lunedì, Agosto 2

Cuba-Usa, un nuovo modus vivendi?

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Con un vero e proprio colpo di teatro un Presidente USA alquanto ammaccato e un Presidente cubano realisticamente sornione, hanno annunciato la riapertura delle relazioni diplomatiche e, forse, la fine dell’embargo USA contro Cuba. Il ‘forse’ deriva dal fatto che, diversamente dalla ripresa delle relaziono diplomatiche, l’embargo è frutto di una legge e quindi occorre una legge per eliminarlo, almeno in linea di massima. Il Governo ha la competenza esclusiva sulla politica estera, ma le leggi le fanno i Parlamenti. Pare, dunque, che proprio facilissimo non sarà, dato che nel Parlamento statunitense la maggioranza non è certo dalla parte del Presidente. È anche verosimile che si porranno dei problemi giuridici non da poco, se effettivamente il Parlamento mantenesse in vita l’embargo.

Al di là del fatto in sé, su cui più avanti, mi ha colpito molto il riferimento ripetuto (se non sbaglio da entrambi gli statisti) di essere tutti americani. Sembra poco più di una battuta, ma a me pare molto, ma molto di più.
Fino a ieri  gli statunitensi si chiamavano tranquillamente e senza alcuna modestia ‘americani’, l’America era gli Stati Uniti, anche una delle canzoni patriottiche statunitensi si riferisce agli USA come America (‘America, the beautiful‘) specie quando si riferisce agli USA, anzi all’America, come il Paese su cui Dio ha diretto il suo sguardo benevolo e ha preparato il terreno ai ‘Padri Pellegrini‘ (non proprio degli stinchi di santi, si sa, ma il tempo addolcisce molte cose). Insomma, ora sono tutti americani, anche i cubani che con i Padri Pellegrini non hanno nulla a che fare.

La decisione pone fine ad una lunghissima ostilità, ad una guerra freddissima, condotta senza esclusione di colpi, si potrebbe dire, da entrambe le parti: in realtà da una sola, dato che la capacità di reazione da parte di una isoletta contro il colosso statunitense erano e sono inesistenti. Eppure, alla fine, dicono oggi vari commentatori, hannovintoloro, i cubani.

Cuba, in effetti, è stata fin dall’inizio, subito dopo la rivoluzione che scacciò dall’isola il dittatore Fulgencio Batista, la spina nel fianco dell’assolutamente anti-comunista Stati Uniti, preda dei postumi del maccartismo. Gli USA, infatti, non mancarono mai di opporsi, in nome della teoria della sovranità limitata -poi divenuta famosa ai tempi di Leonida Breshnev e Richard Nixon– ad ogni tentativo di instaurare in America, appunto in America tutta, regimi anche perfettamente democratici, ma socialisti o anche solo filo-socialisti. Basta pensare alla Repubblica Dominicana, al Guatemale e poi al Cile a Grenada; oggi assistiamo alle difficoltà della Bolivia, del Venezuela, ecc. L’America, quella centrale e meridionale, è sempre stata considerata negli USA come ilcortile di casa‘, dove comanda il padrone di casa: la famosa ‘dottrina Monroe‘. Ma Cuba no.

Poco dopo l’insediamento di Fidel Castro a Cuba, il neo eletto Presidente John Fitzgerald Kennedy autorizzò (leggi: ordinò) la fallimentare operazione di sbarco nella Baia dei Porci, respinta dalle forze armate cubane. Un’operazione assolutamente illegittima, dato che a Cuba era ‘solo’ accaduto ciò che nel diritto internazionale è perfettamente lecito, permesso e regolamentato: una ribellione contro una dittatura interna, ad opera del popolo, in attuazione del principio di autodeterminazione dei popoli, uno dei cardini del diritto internazionale contemporaneo. Ma in America, no: gli USA dimenticano spesso di esistere grazie ad una rivoluzione contro il sovrano al momento legittimo, la Gran Bretagna.

Colpisce, ma è assolutamente logico che sia così, che sia stato proprio quel Presidente amatissimo da tanti politicanti italiani (prima di tutti l’onorevole Walter Veltroni) a ordinare quella operazione di opposizione alla legittima volontà di un popolo, che, per piccolo che fosse, alla fine si ribellò ad una dittatura infame, amatissima dai vari Al Capone dell’epoca: nel terzo sequel del Padrino, se non sbaglio, se ne descrivono gli effetti, perfino comici. Ma, come dico, non fu quella operazione, che uno (nemmeno il primo) degli atti di violenza contro popoli dei quali non si condividevano le scelte. Fu, del resto, lo stesso Kennedy, quello che iniziò l’infausto intervento USA in Vietnam e che, mentre installava missili nucleari anti sovietici in Turchia si oppose fermamente e con successo alla installazione di simili missili appunto a Cuba.

Non che l’URSS, fosse da meno. È appena il caso di ricordare l’Ungheria nel medesimo periodo. La teoria, infatti, definita concettualmente da Breshnev, a novembre del 1968 al culmine della guerra fredda, che era stata debolmente contrastata proprio dallo stesso Kennedy e da Kuscev qualche anno prima, affermava in sostanza che i Paesi rientranti nelle cosiddette ‘sfere di influenza’ delle due super potenze, non ‘potevano’ letteralmente, non potevano non avevano il diritto di cambiare regime politico e alleanze strategiche, militari ed economiche.

Le due superpotenze, così affermarono il loro diritto a impedire a Paesi rientranti nei rispettivi sfere blocchi di cambiare alleanze e regime politico. Le sfere di influenza, quella divisione del mondo fatta a Yalta da  Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin (che si accingeva a esplicitare la dottrina della ‘cortina di ferro‘) veniva nobilitato a principio giuridico, quasi che il ‘blocco’ occidentale o orientale fosse una sorta di Stato federale. E quelle tesi, trovarono (ahimè anche oggi sembra che trovino di nuovo) fior di giuristi pronti a difendere le rispettive posizioni, con elaborate elucubrazioni scientifiche, tutte debolissime ed immotivate. In realtà era ed in parte sembra che torni ad essere, solo la logica delle grandi potenze, la logica del potere.

Un giurista statunitense, non certo sospettabile di filo comunismo, Thomas Franck dedicò un bellissimo studio (‘Word Politics: Verbal strategy among the suoerpowers‘, 1972) al tema, dimostrando che le due superpotenze avevamo dato in realtà luogo ad un vero e proprio conflitto, verbale di dichiarazioni dunque, in cui ciascuna ‘rilanciava’ sull’altra, fino a giungere alla teorizzazione vera e propria della citata sovranità limitata, definita esplicitamente da Breshnev, ma praticata di fatto da entrambi. Fino a quando l’ultimo atto sovietico fu la minaccia alla Polonia e l’invasione dell’Afghanistan, con le conseguenze che tutti conosciamo.

In questo quadro, Cuba è sempre stata la spina nel fianco, come ho detto prima, degli USA: un Paese comunista a mezzora di volo dagli USA, che restava orgogliosamente tale, tra l’altro nel sostanziale consenso effettivo della popolazione, nonostante quasi alla fame, non in grado più di vendere il suo inimitabile tabacco, il suo superbo Rum e la sua canna da zucchero.

Oggi, grazie anche all’opera di convincimento del Papa (anzi, dei Papi), ma, direi, anche per il grave indebolimento della leadership di Obama in USA, una Cuba senza più in prima linea illider maximo‘ (Fidel Castro) e gli Stati Uniti senza più grandi speranze di condurre in porto le grandi riforme annunciate, trovano, pare, un modus vivendi nuovo. Forse anche per l’esigenza di Obama di distogliere l’attenzione dai pasticci ucraini e iracheni.

Un modus vivendi, rispettoso, sarà un caso, ma per un giurista è una piccola soddisfazione che fa dormire per una volta più sereni, di quel documento finale della Conferenza di Helsinki sulla sicurezza in Europa (1975) in cui si afferma, accanto al principio di autodeterminazione dei popoli, quello per cui ogni Stato (sottolineo, Stato) deve essere libero di scegliere le proprie alleanze politiche, economiche e militari, senza interferenze esterne, anzi nel rispetto anche del divieto di usare la pressione economica per indurre uno stato, rispettoso dei diritti dell’uomo e dell’autodeterminazione, a modificare le proprie scelte politiche.

 

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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