domenica, Settembre 19

Cuba e Stati Uniti, prove di distensione field_506ffb1d3dbe2

0

Obama Castro

Può una stretta di mano tra due vecchi nemici sanare cinquant’anni di ostilità reciproche? Difficile, sopratutto se alla simbologia non fanno seguito impegni concreti per rimuovere i dissidi alla base della lite. Quando, ai funerali di Nelson Mandela, il Presidente Barack Obama si è diretto verso il gruppo di leader latinoamericani presenti e ha teso la mano a Raul Castro, in molti hanno sperato che fosse un chiaro segnale di distensione tra USA e Cuba. Le prospettive di pace non sembravano più irrealizzabili. Dopo tutto, poche settimane prima, il Presidente era riuscito ad avviare trattative (e raggiungere, a quanto pare, un accordo) persino con l’Iran degli ayatollah sulla delicatissima questione nucleare.

In realtà una riappacificazione con Cuba, anche parziale, non può passare solo da un hand shaking. Pochi ricordano che nel 2000, durante il Millennium Summit, anche Bill Clinton strinse la mano a Fidel, che dei due fratelli è sempre stato quello con i più forti risentimenti verso gli USA, in un bel gesto rimasto peraltro puramente simbolico. In seguito, l’undici settembre e la conseguente guerra al terrorismo di George W. Bush inaugurarono un decennio di aggressiva politica estera da parte degli USA, intransigenti a qualunque compromesso, congelando ancora una volta i rapporti con Cuba.

Con Obama la musica è parzialmente cambiata. Il Presidente ha fatto dell’appeasement con i rivali internazionali, oltre che della lotta alla non proliferazione delle armi nucleari, un tratto peculiare della sua azione politica, tanto da meritarsi, non senza molte polemiche e proteste, il Nobel per la Pace nel 2009. Anche con Cuba si sono presto aperti alcuni spiragli che andassero al di là di una semplice dichiarazione d’intenti.

Nuovi provvedimenti approvati già nel 2009 hanno smantellato le ulteriori restrizioni inserite da Bush nel corso dei suoi mandati, che limitavano le rimesse degli esuli ai loro parenti sull’isola. A questi ha poi fatto seguito l’allentamento della stretta sulla circolazione delle persone. L’amministrazione democratica ha così allentato la stretta sui viaggi verso l’isola per i Cubani con cittadinanza statunitense, permesso un aumento della quota massima sulle rimesse e promosso gli scambi culturali. Una strategia che, piuttosto che scardinare le porte della rivoluzione con il grimaldello delle sanzioni, punta sul contagio democratico e sul soft power della cultura liberale.

Il processo è parzialmente aiutato dal cauto riformismo inaugurato da Raul, che dopo il ritiro del fratello nel 2006, e in particolar modo con l’elezione ufficiale a Presidente del Consiglio di Stato nel 2008, ha implementato numerose riforme volte a dinamizzare l’economia dell’isola, tramite una progressiva smobilitazione del mastodontico apparato pubblico cubano a favore dell’iniziativa privata rappresentata dai cuentapropistas, la riduzione di alcuni sussidi e infine il recente abbandono del macchinoso sistema di doppia valuta. Un processo che ha già trasferito molta forza lavoro verso l’economia di mercato e la cui spinta non sembra ancora esauritasi. Il giudizio sulla reale portata di queste misure è spesso critico, e molte voci critiche sostengono che si tratti di misure inefficienti e puramente cosmetiche, ma rimane incontestabile che simili aperture dimostrino che a Cuba esiste una spinta modernizzatrice, in buona o mala fede che sia.

I critici sottolineano che tanto intensa è stata l’attività sul fronte economico quanto limitata sul fronte delle libertà politiche, che si sono ridotte unicamente a un alleggerimento del divieto di lasciare l’isola, con il permesso di recarsi all’estero per un periodo non superiore a un anno. Una misura insufficiente per le Organizzazioni che lottano per i diritti politici, ma che non sarà priva di implicazioni sociali e culturali. Le migliaia di cubani che hanno avuto la possibilità di sperimentare uno scampolo di diversità, nel bene o nel male, potrebbe cambiare la loro visione di Cuba.

Ad ogni modo, il comportamento reciproco delle due diplomazie negli ultimi tempi sembra improntato verso una certa deferenza. Quando Cuba ha espresso simpatia per Edward Snowden ma non ha offerto asilo al ricercato della National Security Agency, o quando gli USA non hanno infierito in occasione del blocco della nave cubana diretta in Corea del Nord piena di armi sovietiche, vi è stato un apprezzamento reciproco per la discrezione adottata.

Quello che per molti esperti è il nodo diplomatico da sciogliere per allentare la tensione tra l’Avana e Washington è rappresentato dal famigerato embargo, voluto da John F. Kennedy nel febbraio del 1962, dopo che la Rivoluzione Cubana aveva orientato le sua simpatie verso il blocco sovietico, finendo inevitabilmente per entrare nell’orbita dell’URSS. L’embargo consisteva in un blocco totale del commercio tra le due nazioni, e nel divieto legislativo di visitare o intrattenere rapporti economici con Cuba.

Nel corso degli anni, l’embargo, che i cubani chiamano bloqueo (nonostante non vi sia un blocco fisico dei commerci, dato che questo impedirebbe il transito del trasporto di beni e servizi verso terzi paesi) è stato il vero vulnus dei guastati rapporti diplomatici tra Cuba e USA. Nel 1996, dopo l’abbattimento di due aeroplani dell’organizzazione di dissidenti Hermanos al Rescate (Fratelli al soccorso) in cui persero la vita tre cittadini americani e un residente negli USA, venne approvato da una coalizione bipartisan l’Helms-Burton Act, che inaspriva notevolmente l’embargo includendo anche possibili sanzioni per paesi terzi.

Nonostante l’Helms-Burton Act sia di fatto sospeso dal 2000, consentendo l’arrivo di cibo e medicinali sull’isola per scopi umanitari in ingenti quantitativi, l’ossatura dell’embargo è ancora in vigore. Le sue conseguenze non sono molto significative sul piano economico, nonostante siano in molti a sostenerlo. Con il passare degli anni l’economia cubana ha sviluppato legami commerciali con altri paesi, in primis Venezuela, e una grande capacità di autosussistenza. L’embargo non la metterà in ginocchio, come forse si aspettavano i suoi più acerrimi oppositori.

Il mese scorso Obama è tornato a parlare dell’argomento durante una visita a Miami in occasione di una conferenza a cui hanno assistito numerosi esuli e dissidenti del regime castrista. il Presidente ha dichiarato che «la nozione che le stesse misure applicate nel 1961 abbiano ancora efficacia nell’epoca di Internet e Google non ha senso», aggiungendo che gli USA «devono continuare ad aggiornare le proprie politiche». Non un messaggio diretto, ma un proposito di cambiamento che appare chiaro.

Le perplessità sulla permanenza dell’embargo vengono giustificate non solo sotto una prospettiva economica, ma soprattutto in termini di efficacia politica. In questi cinquant’anni, la leva commerciale, al di là della sua dubbia incisività economica, non ha mai intaccato il radicamento del regime. Come ha sottolineato Massimo Cavallini in un’articolo apparso sul Fatto Quotidiano l’anno scorso in occasione del cinquantenario dell’embargo, esso «sopravvive e sopravvivrà perché tanto il regime castrista, quanto le rappresentanze politiche dell’esilio cubano negli Stati Uniti, desiderano che sopravviva».

I Castro e le alte sfere del Partito Comunista hanno costruito una retorica ormai radicata nell’immaginario popolare che dipinge gli USA come dei potenti aguzzini che minacciano l’indipendenza del Paese, una leva ideologica utile a mantenerli saldamente al potere sfruttando l’immagine del nemico esterno. Gli esuli cubani della Florida, da parte loro, grazie al peso rappresentato dai voti di uno Stato molto influente e dal potere economico e politico di una lobby ben organizzata, dimostrano un accanimento che ‘è diventato un modo d’essere, un mestiere, una cattiva abitudine’. Costoro hanno legato, con diabolica sapienza, la cessazione dell’embargo al tema dei diritti umani e civili. Questo di fatto crea un blocco reciproco: finchè ci sarà l’embargo, il regime lo userà per la propria sopravvivenza, ma finchè il regime sopravviverà, l’embargo non potrà cessare.

Se dalla comunità internazionale non sono mai mancate le condanne all’embargo, la vera novità sembra però essere il consolidamento di un vasto fronte interno agli USA che spinge con forza verso una sua abolizione, anche al di là dell’ultimo editoriale del ‘New York Times’ sull’argomento. Si contesta soprattutto l’utilità pratica della misura, specialmente in relazione alla sua sostanziale inadeguatezza. A detta di molti, tutta la politica USA verso Cuba sembra priva di realismo e misura. In fondo, anche ai più intransigenti risulterebbe faticoso giustificare il motivo per cui Cuba faccia ancora parte della lista stilata dalla Segreteria di Stato delle nazioni che appoggiano il terrorismo. Nè, a livello militare o economico, la piccola Cuba può rappresentare una minaccia verso il potente vicino. Un po’ di pragmatismo da parte di questa amministrazione basterebbe a porre termine a un lungo conflitto, e chissà, forse anche alla dittatura. Ma ci vorrà più di una stretta di mano.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->