sabato, Settembre 18

Cuba: quelle rimesse non riattivate che feriscono l’isola Ieri l'annuncio delle prime sanzioni contro Cuba della Presidenza Biden. Resta tutto da decidere circa la riattivazione delle rimesse che sono al centro della possibilità per i cubani di sbarcare ogni giorno il lunario

0

Joe Biden non si aspettava di doversi occupare di Cuba, e invece, i cubani lo hanno costretto a volgere lo sguardo a L’Avana. Domenica 11 luglio i cubani sono scesi in piazza in quelle che le cronache hanno subito raccontato come le più grandi proteste che l’isola abbia visto in oltre due decenni, lamentando mancanza di cibo e medicine, e contestando la gestione della pandemia di Covid-19 aggravata dalle sanzioni statunitensi. E forse Biden non si aspettava nemmeno questa calda estate 2021, preludio, come sostiene Elise Labott, editorialista di ‘Foreign Policy‘, di un picco di disordini globali post-Covid-19. Cosìl’Amministrazione Biden in tutta fretta ha dovuto aprire il dossier Cuba, trovandosi per certi versi impreparata -dall’arrivo alla Casa Bianca di Biden, le politiche di Cuba sono rimaste in revisione; Biden aveva promesso di allontanarsi dalla Trump di ‘massima pressione’ contro Cuba, ma nulla è stato impostato, e, anzi, la Casa Bianca aveva ammesso, all’inizio di quest’anno, che «un cambiamento della politica di Cuba non è attualmente tra le priorità principali del Presidente Biden»-, e dimostrando chiaramente di non sembra in grado di avviare undisgeloin stile Obama come da molte parti si era ipotizzato.

Ieri l’Amministrazione Biden ha battuto il primo colpo, facendo sentire che esiste, soprattutto dopo la pressione dei gruppi cubano-americani e di alcuni membri del Congresso che in questi giorni hanno criticato l’Amministrazione per non aver adottato un approccio abbastanza duro nei confronti del regime cubano, per quanto l’impreparazione di fondo non appaia per nulla superata. Non solo non ritira le sanzioni dell’era Trump, ma, anzi, ne aggiunge delle nuove. Si tratta di sanzioni che colpiscono la divisione del Ministero degli Interni cubano alla guida della repressione, nota come Boinas Negras(‘berretti neri’), e Alvaro Lopez Miera, alla guida del Ministero delle Forze Armate Rivoluzionariedi Cuba. Sanzioni imposte, ha precisato il Presidente Biden, per violazioni dei diritti umani a seguito delle proteste dell’11 luglio. E, ha dichiarato Biden, queste sono «solo l’inizio: gli Stati Uniti continueranno a sanzionare le persone responsabili dell’oppressione del popolo cubano».
Biden ha anche ribadito che l’Amministrazione sta «rivedendo la nostra politica delle rimesse per determinare come possiamo massimizzare il sostegno al popolo cubano», oltre che lavorare «a ripristinare la nostra ambasciata all’Avana per fornire servizi consolari ai cubani e migliorare la nostra capacità di interagire con la società civile, garantendo al contempo la sicurezza dei diplomatici statunitensi in servizio a Cuba».

La questione delle rimesse è calda, sia sul fronte americano che su quello cubano. Per gli Stati Uniti di Biden: prima ancora che per i risvolti nella politica nei confronti di Cuba, per una questione di politica interna, quella relativa al fiato sul collo che continua tenere la comunità degli esuli cubani a Biden. Per Cuba: parlano i dati. L’ Ufficio Nazionale di Statistica di Cuba non pubblica rapporti sui trasferimenti ufficiali e non ufficiali nel Paese. Secondo l’analista Manuel Orozco del think tank Inter-American Dialogue, nel 2019 Cuba ha ricevuto rimesse per un valore di oltre 2.055 milioni di dollari USA, che rappresenta il 2% del PIL cubano, secondo i dati ufficiali. Dei quasi 4 milioni di famiglie, 1.042.451 hanno ricevuto rimesse nel 2019 (circa il 26%), con una media di 2.210 dollari per famiglia. Gli Stati Uniti sono la principale fonte di queste rimesse, con poco più di 1.721 milioni di dollari, ovvero l’83,72% del totale. Segue la Spagna, dove sono state emesse rimesse per 178,2 milioni di dollari (8,67%), mentre dal resto del mondo sono arrivate rimesse per 156,4 milioni di dollari (7,61%). Oltre il 60%delle rimesse inviate a Cuba vengono effettuate in modo informale, attraverso quelli che sull’isola sono conosciuti come ‘muli’ o ‘viaggiatori’, il che significa che questi fondi in entrata non essendo tracciati dal governo sono esenti da qualsiasi prelievo governativo.
Il 19 luglio,
l’Amministrazione USA ha annunciato che stava formando un gruppo di lavoro sulle rimesse per esplorare i modi per consentire ai cubano americani di aiutare le loro famiglie sull’isola. L’Amministrazione, hanno precisato i funzionari, è concentrata sul consentire tali trasferimenti solo se si può essere certi che tutto il denaro fluisca direttamente nelle mani del popolo cubano, non che una parte dei proventi venga dirottata nelle casse dello Stato. Il che è in linea con la riluttanza espressa da Biden all’idea di revocare le sanzioni del Presidente Trump sulle rimesse perchè teme che «il regime confischerebbe quelle rimesse o grosse parti di esse».

La vicenda delle rimesse è spiegata nei dettagli da ‘Responsible Statecraft‘, che ritiene quello delle rimesse un falso problema. «Prima di luglio 2020, il Governo cubano ha fatto la parte del leone sulle rimesse. Nel 2004 ha iniziato ad addebitare una tassa del 10% sui dollari statunitensi che entravano a Cuba sotto forma di contanti. I funzionari cubani hanno giustificato ciò come necessario per coprire il costo dell’elusione dell’embargo statunitense per utilizzare i dollari nel sistema finanziario internazionale. La tassa non si applicava ai bonifici in dollari o ad altre valute convertibili, quindi i cubani americani potevano evitarla del tutto utilizzando queste altre opzioni.
Dal 2004 al 2020, i dollari non avevano corso legale a Cuba, quindi i cubani hanno dovuto scambiare dollari con pesos convertibili cubani (CUC) per spenderli, un cambio per il quale il governo ha addebitato una commissione del tre per cento. Un cubanopoteva quindi utilizzare CUC per acquistare determinati beni importati, per lo più beni di consumo durevoli che erano disponibili solo per l’acquisto in pesos convertibili. I mark-up erano notoriamente alti, fino al 200 percento. Sommando tutte le tasse e gli aumenti, il Governo cubano prelevava più della metà del valore reale dalle rimesse in dollari. Ma questo è cambiato nel luglio 2020.

L’economia cubana era in recessione durante la pandemia e il Governo era a corto di valuta estera per importare beni di prima necessità. Per creare più di un incentivo per i cubani americani a inviare rimesse, il Governo ha abolito completamente la tassa del 10% sui dollari. Oggi i cubani possono depositare le rimesse in un conto con carta di debito e possono utilizzare la carta nei negozi che vendono merci con un prezzo in dollari. Non vi è alcuna tassa del 10%, nessun obbligo di cambio di dollari con pesos cubani e nessuna commissione di cambio.
Per ora
i cubani che hanno dollari in contanti e vogliono cambiarli in pesos non possono farlo ufficialmente. Le banche non accettano depositi in contanti in dollari perché il Governo ha difficoltà a spendere valuta americana all’estero a causa delle sanzioni finanziarie unilaterali di Washington. Ma i cubani possono cambiare i loro dollari in pesos per strada a quasi il triplo del tasso di cambio ufficiale.

I ricarichi nei negozi di valuta forte, in particolare per i beni di prima necessità di base, sono molto ridotti rispetto a quelli dei negozi CUC. Questo è il risultato delle forze di mercato, non della benevolenza del governo. Prima della pandemia, gli imprenditori viaggiavano all’estero per acquistare beni di consumo, riportandoli a Cuba e vendendoli privatamente a prezzi inferiori ai prezzi CUC nei negozi statali. Si stima che circa 25 milioni di dollari al mese in valuta estera lasciassero il Paese attraverso questi canali privati. La concorrenza ha costretto il Governo a ridurre i prezzi nei negozi statali per riconquistare quote di mercato.
A seguito delle modifiche alla politica del luglio 2020, l’unico profitto che il Governo cubano attualmente realizza sulle rimesse cablate a Cuba è questo ricarico sulle merci vendute nei negozi di valuta forte».

Un aspetto importante è l’utilizzo dei soldi che dalle rimesse il Governo ricava. I dollari che il Governo prende «tornano indietro per finanziare le importazioni. In primo luogo, il Governo deve importare merci per rifornire i negozi di valuta forte. Il profitto dei negozi finanzia le importazioni generali, di cui circa un terzo sono cibo e altri beni di consumo, e un altro terzo sono combustibili. (Cuba importa il 70% del suo cibo e il 59% del suo carburante).
Il 56% delle famiglie cubane ha ricevuto rimesse prima delle sanzioni di Trump; il resto dipende dall’assistenza sociale o dalle tessere annonarie per acquistare cibo e altri beni di prima necessità a basso prezzo sovvenzionato dallo Stato, una spesa annua per il Governo di 30 miliardi di pesos (circa 1,25 miliardi di dollari al cambio ufficiale di 24:1). Una stima di fascia alta delle rimesse che andavano a Cuba prima che Trump chiudesse il rubinetto era di 3,5 miliardi di dollari, quindi qualunque sia il profitto che il Governo sta guadagnando nei negozi di valuta forte è sicuramente inferiore a quello che spende per importare i beni di base che fornisce a prezzi agevolati ai cubani che non ricevono aiuto da famiglie all’estero. In breve, il Governo cubano non sta ottenendo profitti dalle rimesse».

Conclude ‘Responsible Statecraft‘: «Non c’è modo di impedire al Governo cubano di ricevere quei dollari quando i destinatari cubani li spendono, quindi se questa è la condizione prevista dall’amministrazione Biden, allora non cambierà nulla. Ma se l’obiettivo è semplicemente quello di assicurare che il Governo non stia estraendo valore in eccesso rispetto alle normali spese aziendali, allora tale condizione è già soddisfatta. Il Presidente Biden afferma che “sta dalla parte del popolo cubano”. Riaprire immediatamente il canale ai cubani americani per inviare rimesse alle loro famiglie è la cosa più importante che può fare per dimostrarlo».

C’è da ricordare che il Governo cubano, dopo le proteste dell’11 luglio, ha mandato un segnale di distensione riducendo le restrizioni e togliendo i dazi sui prodotti per l’igiene, il cibo e i medicinali introdotti a Cuba dall’estero.
Il fatto che gli Stati Uniti continuino a tenere bloccato l’invio delle rimesse -pur nel mezzo di una grave crisi umanitaria causata dalla crisi economica determinata in primo luogo dall’embargo e dalle sanzioni americane, oltre 240 sanzioni, che insieme agli effetti tradizionali dell’embargo, hanno interrotto il flusso di valuta internazionale verso l’isola, soffocato le rimesse, bloccato i viaggi tra gli Stati Uniti e Cuba, e aggravata dalla pandemia- non fa che esacerbare il clima tra i due Paesi e peggiorare la situazione della popolazione. Più ancora delle ultime nuove sanzioni di ieri, sono le rimesse che fanno male a Cuba, ne sono convinti la gran parte degli osservatori.
«
Potrebbe essere una tentazione mantenere le sanzioni per ‘scaldare di più la pentola’ e vedere ‘cosa succede’. Questo sarebbe un grave errore che potrebbe portare a scenari di violenza diffusa e caos, cosa che non farebbe bene a nessuno. È imperativo, a breve termine, aprire canali di dialogo diplomatico tra le due Nazioni e attuare una serie di misure che incidano rapidamente e su larga scala sulla dimensione umanitaria della crisi cubana», affermano da Inter-American Dialogue,

«Una domanda plausibile, a questo punto, sarebbe se quanto sopra sia politicamente possibile nelle attuali circostanze della politica interna statunitense. Dal pragmatismo politico le strade potrebbero essere tante. Tuttavia, data la situazione umanitaria che sta vivendo il popolo cubano, la dignità, la correttezza e l’etica dovrebbero spingere ad aiutarlo. Abbiamo bisogno di esseri umani vivi per poter parlare dei diritti umani. Le rimesse, i viaggi e i servizi consolari rimangono obiettivi plausibili che aiuterebbero ad alleviare la carenza tra i cubani di medicine, cibo, beni di prima necessità, ecc… Il Presidente Biden è venuto alla Casa Bianca con il programma idealistico di ‘restaurare l’anima della nazione’, in un contesto di grande polarizzazione e confronto tra settori del popolo americano», ora dovrà mantenere la promessa.

Christopher Rhodes, docente di Government presso la Harvard University e docente di scienze sociali presso la Boston University, sottolinea che secondo le Nazioni Unite, «l’embargo è costato all’economia cubana 130 miliardi di dollari in sei decenni», e secondo «la Camera di Commercio degli Stati Uniti l’embargo costa all’economia degli Stati Uniti miliardi di dollari ogni anno. Gli esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno esortato gli Stati Uniti ad allentare le sanzioni durante la pandemia di COVID-19, sostenendo che un tale cambiamento salverà vite umane consentendo a Cuba un maggiore accesso a forniture e attrezzature mediche». La valutazione di sessant’anni di sanzioni è evidentemente fallimentare, «hanno solo creato disagi per il popolo cubano, fornendo al regime un comodo capro espiatorio da incolpare per tutti i problemi economici del loro paese e il malcontento sociale. Controintuitivamente, porre fine all’embargo e promuovere i legami tra gli Stati Uniti e Cuba è l’arma più grande che l’America possa schierare contro il regime oppressivo a Cuba». Se «Biden vuole davvero mettere i principi e l’efficacia davanti alla politica, dovrebbe fare una scelta coraggiosa e porre fine a sei decenni di fallimento degli Stati Uniti e sofferenza cubana».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->