martedì, Gennaio 18

Cuba: altro che transizione! perfetta continuità con il passato Intervista allo scrittore franco-cubano Jacobo Machover: “saranno i movimenti spontanei a far cadere il regime”. “La fuga resta la più forte forma di ribellione, soprattutto se di massa”

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Jacobo Machover è nato all’Avana nel 1954 da genitori polacchi. Dice di essere diventato scrittore all’inizio degli anni Ottanta. “Fuggii in Francia quando ero ancora un bambino con mia madre e mio fratello, ma tornai a Cuba più volte fino al momento in cui mi scontrai con la dittatura: mi trattennero per 24 ore in una cella,poi mi rispedirono in Europa su un aereo,direzione Madrid”. Era il 1981. Quella fu l’ultima volta che mise piede sull’isola.
Durante la breve detenzione buttò giù, tutto d’un fiato, un racconto satirico su Fidel Castro. Da allora non ha mai smesso di scrivere: “Il mio lavoro è sempre stato quello di dare voce ai testimoni del movimento anti-castrista sparsi per il mondo. Soprattutto all’inizio nessuno credeva a quello che raccontavamo”.

Tra le sue opere più importanti: ‘Cuba. Totalitarismo tropicale‘, in cui sostiene che quella dei Castro sia molto più di una variante sui generis del sistema comunista, e ‘La memoria frente al poder‘, uno studio del 2001 in cui ha cercato di dimostrare l’esistenza di una letteratura cubana dell’esilio.
Da Parigi, città in cui vive e insegna, osserva i corsi e i ricorsi di quello che chiama il suo paradiso perduto.
Negli ultimi mesi è stato scritto un nuovo capitolo nella storia della dissidenza cubana. Le carceri si sono riempite dei manifestanti scesi in piazza l’11 luglio al grido di ‘Patria y Vida‘. Della «situazione degli attivisti vittime della repressione» ha discusso giovedì scorso il Parlamento europeo, adottando una risoluzione che chiede il rilascio immediato dei cubani detenuti «per aver esercitato la libertà di parola e di riunione pacifica». A Machover abbiamo chiesto di fare il punto sulle opposizioni. La Marcia civica per il cambiamento convocata dal movimento Archipiélago per il 15 novembre, sulla scia degli eventi di quest’estate, ha aperto una falla. Solo pochi sono riusciti a uscire di casa: le operazioni preventive di vigilanza hanno stroncato la protesta sul nascere. “A Cuba non si indicono le manifestazioni”, dice “si fanno e basta, altrimenti finiscono così”.

Cosa ha rappresentato per la sua famiglia il viaggio verso la Francia?

Fu il mio primo esilio, ma già portavo la diaspora nei geni. La nostra famiglia, come qualsiasi famiglia di ebrei dell’Europa dell’Est, è stata condannata a un certo punto della sua storia a fuggire. Siamo scappati dall’Europa delle persecuzioni razziali e poi dalla Cuba comunista, in cui regnavano miseria e delazione. Due esperienze che si saldano e che hanno fatto di me un perpetuo esule.

Che ricordi conserva della sua infanzia a Cuba?

C’era un clima di indottrinamento. Trionfava la paura, paura di aver commesso errori di qualche tipo. Sapevamo di poter essere accusati in ogni momento, ma non sapevamo di cosa. Mia madre prese la decisione, ci portò via di lì. La mia vicina americana fu la prima ad andarsene con tutta la famiglia. Lo stesso accadde anche agli amici con cui giocavo e andavo in bicicletta. Se ne andavano senza dire niente. Fu lo stesso anche per noi, non comunicammo a nessuno la nostra imminente partenza.

Quando cominciò a farsi un’idea sulla rivoluzione?

All’inizio simpatizzavo, come mio padre, ma capii presto che le cose stavano diversamente. La svolta fu quando, nel 1980, migliaia di persone si rifugiarono nell’ambasciata del Perù per espatriare e circa 125mila cubani lasciarono Cuba per la Florida, l’esodo di Mariel. Tra loro c’erano molti scrittori che conobbi e di cui divenni amico, come Reinaldo Arenas, che in un primo tempo collaborò con la rivoluzione per poi diventare un oppositore. Quello fu il momento in cui ruppi con il regime e iniziai a scrivere e parlare. La breve detenzione a cui fui sottoposto nel 1981 mi diede un motivo in più. Già avevo una visione di quello che stava accadendo, ma non avevo ancora avuto occasione di esprimerla.

Cosa le impedì di capire subito?

Molti cubani emigrati hanno in comune uno stesso cruccio. Prima temono le conseguenze delle proprie azioni all’interno del regime castro-comunista, poi, dopo aver lasciato Cuba, devono fare i conti con la paura della reazione dei simpatizzanti del castrismo, che sono ovunque. In Italia è pieno.

Una volta in Francia, come ha continuato ad interessarsi del Paese in cui è nato?

Cominciai a tessere rapporti con gli scrittori dissidenti, innanzitutto con Guillermo Cabrera Infante, una delle voci più importanti della letteratura cubana dell’esilio, assieme al già citato Arenas e a Severo Sarduy. Fu fondamentale intervistarli e raccogliere le loro testimonianze. Mi imbattevo in ‘esiliati’ che erano stati prigionieri politici a Cuba per 20 o 30 anni. Conobbi dei dissidenti che furono arrestati subito. Mi segnò molto Jorge Valls Arango, incarcerato dal ‘64 al ’84. Mi collocai al centro di questa rete.

Che rapporto c’è tra le proteste degli ultimi mesi e il passo indietro di Raúl Castro, a cui è seguita l’elezione di Miguel Díaz-Canel, già Presidente, a segretario del PCC?

Non c’è stata alcuna transizione, ma perfetta continuità con il passato. La famiglia di Raúl controlla il regime. L’unica novità è che la figura di Miguel Díaz-Canel non fa paura, soprattutto se lo si paragona a Raúl, che da sempre è il più temuto dai cubani, a mio avviso il personaggio più oscuro di questa rivoluzione: Fidel sapeva sedurre e mettere paura, Raúl non sedusse mai nessuno. Stava lì solo per mostrare che c’era un potere molto forte e senza pietà. Díaz-Canel non è niente di tutto ciò, non sa parlare, si sa poco di lui. Si capisce che i fili sono mossi da altri. I cubani ora hanno meno paura e per questo hanno manifestato con tanto vigore negli ultimi mesi.

Come si è arrivati alle proteste dell’11 luglio?

La ribellione contro il castrismo ha una lunga storia. Non solo chi non condivideva i principi: molte delle persone, che avevano appoggiato la rivoluzione, divennero, a distanza di poco tempo, dissidenti. Quello che è importante sottolineare è che si diffuse da subito una guerriglia molto più forte di quella di Castro. Ma ci sono tante forme di ribellione. La fuga è la forma tradizionale, come quella dei marielitos nel 1980 e quella dei balseros sulle zattere. Le fughe sono alimentate dalle condizioni materiali disperate e anche da quello che definirei un desiderio enorme di libertà. La gente continua a scappare, sebbene se ne parli solo quando il fenomeno acquisisce dimensioni di massa. Si tratta di un movimento spontaneo. Proprio come quello di luglio scorso, in cui sono stati fondamentali i social network e che si inserisce in questa tradizione di spontaneismo.

Quali sono gli elementi di novità?

La principale differenza con il passato è che le notizie ora circolano con maggiore facilità. Prima nessuno credeva a quello che raccontavamo. Per questo negli anni Ottanta ho cominciato a mettere insieme prove, a documentare. Adesso a fare il mio lavoro ci pensano i social.

Quali sono stati gli esiti del movimento dell’11 luglio?

Circa mille detenzioni: molti condannati prima di apparire e poi sottoposti a condizioni spaventose. Un solo morto dichiarato. A Cuba, a differenza di altri Paesi, non si uccide in strada. Perché l’obiettivo è occultare la repressione. Per questo quella cubana è la più astuta tra le dittature latinoamericane ed è così longeva.

Cosa pensa dell’organizzazione della ‘Marcha civica’ del 15 novembre?

Negli anni Settanta ci sono stati movimenti molto importanti per i diritti umani. Nacquero nelle carceri da ex comunisti e in un secondo momento si estesero al di fuori delle prigioni. Poi, all’inizio del 2000, si distinse il movimento degli indipendenti: giornalisti, bibliotecari, etc… Arrivò il Progetto Varela, il cui leader fu Oswaldo Payá Sardiñas. Ci fu una dura repressione nel 2003 ai tempi della ‘primavera nera’ con 75 arresti. Molti presero 20 anni e uscirono in seguito grazie a pressioni internazionali. Archipiélago, il movimento nato nei mesi scorsi, che ha organizzato la manifestazione del 15 novembre, non ha niente a che vedere con quelle esperienze. L’unica piattaforma organizzata e credibile che resiste è l’UNPACU, l’Unione patriottica di Cuba di José Daniel Ferrer, che da luglio è in carcere. E poi c’è un problema di fondo: i movimenti a Cuba non possono strutturarsi perché rischiano di andare incontro ad una repressione ancora più dura. Convocare una manifestazione e chiedere alla tirannia comunista -così preferisco definirla- che non ci sia repressione, è un assurdo. Il risultato era prevedibile.

Qual è l’alternativa?

Credo molto nei movimenti spontanei. Anche prima dell’11 luglio c’è stato un movimento di artisti il cui leader è stato Luis Emanuel Otero Alcantára: si riunirono il 27 novembre 2020 davanti al Ministero della Cultura. Quella del movimento San Isidro fuun’iniziativa dal basso: convocare una manifestazione è una cosa molto più pericolosa e ancora di più autonominarsi leader, come ha fatto il promotore di Archipiélago, Yúnior García Aguilera. Un’operazione suicidaria. Ripongo molte più speranze nelle strutture piccole, a volte ridotte a nucleo familiare o a coppie che si lanciano di punto in bianco in qualche iniziativa. La fuga resta la più forte forma di ribellione, soprattutto se di massa. Andarsene non solo per salvarsi la vita ma per sottrarsi alla paura.

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