sabato, Luglio 31

Cuba, Félix Luis Viera: 'Il cambiamento democratico è vicino'

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Félix Luis Viera nasce a Santa Clara il 18 agosto del 1945, autore di eccellenti opere poetiche, la più importante edita in Italia da Il Foglio Letterario: La patria è un’arancia, (reperibile anche in e-book), ispirata alla nostalgia per la terra natale e alla vita in Messico dal 1995. Il suo libro di racconti Las llamas en el cielo è considerato un classico del genere nel suo Paese. In Italia lo conosciamo anche per il romanzo Un ciervo herido, uscito come Il lavoro vi farà uomini (L’Ancora del Mediterraneo), un lavoro interessante che affronta il tema delle UMAP (Unidades Militares de Ayuda a la Producción). Felix Luis Viera denuncia con lo strumento del romanzo la piaga dei campi di lavoro rieducativo, veri e propri campi di concentramento realizzati a Cuba nei primi anni Sessanta, dove venivano confinati omosessuali, sacerdoti, santeros, rockettari e antisociali di ogni tipo. Un altro romanzo interessante è El corazón del rey (inedito in Italia), che racconta i primi passi della instaurazione del socialismo a Cuba, negli anni Sessanta. Abbiamo avvicinato Viera per porre alcune domande.

 

Come vede il futuro di Cuba?

Credo che Raúl Castro e il suo gruppo di potere continueranno a cedere terreno, soprattutto in campo economico. In campo politico, cercheranno di mantenere, come in Cina, il partito politico unico. Ma tutto questo, a lungo termine, porterà l’indipendenza politica (la stessa cosa accadrà in Cina). Nessuna persona di buon senso può pensare che le dittature di partito siano eterne. Ma è davvero impossibile prevedere quanto tempo debba passare perché giungano a esaurimento. Nel caso specifico di Cuba, Raúl Castro e i suoi “soci” (incluso suo fratello Fidel) cercheranno a ogni costo di morire al potere, per non dover subire alcun giudizio in merito ai crimini commessi. Se guardiamo la defunta Unione Sovietica, ci rendiamo conto che Stalin e i suoi successori non hanno mai pagato per i loro misfatti. Come dire che il vero e proprio cambiamento si verificherà soltanto quando loro spariranno. Alcuni analisti ritengono che a Cuba ci sarà una specie di successione “familiare” che conserverà intatta la dittatura. Io credo che nessuno dei discendenti dei Castro abbia il profilo richiesto per proporsi come successore, anche se è probabile che qualcuno di loro parteciperà al processo di cambiamento ormai inesorabile.

Come si spiega il cambiamento di rapporti con gli Stati Uniti?

In realtà è stata una cosa davvero sorprendente. E credo che il ravvicinamento sia positivo. Al tempo stesso penso che sarebbe opportuna la definitiva soppressione dell’embargo, che avrebbe la stessa funzione di un Cavallo di Troia all’interno dell’Isola, perché verrebbe a galla tutta la fragilità economica esistente. Inoltre, la popolazione che si trova “bloccata” dalla stessa dittatura, avrebbe accesso a un maggior numero di informazioni, conoscerebbe la realtà del capitalismo e questo provocherebbe una reazione di rifiuto a un regime che ha ingannato i cubani per oltre mezzo secolo. Al tempo stesso penso che il governo USA, per ritirare l’embargo, debba pretendere che il castrismo ceda su altre questioni, come l’accesso alla libera informazione. Ma questo sarà molto difficile fino a quando saranno vivi i “dirigenti storici della rivoluzione”. Se il cubano medio avesse libero accesso a Internet, per esempio, la dittatura imploderebbe in poco tempo. Per questo non credo, come dicevo prima, che il cambiamento in senso democratico sia dietro l’angolo. Anzi, credo che passerà molto tempo prima che a Cuba sia possibile un pluripartitismo e un sistema libero. Basta ascoltare i recenti discorsi di Raúl Castro per capire che per il momento il regime non cederà su certi temi fondamentali. In ogni caso, non dobbiamo fare previsioni affrettate. Teniamo conto che i governi di Cuba e Stati Uniti hanno condotto ben due anni di colloqui segreti, e non sappiamo niente dei reciproci accordi, né sui passi previsti nel corso dei prossimi ani. Oggi, sembra che il governo statunitense abbia concesso molto in cambio di niente, ma per dare un giudizio definitivo dobbiamo attendere le prossime mosse.

A suo parere oggi Cuba è un Paese che ha risolto i suoi problemi? Possiamo definirlo ‘un Paese come gli altri’?

No, manca ancora molto. Mi pare di averlo fatto capire nelle risposte precedenti. Ci sarà ancora da attendere parecchio tempo perché molti problemi siano risolti e perché si possa definire Cuba “un Paese come gli altri”.

Parliamo dei suoi libri. Può dirci qualcosa sulle ultime opere? Il suo maggior successo commerciale…

Sto per pubblicare due romanzi e adesso ne sto scrivendo uno che ha come tema centrale la sessualità, la carnalità vista come tragedia e voluttà, intitolato Ellas son traicioneras. Questo romanzo è ambientato nella Cuba degli anni Quaranta, decennio in cui sono nato. Per ragioni di “tattica creativa” sono andato a cercare una data così lontana, quando ancora non esisteva neppure la televisione. La patria es una naranja, pubblicato nel 2010 (in Italia La patria è un’arancia è uscito per Il Foglio Letterario, con mia traduzione, nda), è stato il mio ultimo lavoro poetico. Prima, a metà degli anni Ottanta, avevo concluso il mio lavoro nel racconto con il libro Precio del amor, pubblicato nel 1990 e da poco rieditato. Ero sicuro che la vita non mi sarebbe bastata per scrivere tutti i romanzi – genere molto faticoso che pretende il massimo sforzo – che avevo in mente. E ritenevo impossibile andare avanti scrivendo tre generi distinti. Nessuna delle mie opere ha avuto un grande successo commerciale. A Cuba i miei libri vendevano bene, ma questo non basta per parlare di successo commerciale, perché nel mio paese il denaro ha sempre avuto un valore limitato, oggi ancora di più. Il giorno che scelsi l’esilio in Messico, sapevo che avrei perso i miei lettori cubani, che non erano pochi. Tutto ciò fa molto male a uno scrittore, che si sente come un cuoco senza commensali. Scrivere all’estero, senza quella che chiamo “patria editoriale”, è molto duro, perché non è facile importi all’attenzione del pubblico in una terra che non è la tua. Alcuni autori di certi paesi sono riusciti a “internazionalizzarsi”, ma anche così possono sempre contare sui lettori naturali, che vivono nel loro paese. Per me non è la stessa cosa, purtroppo.

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