venerdì, Settembre 17

Cultura a Roma, anno zero field_506ffb1d3dbe2

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Roma monumenti

Lo stato di calamità nazionale che da anni connota i territori delle arti, delle lettere e dello spettacolo italiani non trova ancora risposte adeguate dalle istituzioni. Sembra che nulla importi a nessuno del teatro, del cinema, della divulgazione di libri, del mercato delle arti, dei sistemi museali o della musica. Continuiamo perciò ad assistere impotenti alla chiusura di luoghi o alla sospensione di attività che un tempo, intoccati, appartenevano alla grande tradizione culturale del Paese. E come se noi, tranne che ad Alitalia e ad altre industrie in rovinoso declino, possiamo rinunciare con assoluta leggerezza al respiro della Cultura, al segno del Bello. Quel che da anni accade a Roma è ad esempio una scellerata semplificazione di un pensiero vacante, secondo cui a tutto si andrà rinunciando senza batter ciglio, eccezion fatta per la festa del cinema, per il concertone di capodanno e per gli sprechi dell’Opera di Roma. Una lettera aperta rappresenta forse un ultimo atto disperato, ma in questo caso la destinataria merita la speranza di una missiva, perché è una persona di qualità, perché sa di cosa stiamo parlando, perché crede che indietro non si torni e che per qualche nuova destinazione occorra finalmente ripartire…

 

Gentile Giovanna Marinelli,

Lei ha assunto l’incarico di assessore alla cultura di Roma in uno dei periodi più decadenti della città, giudizio che prescinde da ogni comprensibile retorica dell’ottimismo. Dopo almeno dieci anni di sostanziale abbandono, Roma versa in una condizione di sfacelo, ossia cade a pezzi, annega nel traffico, nel caos e nella sporcizia. Qui non funziona quasi più nulla, qui non è stato avviato alcun progetto di integrazione sociale, qui non si è ancora lontanamente pensato a una possibile razionalizzazione del problema migratorio. Qui la Cultura non alberga più. E peggio ancora, non si ha la minima idea di come far ripartire una macchina che, per vent’anni almeno, aveva dato dei segnali di vitalità in un Paese che già cominciava a precipitare verso il collasso. E senza addossare colpe su coloro a cui sono state date responsabilità infinitamente più grandi delle loro capacità e delle loro competenze individuali, è chiaro come il sole che, dopo il triennio coraggioso di Umberto Croppi, la stella che si era accesa grazie a Renato Nicolini e a Gianni Borgna si è spenta del tutto. Ora, da Lei ci si aspetta una sorta di miracolo, e ancor di più lo si attende in virtù della sua conoscenza della macchina culturale romana e dei meccanismi, a volte labirintici e farraginosi, che la muovono.

Insomma, da dirigente abile e seria qual è, Lei avverte quanto “nazzichi” la scrivania alla quale ha iniziato a lavorare e naturalmente sa bene in che misura la grande stagione degli eventi e delle situazioni sorprendenti appartenga a un patrimonio del passato. Perché non ci sarebbero comunque euro a sufficienza per rilanciarla, perché quel mondo di occasioni e di mondanità è finito, perché il rapporto dei cittadini con la cultura e con le arti è mutato. Ma in questo caso, la fine di un’epoca non rappresenta soltanto un cambio di stile, un trasferimento delle opportunità, bensì rileva della drammatica emergenza che investe i sistemi culturali nel loro complesso. Ne citerei tre, in agonia: teatro, cinema, filiera editoriale. È un’emergenza che riguarda l’Italia intera senza eccezioni, una nazione che è stata avvilita da una classe politica inetta e ignorante, che in maniera imbecille scherzava sul fatto, falso, che con la cultura non si mangiasse. È un’emergenza che racconta di una povertà intellettuale crescente, di un analfabetismo montante, di una cretineria e di una violenza che spesso sopraffanno l’intelligenza e il dialogo.

Eppure, qualche esempio di buona intenzione, qui e lì, va annoverato, come quello di Milano per il suo concreto sostegno alle librerie cittadine, come quello di aree in cui vengono protetti gli spazi teatrali e cinematografici. A Roma sembra invece che tutto possa chiudere, fallire, essere dimenticato, perché null’altro che l’intervento del denaro pubblico appare concepibile in difesa degli spazi culturali. Eppure sappiamo che non è così. Sappiamo che non si tratta di inventare o rilanciare serate, festival, fiere… C’è bisogno di ricreare e di ricostruire tutto, o quasi, dalle fondamenta, altrimenti, tempo cinque anni, Roma non avrà più librerie, teatri e cinema di qualità. Una città culturalmente desertificata. Non c’è spazio sufficiente, cara Giovanna Marinelli, per entrare nei dettagli di quella che sarebbe una ristrutturazione epocale. Al di là delle case di rappresentanza, al di là delle feste (o dei requiem) del cinema, delle fiere contro le librerie e coi piccoli editori strozzati dai monopoli, al di là di una ‘estate romana’ che sarebbe già bellissima se solo i suoi impianti funzionassero normalmente come già dovrebbero fare in inverno… Al di là di tutto ciò che è stato e che oggi non è che il simulacro di un tempo perduto, se Lei intervenisse con la giusta chiarezza sulle tante anomalie del circuito culturale della capitale d’Italia, ebbene muoverebbe un primo passo decisivo per una rinascita vera. E il suo assessorato godrà della stima e della riconoscenza che avranno meritato quei fondamentali atti di coraggio politico e culturale che le tristi circostanze attuali le stanno suggerendo di compiere. Con grande fiducia, a nome di numerosi romani.

 

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