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Cucchi, Regeni, Zaki. Italia ed Egitto: due Paesi, tre storie 22 ottobre 2021: 12 anni dalla morte di Stefano Cucchi

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Sono 12 anni oggi dalla morte di Stefano Cucchi. Sembra l’inizio di un noir francese, purtroppo non è un film la storia tragica che lega il destino di tre giovani uomini: Cucchi, Giulio Regeni, Patrick Zaki. Tre vittime di abuso di potere e torture. E violenze in carcere.

Le due democrazie, italiana ed egiziana, sono il palco su cui si svolgono queste tre vicende.

Stefano Cucchi arrestato il 15 ottobre 2009, morto sette giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini di Roma.

I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma nelle motivazioni della sentenza al processo per la sua morte parlano di un pestaggio con “modalità violente, un’aggressione ingiustificata e sproporzionata”, condannando a 13 anni per omicidio preterintenzionale i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Rilevando anche la sproporzione tra l’alterco Di Bernardo-Cucchi e la portata dell’aggressione al ragazzo alla quale si unì il D’Alessandro. Le modalità violente con cui è stato consumato il pestaggio ai danni dell’arrestato, gracile nella struttura fisica, esprimono una modalità dell’azione che ha superato la semplice intenzione di reagire alla mera resistenza opposta alla esecuzione del fotosegnalamento, si legge ancora nella sentenza.

Altro lato del mediterraneo. Egitto. Cairo. Il 25 gennaio 2016 viene diffusa la notizia della scomparsa di Giulio Regeni. I suoi amici su Twitter lanciano l’hashtag #whereisgiulio. Si scoprirà poi che Giulio è stato prelevato da sconosciuti alla stazione Dokki della metropolitana. Qalche settimana dopo un corpo con evidenti segni di tortura viene ritrovato sul ciglio di una strada di un paese non lontano dal Cairo. Nella stessa giornata arriverà la conferma che si tratta del giovane ricercatore italiano. Il corpo senza vita del ricercatore universitario fa ritorno a Fiumicello, il paese friulano dove era nato.

A marzo 2016 l’Egitto sostiene di avere ucciso gli assassini di Regeni. Sarebbero i membri di una banda criminale, morti in una sparatoria con la polizia. Il Ministero dell’Interno annuncia inoltre che nell’abitazione della sorella del capobanda è stata recuperata una borsa con i documenti d’identità di Regeni. Nel frattempo la televisione egiziana trasmette un video in cui si vede Regeni parlare con Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti egiziani. Affermerà di avere denunciato il ricercatore italiano credendolo una spia. Il 14 ottobre del 2021, al processo nel bunker di Rebibbia per l’assassinio, non sono mancati soltanto gli agenti dei servizi segreti egiziani accusati di averlo rapito, torturato, ucciso, né i loro superiori. Sono mancati pure i docenti dell’Università di Cambridge, quei suoi insegnanti che gli avevano suggerito di approfondire le indagini, con particolare riferimento alle tendenze politiche e all’organizzazione dei sindacati egiziani legalmente non riconosciuti dal regime. Compito pericoloso e avventato assegnato a un semplice seppur bravo studioso. È costato la vita al ventottenne udinese.

Non lontano dal Cairo un altro studioso, un altro ricercatore, Patrick Zaki, attivista e studente all’Università di Bologna, egiziano classe 1991 naturalizzato italiano, è attualmente incarcerato. In detenzione preventiva da quasi 700 giorni. La sua esperienza universitaria italiana si interrompe quando viene sequestrato all’aeroporto del Cairo, in occasione di quella che avrebbe dovuto essere una pausa di relax dalla sua attività accademica. Zaki ora rischia cinque anni di reclusione per un articolo scritto nel 2019, le accuse a suo carico sono di diffusione di false notizie. Potrebbero costargli una condanna senza diritto di appello.

Due Paesi democratici. In qualche caso più che altro ‘democratici’. E un fil rouge che lega comportamenti analoghi. Ché pure nella democratica Italia…

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