasse riconciliazione. Per i curdi, la riconciliazione significava il rispetto delle loro richieste di autonomia politica così come per i loro potenziali guadagni petroliferi. Gli sciiti tendevano a sottolineare la necessità della giustizia prima della riconciliazione. La comunità sciita chiedeva infatti che essi fossero compensati per le sofferenze patite per mano del precedente regime e questo richiedeva la subordinazione della popolazione sunnita dell’Iraq. Alcuni leader sciiti sfidavano questo pensiero, come l’eminente ayatollah iracheno Al-Sistani; Moqtada al-Sadr aveva invece chiarito fin da subito che la violenza era un arma legittima per ottenere l’egemonia sciita, con il governo di Maliki che non mostrava alcuna volontà di allontanarsi dal pensiero sadrista e dalla maggioranza degli sciiti. D’altronde, il Surge si era innestato parallelamente ad un accelerazione della pulizia confessionale da parte degli sciiti nei confronti dei sunniti in tutta Baghdad e nel resto del paese, e l’Esercito americano non aveva potuto fare altro che constatare tale realtà di fatto. Ma, aldilà di questi notevoli problemi interni e le numerosissime incognite per il futuro del paese, l’obiettivo fu raggiunto: la percezione generale della comunità internazionale e del popolo americano di fronte a tali risultati, fu quella di una brillante vittoria del generale Petraeus, capace in una sola mossa di vincere i ribelli e pacificare il paese. Una volta stabilizzata la situazione sul terreno la Casa Bianca, che nel frattempo aveva cambiato inquilino con l’elezione del Democratico Barack Obama, stava già preparando una dignitosa exit strategy che conducesse le truppe statunitensi al di fuori del pantano iracheno come poi effettivamente avvenne durate il dicembre del 2011.

La seconda rivolta sunnita?

Come precedentemente evidenziato, la “temporanea” pacificazione tra le varie componenti della società irachena non aveva risolto i problemi di fondo e nel 2011 la ghettizzazione dei sunniti era ormai una realtà di fatto, con il Governo sciita di Nouri al-Maliki che continuava a perseguire politiche esplicitamente confessionali a scapito della minoranza sunnita. Il ritiro degli Stati Uniti infatti non faceva altro che suggellare la situazione. Alla fine del 2013, come nel 2006, gli elementi che potenzialmente potevano far precipitare nuovamente la situazione ci sono tutti: l’esclusione della comunità sunnita ed il risentimento verso l’autorità centrale di Baghdad, il perenne stato di anarchia delle provincie di al-Anbar e Salaheddin, l’esasperazione dell’odio interconfessionale che trova nella guerra civile siriana un perfetto incubatore, la rinnovata presenza di gruppi jihadisti nell’equazione politica irachena. 

L’attuale situazione in Iraq è infatti parallela all’aggravarsi della combinazione di tutti questi elementi.  L’ISIS, la milizia che in poche settimane ha messo a ferro e fuoco metà del territorio iracheno, è l’acronimo inglese di Islamic State of Iraq and Sham, un gruppo nato nell’aprile del 2013 dalla costola irachena di al-qeda che ha come obiettivo principale la creazione di un califfato transnazionale tra Iraq e Siria. Il gruppo è guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, ex luogotenente di Zarkawi e vecchia conoscenza della CIA, che è riuscito a sopravvivere e riorganizzarsi (si stima siano migliaia gli operativi del gruppo tra cui moltissimi combattenti stranieri provenienti da ogni parte del globo ed organizzati in brigate suddivise in base alla nazionalità) grazie alla guerra contro Damasco, dove ha ottenuto numerosi successi in campo militare. 

A marzo 2013 l’ISIS ha infatti preso il controllo della città siriana di Raqqa, il primo capoluogo di Provincia a cadere in mano ai ribelli, e continua a tenere sotto la propria amministrazione almeno la metà della vicina città di Deir Ezzour, utilizzando questa zona come testa di ponte per le incursioni in Iraq. Nel gennaio del 2014, capitalizzando la crescente tensione tra tribù sunnite e il Governo a guida sciita è riuscita a conquistare la città di Falluja, nella provincia occidentale di Anbar, ponendo sotto il proprio controllo anche Ramadi e ampie zone intorno alla città e lungo tutto il confine siriano e turco.  La strategia utilizzata dal gruppo jihadista viaggia principalmente su due binari: da una parte acquisire l’autonomia finanziaria grazie ad attività illecite come il contrabbando e l’assalto agli istituti di credito (durante l’assalto a Mosul sono stati prelevati dall’ISIS circa 470 milioni di dollari dalla Banca Centrale della città) nonché con attività di gestione delle “tasse” nei territori sotto il loro controllo. Dall’altra raggiungere un certo grado di indipendenza militare grazie alle requisizioni di sistemi d’arma, munizioni, e veicoli dagli eserciti nemici e gruppi rivali.

Una ulteriore tecnica adottata dal gruppo di Baghdadi è quella di assaltare le prigioni al fine di liberare quanti più miliziani appartenenti alle fila dei jihadisti. A questo proposito è utile ricordare lo spettacolare attacco condotto nel luglio 2013 contro le prigioni di Abu Graib e Taji, dove sono stati liberati tra i cinquecento e mille combattenti. Ma è soprattutto nel giugno 2014, con la conquista di Mosul, che le onde d’urto di questa nuova formazione arrivano nella scena internazionale sconvolgendo le ambasciate di mezzo mondo e chiamando nuovamente in causa gli Stati Uniti in una questione che a Washington credevano definitivamente chiusa.  Il Presidente statunitense Barack Obama nei giorni successivi si è subito affrettato a dichiarare di “non voler inviare nuovamente delle truppe in Iraq”, ma è ben conscio delle conseguenze geopolitiche che la presenza dell’ISIS nel paese e la possibile conquista di Baghdad da parte degli estremisti comporterebbero per gli interessi degli Stati Uniti nella regione.

Se da una parte ha quindi chiarito come qualsiasi coinvolgimento nel paese sarà limitato, dall’altra ha aumentato la pressione sul Governo iracheno al fine di sviluppare una linea politica che abbia l’obiettivo di risolvere e superare le divisioni confessionali. Nello stesso tempo, si prepara al peggio inviando trecento consiglieri militari che forniranno supporto alle truppe di Baghdad nell’offensiva contro l’ISIS e per eventuali raid con i droni contro le infrastrutture jihadiste. Washington ha quindi scelto una via di mezzo, puntando per adesso sulla carta politica, e cercando di isolare l’ISIS dalla comunità sunnita al fine di costruire un tavolo di dialogo con il Governo di Baghdad. Nel 2008 la strategia funzionò, non è però sicuro possa accadere di nuovo.

 

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