sabato, ottobre 20

Cuba, si cambia? Il progetto di una nuova Costituzione rappresenta il tentativo di salvare l’economia del Paese, per salvare il potere e il regime ed evitare l’implosione generale

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Nella sessione del 22 luglio scorso, il Parlamento monocamerale di Cuba (Asamblea Popular) ha approvato (all’unanimità, come sempre avviene in un’istanza dove manca persino l’ombra di un’opposizione) il progetto di una nuova Costituzione, che a partire dal 13 agosto (giorno anniversario della nascita di Fidel Castro) sarà sottoposto a un lungo processo di consultazione popolare, che si concluderà a novembre e i cui esiti peraltro appaiono abbastanza scontati…

Il testo adottato contiene 224 articoli e sostituisce la Costituzione del 1976 che era di stampo chiaramente sovietico e tendeva ad edificare la ‘società comunista’, espressione ora cancellata nella nuova legge fondamentale.

Sulla carta molte sono le novità, anche se in via preliminare viene riaffermato il ‘carattere socialista’ del sistema politico cubano e il ruolo, ‘assolutamente preminente’ (anche nei confronti della stessa Costituzione!) del Partito Comunista  Cubano (PCC), che rimane  «la forza dirigente superiore dello Stato e della Società».

Queste le maggiori innovazioni. Viene modificata la struttura dello Stato, con la creazione delle figure del Presidente della Repubblica e del Primo Ministro (attualmente il Presidente del ‘Consiglio di Stato’ svolge le funzioni di Capo di Stato e Presidente dei Consiglio dei Ministri). Il  Presidente potrà essere rieletto una sola volta.

Si riconoscono diverse forme di proprietà, compresa quella privata, nell’evidente intento di incoraggiare il lavoro autonomo, ‘cunetapropista’, che con Raul Castro, malgrado gli sforzi, ha conosciuto uno sviluppo assai limitato. Viene tuttavia subito ribadito che è vietata la concentrazione di proprietà da parte di entità non statali. In che limiti e con quali modalità non viene chiarito. Come ha dichiarato il Presidente Miguel Díaz-Canel  , Cuba non avrà mai le caratteristiche di uno Stato capitalista.

Si riconosce il ruolo del mercato e degli investimenti esteri,  come importante strumento per lo sviluppo dell’economia. Lo Stato tuttavia continuerà a dirigere, regolare e controllare l’attività economica del Paese.

Si garantisce alla persona il godimento dei diritti umani in conformità dei trattati internazionali ratificati da Cuba. Anche se , come si sa, Cuba non ha mai ratificato le Convenzioni ONU sui diritti politici, civili,  economici e culturali dell’individuo.

Vengono eliminate le assemblee provinciali, sostituite da governi a livello regionale.

Si riconosce il matrimonio tra le persone dello stesso sesso. Misura strenuamente voluta da Mariela Castro, figlia di Raul, per cercare di offrire al mondo l’immagine di un Paese moderno e al passo con tempi. Tentativo piuttosto contraddittorio: si riconoscono cioè i diritti dei diversi (bene), ma si nega la libertà di espressione ai cittadini (male)!

In attesa del risultato della consultazione popolare che, ben pilotata come di consueto dal PCC, ratificherà il progetto approvato dal Parlamento, si può dire fin d’ora che la nuova Costituzione cubana sembra ispirata ad un solido pragmatismo teso, da una parte, a far finalmente decollare l’economia del Paese da decenni in fase di crisi o quanto meno di stagnazione, attraverso l’apertura costituzionalmente stabilita al mercato, alla proprietà privata, ad un limitato profitto, agli investimenti esteri (tutte cose assolutamente vietate durante l’era di Fidel Castro) e, dall’altra, alla conservazione del regime a partito unico, sindacato unico, pensiero unico, controllo dei media, dove è assente qualsiasi forma di opposizione politica. Il modello cinese insomma, che Raul Castro ha sempre ammirato, avuto come riferimento  e voluto trasportare a Cuba.

Per i dissidenti cubani la nuova Costituzione rappresenta, invece, solo una trasformazione cosmetica, concordata in qualche modo con l’UE (qualcuno arriva a pensare anche con gli stessi americani) per far credere che l’Avana sia rientrata nel novero dei Paesi ‘normali’ e quindi può ben essere ora destinataria di importanti investimenti, consistenti aiuti allo sviluppo, assistenze e crediti di vario genere, annullamento del debito estero ecc… Cuba si vuole accreditare, insomma, come la buona allieva che ha fatto i compiti a casa, merita un premio e, soprattutto, fiducia.

Con questa apparente apertura costituzionale, in effetti,  non ci sarebbero più le reticenze e le critiche rivolte dai Paesi democratici per atteggiamenti ritenuti troppo accondiscendenti verso un regime oppressore e ‘comunista’.  Che l’apertura poi sia reale, parziale o fittizia, ha poco importanza. E’ questione di facciata. Del resto se si possono concludere affari con la Cina, perché non se ne potrebbero fare con Cuba che, con la nuova Costituzione, ne imita il modello? Chi si preoccupa più dei diritti umani in Cina quando si concludono con Pechino colossali accordi commerciali?

In ogni caso, in prospettiva, poco cambierà per il popolo cubano, che rimane sempre escluso dalla democrazia partecipativa, perché la nuova Costituzione non prevede appunto la libertà di espressione, di associazione, di creazione di partiti politici, né un sistema elettorale che consenta elezioni libere e multipartitiche.

La via verso la democrazia è ancora lunga a Cuba. Ma qualche passo avanti con la nuova Costituzione viene fatto. O forse sarebbe meglio dire qualchepasso di lato’, perché la strategia di fondo è sempre quella perseguita da Raul Castro da dieci anni a questa parte: salvare l’economia del Paese, per salvare il potere e il regime ed evitare l’implosione generale che seguirebbe al crollo definitivo dell’economia.

Che il popolo allora, con le nuove ricette economiche (capitaliste), cerchi di arricchirsi (ma non troppo!) e lasci al Partito Comunista l’onere di governare il Paese.

Certo qualcuno potrebbe dire; meglio di niente! E’ vero, è ovvio. Ma non è certo sufficiente per pensare che sia iniziato il traghettamento di Cuba verso i lidi della democrazia.

Non rimane allora che sperare che le aperture previste dalla nuova Costituzione inneschino una dinamica che vada irresistibilmente ben oltre le intenzioni del legislatore, spingendo il Paese verso riforme politiche vere e proprie, che restituiscano ai cubani le libertà perse nel 1959, le potenzialità economiche represse durante mezzo secolo, le ricchezze e le risorse del Paese (agricole e industriali), lasciate deperire in maniera insensata da un sistema politico condannato dalla Storia e che in definitiva non ha offerto ai cubani né benessere né libertà.

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