sabato, Ottobre 23

Cronaca di una sorte annunciata field_506ffb1d3dbe2

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Muti Opera di Roma

Qualcuno ha avuto notizie di come sia andata la Manon Lescaut all’Opera di Roma? Quella, per intenderci, diretta da Riccardo Muti con la regia della figlia Chiara? Quella sulla cui “Prima” si erano addensate le nubi di un possibile sciopero che aveva fatto gridare allo scandalo visto che, quello, era considerato il titolo più importante della stagione del Teatro romano (e scioperare proprio quando c’era Muti …)?

Il Teatro dell’Opera di Roma, infatti, negli ultimi tempi aveva guadagnato molte posizioni nell’attenzione delle cronache, oltre che per la minaccia lanciata dal sindaco Marino di liquidare il Teatro stesso (qualora non fosse rientrato lo sciopero), per le diverse “opinioni” sui bilanci, per il calo della produzione, per il cambio di sovrintendente, per l’adesione alla legge “Valore cultura” che aveva fatto storcere il naso a coloro i quali temono un ridimensionamento della Fondazione della Capitale e quindi della produzione (con una riduzione significativa dei “livelli occupazionali” sia artistici che non: ricordo che per la legge voluta da Bray si può arrivare, per il personale non artistico, addirittura fino al licenziamento del 50% dei dipendenti). Inoltre, pare che il maestro Muti, “direttore a vita” del Teatro, avesse minacciato di abbandonare l’Opera di Roma se fossero stati messi in atto gli scioperi previsti per questa produzione.

Dai quotidiani italiani, quasi, non si è avuta notizia dell’avvenuto evento e dei suoi esiti. È vero che c’era altro di cui parlare (Renzi, Ucraina, legge elettorale), ma la pagina degli spettacoli è prevista tutti i giorni, e una prima all’Opera di Roma dovrebbe conservare sempre il suo appeal, considerando che, in più, era prevista la presenza del Presidente della Repubblica Napolitano, del nuovo Ministro della cultura Franceschini e del Sindaco Marino.

Nei pochi sporadici articoli, abbiamo letto, con i soliti toni trionfalistici, di un totale, completo ed unanime consenso da parte del pubblico presente. In qualche altro è stata timidamente indicata la presenza di alcuni isolati dissensi nei confronti del tenore e del regista. Solo su alcuni blog, peraltro certamente autorevoli in ambito musicale (quali quello di Enrico Stinchelli e il “Corriere della Grisi”, noti a tutti i melomani), è comparsa la reale cronaca dello spettacolo, del quale gli esiti non furono affatto trionfali.

In verità, nonostante la serata un po’ ingessata per la presenza, tra le altre, della prima carica dello Stato, ci sono stati dissensi per tutti. La gran parte di questi è andata al regista, la figlia del Maestro, Chiara Muti, sebbene avesse proposto un lavoro in chiave essenzialmente tradizionale, ed al tenore, l’azerbaigiano Yusif Eyvazov. Non sono mancati i fischi per lo stesso Muti e, seppure in misura minore, per la diva Anna Netrebko, per la prima volta a Roma. Alla seconda recita, alla quale, di solito, non assistono giornalisti, le cose sono andate addirittura peggio ed il pubblico non ha lesinato la propria disapprovazione anche per lo stesso Maestro e per la Netrebko.

Del perché dell’insuccesso (ché di insuccesso si tratta) non è difficile dire: in primo luogo perché avvicinare il “repertorio” senza garantire certi standard può essere pericoloso, soprattutto a Roma. E poi per i protagonisti che certamente non si trovavano al posto giusto nel momento giusto.

Della russa diva venuta dal nord, non si sa se sia considerata più bella o più brava. Certamente la sua vocalità è più adatta ad un repertorio meno drammatico: in Manon ci sono un terzo e quarto atto pesanti per una voce troppo lirica. Basti pensare all’aria “Sola perduta e abbandonata”. Del resto il suo passato parla chiaro: ci sono Regina della notte, Elisir d’amore, Don Pasquale, Manon di Massenet, Lucia, Rigoletto, Traviata, cioè, prevalentemente, il repertorio del soprano lirico leggero. Manon Lescaut è opera non adatta a chi canta questo repertorio perché richiede una vocalità nettamente più spinta. Pensare quindi che i melomani della Capitale potessero applaudire semplicemente il grande nome, anche se proposto in un ruolo ad esso non adatto è stata una scelta inopportuna. Sui Romani, infatti, abituati a vedere il Colosseo tutti i giorni, non fanno presa certe suggestioni imposte dallo star system.

Dei fischi e buh per il tenore azerbaigiano è stato detto anche da quei pochi che hanno scritto dei dissensi alla prima: voce ingolata, recitazione inesistente. Di lui altro non sappiamo se non che ha già cantato con Muti nel ruolo di Otello a Ravenna. Molti, tra il pubblico, si saranno chiesti come mai dovesse essere necessario arrivare fino all’Azerbaigian per trovare un tenore che canta così …

Per quanto riguarda il maestro Muti, è noto che quello pucciniano e verista non rappresentano il suo repertorio d’elezione e che, nella sua carriera, solo due o tre ne sono state le occasioni di incontro. Egli, infatti, ha dato nelle opere meno frequentate della fine del Settecento e del primo Ottocento (Gluck, Cherubini, primo Verdi) il meglio di sé, trovandovi la sua strada interpretativa. Non è, quindi, difficile pensare che possa non essere  consonante con una teatralità appassionata ma languida, intimista ma universale, dai continui mutamenti dello stato d’animo, richiedente, per conseguenza, quei costanti cambiamenti di tempo, quella agogica chiaroscurale che rappresentano le caratteristiche più peculiari del repertorio operistico tardo ottocentesco e degli inizi del Novecento. Insomma appare che di questo repertorio stenti a trovare una sua interpretazione.

Relativamente a Chiara Muti, al di là delle scelte registiche, diremo che pagava, probabilmente, l’inopportunità di una scelta considerata dal pubblico familistica o nepotistica. Forse sarebbe stato meglio che il “direttore a vita” del Teatro dell’Opera di Roma non vi avesse fatto scritturare la figlia come regista, e soprattutto non nell’opera da lui diretta. Ancora una volta colpisce la disattenzione della stampa, che, se fosse necessario, dimostra come in Italia la puntualità dell’informazione e l’onestà intellettuale siano un genere ormai in disuso, e come altro abbia preso il posto della deontologia professionale. 

È stata data, dunque, l’indicazione di un successo superiore a quello reale, cioè ne è stato “aumentato” l’effettivo gradimento da parte del pubblico. Del resto Puccini fa morire la sua eroina su un accordo di “quinta aumentata”. Che ci volete fare, oggi aumenta tutto …  

 

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