sabato, Luglio 24

Cultura e diplomazia: la strategia dell’Ue nelle relazioni culturali internazionali

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L’Europa è una superpotenza culturale. È questo l’elemento che forse la caratterizza maggiormente nei confronti del resto del mondo e di cui essa deve prendere pienamente coscienza per la sua strategia diplomatica mondiale nel combattere la sua battaglia con il suo ‘soft power’, con l’arma della cultura.

Lo dice Luca Jahier, Presidente del gruppo III  del Comitato Economico e Sociale Europeo che si occupa di ‘Lavoro, Affari sociali e cittadinanza’. Jahier è il  relatore del parere che il CESE ha presentato alla sua recente sessione plenaria a fine maggio  a Bruxelles. “Due sono le direzioni verso cui l’Europa ha un ruolo preponderante: l’aiuto umanitario e la standardizzazione dei diritti” dice Jahier secondo cui “grazie alla cultura l’Europa potrebbe contribuire a far meglio capire  al mondo intero il suo messaggio”.

L’Europa ha un disperato bisogno di risorse costruttive  come sport e cultura. Ma rispetto al primo, la cultura è la meno competitiva e forse per questo la più vicina al pubblico.  Mentre lo sport incita alla partecipazione ma spesso “riflessa” dalle imprese di atleti e sportivi “famosi” in cui magari il pubblico si identifica partecipando però dalla “poltrona”, la cultura è invece basata su una “imprenditorialità di strada, aperta a tutti e di questo c’è ora più che mai bisogno come di un ponte che aiuti a sviluppare il dialogo”.  E lo abbiamo visto purtroppo con fin troppa evidenza  nelle recenti distruzioni di famosi reperti archeologici di estrema importanza culturale da parte dei responsabili dell’Isis: “se un regime vuole eliminare la base su cui poggia l’intesa e la storia di un popolo comincia appunto dalla cultura”, distruggendola, osserva Jahier.

Oltre al suo valore ‘immateriale’  e ‘diplomatico’, la cultura è anche un importante “veicolo di progresso economico e di intensificazione degli scambi commerciali. Si calcola che 30 milioni di persone nel mondo sono impegnate nel settore culturale: basti pensare ai progetti europei come le città ‘capitali europee della cultura’ (nel 2019 per l’Italia ci sarà Matera) che contribuiscono con le loro iniziative a rilanciare messaggi nel mondo ma soprattutto a “dare un futuro alla cultura”.

Il problema però potrebbe essere il finanziamento delle iniziative culturali perché  secondo molti politici ‘la cultura non dá pane’. “Assolutamente non vero“, dice Jahier, “perché ogni soldo investito in eventi culturali ha uno dei più alti ritorni finanziari”. “Certo“, aggiunge, “l’investimento di energie per realizzare progetti culturali spesso appare enorme  ma se si considera che tale investimento può servire come contro-narrazione per contrastare la propaganda negativa di poteri terroristici o dittatoriali si capirà anche che il problema delle risorse è un falso problema”.

Come far capire allora agli esponenti politici che le risorse investite in cultura sono ben spese?  Rafforzando la cooperazione nel settore del patrimonio culturale, incoraggiando anche la ricerca e l’innovazione nel settore,  risponde Jahier secondo cui le “attività culturali diventeranno esse stesse la fonte per la creazione di attività intelligenti e durevoli” e assicurando lo sviluppo del dialogo interculturale per garantire lo sviluppo di relazioni pacifiche tra le diverse comunità in ogni Paese e tra un Paese e l’altro.

Il coinvolgimento di tutti gli attori culturali deve essere fatto a più livelli, garantendo complementarietà e sinergie e coinvolgendo nelle attività culturali sia i governi (di ogni livello) sia le organizzazioni culturali locali e ovviamente la società civile  ma anche le autorità europee (come la Commissione e la sua Alta Rappresentante nel settore diplomatico Federica Mogherini) sia gli stati membri e i loro istituti di cultura.

La cultura nelle relazioni esterne dell’Unione non può essere considerata come un elemento neutro e indipendente dal contesto politico dei paesi interessati”  si legge nel parere presentato dal CESE. Che prosegue con una messa in guardia però affermando che “gli esempi presi dalla storia come dall’attualità mostrano che è possibile travisare l’uso della cultura e manipolarla per sostenere progetti autoritari, populisti o politici di ogni genere”.  Se è quindi vero che nell’ambito degli scambi europei la cultura è certamente al servizio di un progetto politico va però sottolineato che “contrariamente alla propaganda, gli scambi organizzati in ambito europeo sono importanti per permettere di esprimere i punti di vista di molteplici di diversi attori per giungere all’adozione di approcci pluralistici”.

È in questo che consiste la ‘strategia culturale europea’ proposta dal CESE che dovrà basarsi su quattro necessità strutturali: chiarire la governance a livello europeo, coordinare e offrire un sostegno supplementare ai singoli stati membri, precisare gli aspetti finanziarie valorizzare la rete degli attori culturali interconnessi come rappresentanti di una dinamica società civile della cultura.
È quindi importante che alla cultura venga riconosciuto il ruolo di pilastro dello sviluppo durevole di una società che dovrà andare ad aggiungersi agli altri tre ‘pilastri’ già riconosciuti, come quello economico, sociale e ambientale.

È in questa contesto che si è inserita a fine aprile la proposta del Parlamento europeo, sostenuta dalla Commissione europea che l’ha rilanciata nei giorni scorsi, di dichiarare il 2018  ‘Anno Europeo della Cultura’ per promuovere il ruolo del patrimonio culturale come fonte di ispirazione e innovazione e sostegno alla coesione sociale.

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