Cuba: Amir Valle e il 'fondamentale' esilio in Germania

I tuoi libri. Ce ne vuoi parlare un poco? Un Germania sei uno dei più conosciuti autori di romanzi noir.

Sono scrittore, credo d’essere nato scrivendo, e tutto questo viene descritto molto bene dall’agenzia che rappresenta la mia opera nel sito web: www.amirvalle.com. Riassumendo 30 anni di carriera letteraria, posso dire che spicca il riconoscimento internazionale per il mio libro Jineteras (Planeta, 2006) e del mio romanzo Las palabras y los muertos (Seix Barral, 2007). Il romanzo ha vinto il Premio Internacional de Novela Mario Vargas Llosa nel 2006, è stato lodato dallo stesso Vargas Llosa e da Herta Müller. Un buon successo di critica e di vendite ha avuto in Europa la mia serie noir El descenso a los inferno, sulla vita marginale in Centro Habana, composta da Las puertas de la noche (2001), Si Cristo te desnuda (2002), Entre el miedo y las sombras (2003), Últimas noticias del infierno (2004), Santuario de sombras (2006) e Largas noches con Flavia (2008). I miei libri più recenti sono il romanzo biografico Hugo Spadafora – Bajo la piel del hombre (Aguilar-Santillana, 2013) e Nunca dejes que te vean llorar (Grijalbo, 2015). Per il pubblico italiano è interessante dire che basata sul romanzo Hugo Spadafora – Bajo la piel del hombre, il produttore italiano Giuseppe Pedersoli (figlio del mitico Carlo Pedersoli/Bud Spencer) sta preparando un film.

Sei un dissidente?

Ogni scrittore deve essere, per etica, un dissidente. Uno scrittore che si rispetti è un intellettuale che deve avere delle opinioni e deve andare contro tutte le cose fatte male, di qualunque segno ideologico siano. Per questo motivo, quando vivevo a Cuba criticai molto duramente il governo e denunciai le sue menzogne mettendo in gioco la mia pelle quando non esistevano tanti nomi che oggi escono in tutti i telegiornali e su internet. Adesso che vivo in Europa non risparmio critiche nei confronti delle pessime gestioni e metto in evidenza gli errori compiuti dai governi democratici. La mia dissidenza sta proprio dove credo che la mia opinione come cittadino debba servire a migliorare le cose.

Il suo maggior successo commerciale?

Jineteras, il libro sulla prostituzione in Cuba, che dopo essere stato censurato da Fidel Castro in persona, è diventato il più grande best-seller clandestino della storia letteraria all’interno di Cuba, e già conta diverse edizioni in spagnolo, tedesco e francese.

Perché a Cuba i suoi libri non vengono pubblicati?

Perché come giornalista continuo a essere critico nei confronti del governo di Raúl Castro. Rispondo meglio con un aneddoto. Alcuni mesi fa è venuto a farmi visita un amico scrittore, funzionario della cultura cubana, e mi ha detto che gli avevano ordinato di farmi sapere che dovevo adeguarmi al nuovo corso del dialogo tra Cuba e USA, che non avrei guadagnato niente andando avanti con la mia posizione etica di non voler scendere a patti con la dittatura. In poche parole mi raccomandavano di non attaccare più Cuba in siti pubblici, in cambio – se avessi fatto silenzio – avrebbero preso in considerazione l’idea di pubblicare i miei libri a Cuba. Non solo, mi avrebbero anche permesso di tornare a vedere il mio Paese, cosa che adesso non posso fare perché il mio nome fa parte di una lista nera di cittadini cubani ai quali è proibito rientrare sull’Isola. La mia risposta è stata semplice: non scendo a patti con le mie idee, non sono negoziabili, anche se mi considero prima di tutto uno scrittore, sento la responsabilità della disgrazia che il castrismo ha prodotto nel mio Paese. Non accetterò mai condizionamenti di nessun tipo da coloro che hanno sprofondato il mio Paese nella miseria morale, sociale ed economica.

Perché a Cuba scoprono scrittori importanti soltanto dopo la loro morte?

Li conoscono, ma non li pubblicano, non li promuovono. Lo fanno soltanto quando serve dare al mondo un’immagine di apertura e di tolleranza. Persino certi scrittori cubani meno noti che sono emigrati, sono seguiti molto da vicino dai dipartimenti culturali delle ambasciate cubane all’estero, che sono, come si sa, uffici della polizia politica. Molti vengono convinti a non muovere critiche contro la Rivoluzione in cambio della pubblicazione in patria. Altri sono liberi di uscire e di rientrare a Cuba senza problemi perché non hanno una risonanza tale fuori dall’Isola da poter danneggiare il governo. Ma a noi che conserviamo piena libertà di opinione critica contro il castrismo viene chiusa ogni porta.

Che cosa pensa del fenomeno Yoani Sánchez?

È un fenomeno curioso e complesso. Gli attacchi contro di lei, sia del governo e degli “amici della Rivoluzione”, che dei nemici del castrismo, purtroppo sono stati una causa di frattura tra i cubani dell’esilio. Dovremmo concentrarci di più su ciò che la sua attività e la sua lotta rappresentano per la libertà di Cuba e meno su certe azioni personali, su determinate posizioni riguardo temi importanti e sugli errori strategici commessi nei confronti di altri oppositori e di persone che l’hanno sostenuta quando era agli esordi della sua attività. La diaspora cubana, storicamente divisa, dopo la sua apparizione sulla scena si è frazionata ancora di più. Alcuni la considerano una spia pagata dal governo; altri un marchingegno finanziato dai nemici della Rivoluzione; altri un’opportunista; altri ancora un’eroina. Tutto questo è molto triste, perché ogni frattura tra noi che desideriamo un vero cambiamento a Cuba è un trionfo per la dittatura. Quel che oggi molti fanno notare è che, dopo la creazione del periodico digitale 14 y Medio, nell’opposizione all’interno dell’Isola, lei sta rivestendo un profilo basso, e, nonostante possa contare su un media di stampa, il suo lavoro è poco conosciuto all’interno di Cuba, se la si paragona alle Damas de Blanco, alla Unión Patriótica de Cuba (UNPACU) o al Proyecto Independiente Estado de Sats, vere e proprie protagoniste del lavoro di mobilitazione del popolo cubano verso una dissidenza organizzata.