sabato, Settembre 25

Cuba: arrivano gli americani

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Domani il Segretario di Stato americano, John Kerry, si recherà a L’Avana per issare la
bandiera americana
sull’Ambasciata USA riaperta, dopo oltre mezzo secolo, lo scorso 20 luglio, un vecchio edificio di otto piani sul bellissimo ‘Malecon’ – realizzato dagli architetti  americani Wallace Harrison e Max Abramovitz, gli stessi che  realizzarono la sede della CIA a Langley.

Tre dei marines americani che avevano ammainato l’ultima bandiera degli Stati Uniti dall’Ambasciata americana nell’isola il 3 gennaio 1961 -per ordine di Dwight Eisenhower, dopo 2 anni di tensioni crescenti da subito dopo il
trionfo della ‘revolucion’- parteciperanno alla cerimonia, sono il sergente Jim Tracy (78 anni), il caporale Mike East (76 anni) e il soldato Larry Morris (75 anni).

Kerry – primo Segretario di Stato in carica a recarsi nel Paese dal 1945 – presiederà all’alzabandiera prima, al mattino, presso l’Ambasciata, poi nel pomeriggio durante il ricevimento ufficiale a casa del capo della missione degli Stati Uniti a L’Avana, Jeffrey De Laurentis. Invitati al ricevimento molti manager, accademici e anche alcuni dissidenti e gli altri membri della società civile cubana. La decisione dell’Amministrazione Obama di non invitare i dissenti all’alzabandiera ufficiale in Ambasciata nasce dalla volontà di non creare tensioni e incidenti con il Governo cubano, e dalla convinzione che trattare direttamente con il Governo di L’Avana si tradurrà, nel lungo termine, in maggiori riforme democratiche e in una maggiore apertura del mercato, ma espone il Presidente americano a numerose critiche, che si sono moltiplicate dal 17 dicembre – giorno dell’annuncio della svolta dei rapporti – a oggi, con protagonisti oltre i dissidenti, il candidato repubblicano alla presidenza, il senatore di origine cubane Marco Rubio.
Nel pomeriggio, prima del ricevimento, Kerry terrà una conferenza stampa congiunta con il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez, e poi farà una passeggiata sul lungo mare di L’Avana.

Quanto la giornata sia storica la si comprende analizzando le prospettive economiche che si proiettano per i due Paesi, sintetizzate dal centro studi americano Stratfor.

Cuba e gli Stati Uniti continueranno a rafforzare i legami politici nei prossimi mesi e anni, e i gli esiti potranno essere davvero molto importanti per i due Paesi ma non soltanto, anche per l’intera area.
Nel breve periodo, le entrate del turismo cubano potrebbe aumentare sensibilmente (il turismo internazionale verso Cuba è crescito nei primi sei mesi del 2015 del 15,9%, e purtroppo segna già un +15% nel primo trimestre dell’anno il turismo sessuale) e alcune restrizioni finanziarie potranno allentarsi.
Sul lungo termine, la portata dell’impatto dell’apertura di Cuba dipenderà dalla capacità di L’Avana di affrontare i problemi strutturali della sua economia dalla decisione (modalità e tempi) degli Stati Uniti di revocare l’embargo commerciale.
Il Governo cubano, probabilmente, sostiene Stratfor, introdurrà riforme gradualmente e selettivamente in modo da sfruttare le nuove opportunità economiche pur mantenendo una saldo il controllo politico.

Cuba ha una posizione di rilievo alla foce del Golfo del Messico, che separa l’accesso al golfo in due punti di strozzatura: Yucatan Channel e lo Stretto di Florida. Cuba si trova anche sulle rotte marittime tra la costa orientale degli Stati Uniti e il Canale di Panama, il percorso più breve per il traffico navale tra le due coste degli Stati Uniti. Cuba, che si trova a soli 145 km (90 miglia) al largo delle coste degli Stati Uniti, è stata fondamentale per salvaguardare l’attività economica nel Golfo del Messico e le vie di trasporto navale. Quando gli Stati Uniti e Cuba sono entrati in rotta di collisione, l’imperativo degli Stati Uniti è quello di cercare di neutralizzare e combattere il sostegno straniero a Cuba da parte dei Paesi interessati a ‘entrare’ nel così detto ‘cortile degli Stati Uniti’. Con la normalizzazione delle relazioni gli USA si troveranno un problema in meno da gestire.

L’economia di Cuba, storicamente, è stata guidata, come molti Paesi dell’America Latina, dalla produzione ed esportazione di materie prime -in primo luogo zucchero e tabacco, ma il Paese è anche un importante produttore di nichel e superalcolici. Causa la sua posizione strategica e l’interesse delle potenze straniere, Cuba ha vissuto una traiettoria economica discendente negli ultimi sei decenni.
La Rivoluzione cubana del 1959 che ha abbattuto Fulgencio Batista, guidata da Fidel Castro – che proprio oggi festeggia il suo 89° compleanno -, ha trasformato la struttura economica di Cuba da quella propria di un’economia capitalista ‘integrata’ a quella degli Stati Uniti, a quella socialista, pianificata, orientata verso l’Unione Sovietica, un boomerang che mise in ginocchio l’isola, questa scelta, quando, alcuni decenni dopo l’Unione Sovietica si disintegrò. Con la rivoluzione di Castro si ebbe la nazionalizzazione dell’economia. Il Governo cubano ha preso il controllo di quasi tutte le principali attività economiche del Paese, fino al punto di confiscare le imprese straniere, compresa la potentissima statunitense United Fruit Company. La nuova Cuba divenne strettamente dipendente dall’Unione Sovietica per merci importanti come il petrolio e cibo.

Il nuovo corso è iniziato oramai da settimane, alcune riserve iniziali permangono tra gli osservatori internazionali, in particolare sulla effettiva capacità degli Stati Uniti di far cambiare pelle al regime castrista. Americani e cubani, perché le potenzialità si trasformino in fatti concreti, dovranno saper gestire bene alcuni temi caldi, tra questi: questione migratoria, telecomunicazioni, i diritti umani – sui quali in queste ore gli USA hanno ribadito di non voler fare sconti a Castro -, tutela ambientale, pesca, traffico di esseri umani, cooperazione in materia di applicazione della legge e contro il narcotraffico, reciproche richieste di indennizzi (Cuba chiede indennizzi per i danni economici causati dall’embargo per «molti milioni di dollari come il nostro Paese ha dichiarato con argomenti inconfutabili e dati in tutti i suoi discorsi alle Nazioni Unite», come scrive oggi Fidel Castro in persona, in un intervento dal titolo ‘La realidad y los sueños‘, mentre gli USA vantano indennizzi per le aziende americane che al tempo vennero nazionalizzate da Castro per un valore tra i 6 e gli 8 miliardi di dollari), restituzione, da parte degli americani, della base navale di Guantanamo, ma in primis, tappa essenziale, dalla quale, per altro, molti di questi dossier dipenderanno, è comunque il superamento dell’embargo commerciale.

Il primo embargo (‘el bloqueo’), risale al 1962, era la risposta americana alla nazionalizzazione di tutti i beni degli Stati Uniti a Cuba, che aveva spazzato via tutte le iniziative imprenditoriali private nel Paese. Negli anni ’90 la legge Helms-Burton aggrava ulteriormente il blocco.
Kerry, prima di partire per Cuba, è intervenuto, nel corso di una intervista, sull’argomento, dichiarando che la normalizzazione dei rapporti fra Stati Uniti e Cuba «includerà in ultima istanza l’abolizione dell’embargo», ma per questo sarà necessario che nell’isola si adottino «misure che realmente contino, come la possibilità per il popolo di partecipare in un processo democratico, di disporre di scelte». Il Segretario di Stato sembra voler mettere le mani avanti e prendere tempo.
Obama è al lavoro con il Congresso per porre fine all’embargo, ma, secondo molti analisti, considerata la posizione fortemente contraria dei repubblicani, e considerato che si è oramai entrati nel caldo della campagna elettorale per le presidenziali, sarà difficile che dal Congresso possa dare il via libera, a meno che il business sia più forte della propaganda politica. Le aziende americane sono interessate al business che può derivare dalla caduta dell’embargo, e potrebbero premere sulla politica perché il Congresso decida la rimozione dell’embargo, malgrado la campagna elettorale, tanto più se la concorrenza europea accelererà il suo sbarco nell’isola. Le aziende, insomma, potrebbero essere il miglior alleato di Barack Obama nella sua politica di apertura a Cuba e caduta dell’embargo.
Due giorni dopo l’apertura delle sedi diplomatiche, la banca americana Stonegate ha annunciato la firma di un accordo con il Banco Internacional de Comercio de Cuba, il primo di questo tipo da quando i due Paesi hanno annunciato l’inizio del processo per normalizzare le loro relazioni. «È un altro passo per normalizzare le relazioni commerciali tra USA e Cuba. La capacità di spostare denaro più facilmente tra i due Paesi non farà che aumentare il commercio e il profitto per le società statunitensi che intendono fare affari a Cuba», ha spiegato in un comunicato, ripreso dai media locali, il Presidente di Stonegate Bank, David Seleski.

Altro capitolo insidioso è il sostegno americano all’opposizione cubana. L’annuncio del 17 dicembre 2014 ha colto di sorpresa i dissidenti cubani, per nulla pronti alla normalizzazione voluta da Obama, e ha scatenato le proteste. Secondo alcuni osservatori, il problema è proprio lamaturitàdella dissidenza, e la capacità dell’Amministrazione americana di gestirla una delle potenziali insidie insite in questo processo di ricostruzione delle relazioni.  Kerry, prima di partire per L’Avana, ha smentito che Washington abbia l’intenzione di sospendere la sua assistenza ai gruppi dell’opposizione cubana. «Aiuteremo le iniziative imprenditoriali, le piccole e medie imprese, ma continueremo anche a finanziare i programmi per la democrazia e altre cose che abbiamo finanziato in passato», ha dichiarato il Segretario di Stato.

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