lunedì, Giugno 21

Il Cristo di Levi scritto nella Firenze occupata

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«Fu nell’ottobre del 1943 che Carlo Levi venne a chiedermi ospitalità. In quel periodo la mia attiva partecipazione alla lotta antifascista e antinazista consisteva proprio in questo: ospitare, nascondere e collegare con altri elementi del Fronte di Liberazione i perseguitati politici, gli ebrei ecc….. Carlo Levi era ricercato nella sua duplice qualità di membro attivo della lotta antifascista e di israelita…. Era un periodo duro; pieno di timori, incertezze e speranze e talvolta nelle lunghe ore di attesa egli amava raccontarmi episodi della sua attività passata, e del lungo periodo di confino. Nacque così l’idea del libro e il lavorare ad esso fu l’unica distensione in quel periodo atroce». Così, Anna Maria Ichino ricordava la presenza nella sua casa al n. 14 di Piazza Pitti a Firenze, del medico-scrittore che proprio lì, scrisse il suo capolavoro: ‘Cristo si è fermato a Eboli, un libro sul confino, sull’antifascismo e la Resistenza, sulle condizioni disagiate del nostro Sud, simbolo di tutti i confini, che ancora oggi è letto e tradotto ovunque, anche in Giappone, Cina, Turchia. Ebbene, quella esperienza  di vita, di lotta antifascista e di impegno artistico e letterario, è minuziosamente ricostruita in un libro dal titolo ‘L’arse argille consolerai‘ (Edizioni ETS), autore Nicola Coccia.

Al collega Nicola, noto giornalista de La Nazione, presso cui ha lavorato per vari anni, autore di testi e ricerche sulle vicende della Resistenza, chiedo: come le è venuta l’idea di un libro sulla genesi del capolavoro di Carlo Levi?

L’idea è nata dall’esigenza di approfondire e far conoscere aspetti poco noti o del tutto ignoti di come e dove è nato quel libro, in quali difficili circostanze è maturata in Carlo Levi la necessità di testimoniare quella esperienza di vita al confino, quale esiliato politico. Chi lo aiutò. Tra le persone che gli furono più vicine penso innanzitutto a colei che lo ha materialmente e moralmente aiutato – Anna Maria Ichino – una donna straordinaria e coraggiosa, che ha messo a repentaglio la propria vita per dare rifugio a importanti figure dell’antifascismo, tutte in clandestinità. E tra queste il pensiero corre anche al giornalista e  scrittore Manlio Cancogni, colui che lo spinse, lo sfidò quasi a vincere la sua reticenza a narrare gli anni del confino prima a Grassano poi ad Aliano, il piccolo comune ( poco più di mille abitanti) della Basilicata, ove soggiornò a lungo Carlo Levi ed al quale è rimasto legato per sempre. Là infatti   nel piccolo cimitero di Aliano, dove amava spesso andare a dipingere,  riposano le sue spoglie. E   oggi, legittimamente, quel piccolo Comune rivendica la nomina nel 2018, a capitale italiana della cultura, una cultura nel segno dello spirito antifascista e della solidarietà umana. Non solo Aliano non ha dimenticato la generosità con cui Levi prestò la propria opera di medico e ne conserva la casa dove ha vissuto, ma ritiene di essere uno dei luoghi simbolici e rappresentativi di tutte le terre di confino. In Italia, il regime fascista inviò al confino, nelle isole o in località abbandonate da Dio e dagli uomini, 12 mila persone: punirne una per educarne 100, era la filosofia del regime. Mi sembrava perciò doveroso ricostruire quel periodo di grande impegno antifascista e di creatività.

Di quella casa in piazza Pitti a Firenze, poco o niente si è letto nelle tante e autorevoli storie sulla Resistenza, come della sua inquilina. Chi era Anna Maria Ichino?

Una donna dolce, coraggiosa e di grande generosità.  Lei apparteneva alla terza generazione degli Ichino che da Torino si erano trasferiti qui nel periodo di Firenze Capitale. E vi erano rimasti. Era una bella donna, una ragazza madre, che al piccolo aveva dato nome Paolo, Benvenuto e Libero. Era nato da poco quando Carlo Levi, torinese, arrivò a chiedere ospitalità in quella casa. E Carlo si affezionò al bimbo. E alla madre. Sentimento ricambiato. Ne nacque una storia d’amore immortalata in un dipinto dello stesso Levi. Fin da piccola Anna Maria aveva maturato un insopprimibile senso di giustizia e di libertà, ed era rimasta colpita dall’aggressione di cui era rimasto vittima  in Val di Nievole ( Montecatini) Giovanni Amendola che, per le conseguenze di questo vile pestaggio da parte di mille fascisti, morì a Parigi non molto tempo dopo. E la sua casa di Piazza Pitti, divenne  la sede clandestina della Commissione Stampa del CLN Toscano, frequentata da intellettuali, giornalisti, insegnanti, architetti, di vario orientamento. Le riunioni, ha scritto Manlio Cancogni, avvenivano di solito il pomeriggio. Lui ci andava a piedi, quasi tutti i giorni. Talvolta da solo. Altre in compagnia di Sergio Telmon che era stato arrestato dai fascisti e poi rilasciato. In quella casa – racconta – insieme a Carlo Levi, ha incontrato Eugenio Montale, Cesare Fasola che in quel tempo si preoccupava di salvare le opere d’arte, Sandrino Contini Bonacossi, gli architetti Giovanni Michelucci, Edoardo Detti, Riccardo Gizdulich, il maestro socialista Alberto Albertoni, Giacomo Devoto, il celebre linguista. E Ancora: Vittore Branca, Bruno Sanguinetti, Santoli. Capitava spesso anche Giovanni Colacicchi, amico di Carlo Levi e un certo Bruno che poi si è accertato, era lo zio di Oriana Fallaci. Levi non aveva alcun incarico ma era attivo, dovevano provvedere alla stampa clandestina, al nuovo giornale, mentre il Comitato stava organizzando l’insurrezione. Non solo, ma già il CTLN pensava al dopo, a come riorganizzare la vita della città una volta liberata con le proprie mani.

E in quel clima Carlo si tuffò nella stesura del libro.

Sì, un clima del tutto eccezionale, come ha scritto Anna Maria Iachino, che era anche staffetta partigiana. Scriveva: “le giornate in casa erano lunghe ed angosciose per una persona attiva. Bisognava ingannare le attese e Carlo Levi scriveva il suo libro o dipingeva in attesa di un colloquio o di un appuntamento importante. Io leggevo ogni pagina che veniva finita e dietro di una è abbozzato un mio ritratto. Non sempre poteva lavorare la sera; non c’era luce, e non sempre avevamo mangiato abbastanza. Ogni giorno amici e compagni venivano arrestati e deportati, alcuni uccisi. Eravamo sotto le incursioni aeree ed ogni giorno non eravamo certi di vedere il seguente. Gli Alleati non arrivavano e la nostra attesa diveniva sempre più pressante. “Aspettano a venire che abbia finito il libro” diceva Carlo Levi. E fu veramente così. “ Era il 18 luglio quando Carlo Levi terminò Cristo si è fermato a Eboli. Aveva scritto con un lapis 330 cartelle. Sull’ultima aveva appuntato la data del 18 luglio 1944. Nel manoscritto c’erano due croci. Si riferivano alla morte di Leone Ginzburg e a quella di Eugenio Colorni. Sul retro delle cartelle c’era una poesia di William Blake che lui stesso aveva tradotto dall’inglese. C’erano piccoli schizzi, abbozzi e disegni a matita, che ritraevano il volto di Anna Maria Ichino, un autoritratto, nudi di donna, una raffigurazione di Leda e il cigno. E sempre sul retro di una pagina aveva scritto: “Paola, Paola, Paola…”. Carlo Levi aveva impiegato otto mesi per scrivere il Cristo, ma ci aveva pensato per otto anni.

Chi era Paola?

Paola Levi, moglie di Adriano Olivetti. Quello tra lei e Carlo è stato un grande amore. Si conoscevano dai tempi del Liceo, stessa età, matrimonio di lei freddo, a lei erano dedicati i versi che ho scelto per dare un titolo a questo mio libro, scritti dal confino all’amata affinché lo andasse a trovare

“Paola forse verrai/ in questa terra che non ti appartiene/ l’arse argille consolerai/ come una pioggia inattesa.

«Paola era bella. Spiritosa. Elegante. Colta. Piena di vita. Esuberante. A quarant’anni faceva ancora capriole sulla spiaggia del Forte dei Marmi»,   così l’aveva descritta Gina Tiossi, segretaria di Eugenio Montale. Sulla sua educazione, ma anche sul carattere, aveva influito la famiglia, una famiglia importante. Il padre di Paola, Giuseppe Levi, originario di Trieste, era ebreo e antifascista e nel suo campo, la medicina, era un’autorità. Tre suoi allievi Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi-Montalcini. Alla loro vicenda d’amore e al loro “segreto” ho dedicato il mio ultimo capitolo: Il segreto, appunto.

Riguarda la figlia nata dalla loro relazione?

Sì, Anna Olivetti nata da questa grande storia d’amore, una storia toccante, lei sarà riconosciuta come figlia da Adriano. Solo dopo molti anni, verrà a sapere di una verità che le è stata sempre taciuta.

Queste pagine valgono il libro. Che ho apprezzato anche perché offre uno spaccato per certi aspetti inatteso e inedito della lotta clandestina per la Liberazione di Firenze e del ruolo di quella straordinaria figura di donna che il libro svela: Anna Maria Ichino. Mi parli del legame tra lei e Carlo Levi.

Era una donna dolce alla quale Umberto Saba, rifugiato anche lui insieme alla figlia Linuccia, in quella casa, le dedicò alcune poesie. Lui, si è visto,  era un uomo affascinante, i suoi modi e le sue parole suscitavano grande attrazione, sopratutto  sulle donne. Anche lei ne fu colpita  (come Linuccia Saba).  Carlo era così premuroso con il piccolo  Paolo che lo teneva spesso in collo. Ne era il padre putativo. Poi, prima che i tedeschi facessero saltare i ponti di Firenze, tutta la popolazione dovette lasciare le abitazioni. Anche Anna Maria, il piccolo e Carlo si trasferirono dentro Palazzo Pitti, che raccolse 5 mila sfollati. Ma le condizioni igieniche erano pessime, negli scantinati era umido e forse l’acqua inquinata: Paolino si ammalò di dissenteria”. Carlo Levi, che era medico, cercò di salvarlo. Chiese aiuto. Interpellò amici. Si rivolse al presidente del Comitato di Liberazione, Carlo Ludovico Ragghianti. Il quale, tempo dopo, scrisse: “malgrado ogni sforzo presso gli alleati che la detenevano non riuscimmo a procurare una medicina per salvare il piccolo Paolo”. Il piccino tornò a casa. E mentre tutti esultavano per la Liberazione di Firenze, Anna Maria si struggeva nel vedere il figlioletto divorato dalla febbre alta. Passarono altri sei giorni. Il 17 agosto nelle stesse ore in cui la città, insorta l’11 agosto, combatteva per la definitiva liberazione, un bambino di 10 mesi, Paolino, moriva in piazza Pitti 14. Erano le 16,303. Toccante la testimonianza di Manlio Cancogni che, avvertito da Carlo Levi, vide l’amico che aveva fatto una cassetta rudimentale con delle assi di legno. Era piccola, quasi una scatola. Vi adagiò il corpicino di Paolo, vestito con cura. E poi insieme cercarono di raggiungere, tra le macerie e gli spari, il cimitero del Bobolino per la sepoltura. Quel pomeriggio, la mamma, rimase ferita da un dolore che non si rimarginò mai. Dopo la Liberazione, le strade di Carlo e Anna Maria si divisero.

Nicola, ha fatto un gran lavoro di ricerca.

Sei anni di ricerche per scavare nella vita di Carlo Levi e in uno dei libri più importanti del nostro dopoguerra. Il libro parla soprattutto della vita di Carlo Levi, medico, pittore, componente del Comitato Toscano di Liberazione, della donna che lo ha protetto, del bambino di cui è stato padre putativo, della figlia segreta, della scrittura del “Cristo si è fermato a Eboli”, avvenuta, sotto l’occupazione tedesca, in un appartamento di Firenze, ma anche delle terribili  cose accadute in quel tempo e dei tanti antifascisti che frequentarono la casa di Anna Maria Ichino.  Ci sono testimonianze e  foto mai pubblicate prima e anche un quadro molto significativo di quel periodo, rimasto chiuso in una stanza. E poi c’è la foto  e la storia della persona che ha suggerito a Levi il titolo del suo capolavoro: “Cristo si è fermato a Eboli”.

 

 

 

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