venerdì, Settembre 24

Cristiani in Palestina: emigrazione forzata?

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Beirut – La Palestina ha dato i natali a Gesù Cristo, è stata la culla del Cristianesimo, ma i cristiani della Palestina risentono ancora degli effetti delle tragiche vicende arabe e palestinesi dal 1948 ad oggi che hanno portato all’esilio della maggior parte di essi, all’emigrazione di altri e ad una vita fatta di condizioni politiche, economiche e di sicurezza molto difficili di coloro che sono rimasti in patria.
Indubbiamente, tutto questo è il risultato della fondazione dello Stato sionista dIsraele in terra palestinese: in Palestina in generale, e nella Gerusalemme occupata in particolare, cristiani e musulmani sono sottoposti a forti pressioni nella loro vita economica e politica e nell’esercizio delle pratiche religiose, per non parlare della confisca delle loro terre e delle loro case e dell’allontanamento forzato della maggior parte di essi verso la Cisgiordania, la striscia di Gaza e i paesi arabi limitrofi.
Secondo lo studio redatto da Bernard Sabella, membro del Consiglio Legislativo Palestinese della provincia di Gerusalemme e professore di Sociologia all’Università di Betlemme, a partire dalla fine del XIX secolo la percentuale dei cristiani in Palestina si è andata gradualmente riducendo.
Nel 1894, in Palestina vi erano 42871 cristiani, che costituivano il 13,3% della popolazione palestinese, che all’epoca ammontava a 322338 abitanti; nello stesso periodo non vi erano più di 40 mila ebrei (il 9,3% della popolazione), mentre i musulmani costituivano la stragrande maggioranza della popolazione con una percentuale pari al 77,4%. Nel 1948, prima della prima guerra arabo-israeliana e della fondazione della cosiddetta ‘entità’ israeliana in terra palestinese, vi erano 145 mila cristiani, equivalente al 7,6% della popolazione, che allora contava 1908724 abitanti; 34 mila cristiani rimasero nello Stato d’Israele, cioè nei territori occupati nel 1948, mentre 60 mila cristiani, il 41,3% dei cristiani palestinesi, divennero rifugiati.
Prima del 1948, il numero dei cristiani palestinesi in Cisgiordania e nella striscia di Gaza ammontava a 51063, era quindi poco superiore a quello odierno.
Gli studi pubblicati dal consorzio palestinese ‘Diyar’ hanno reso noto che il motivo principale della graduale diminuzione del numero dei cristiani sia stata la nakba (letteralmente ‘disastro’, ‘catastrofe’, termine usato per indicare la perdita della Palestina, N.d.T.) del 1948, in seguito alla quale è iniziato lesodo palestinese.
Sempre secondo questi studi, nel 1924 il 10% degli abitanti della Palestina storica era costituito da cristiani. All’alba della nakba, la percentuale dei cristiani si aggirava intorno all’8% e nei mesi a seguire è calata dall’8% al 2,4%; pertanto la nakba è stata una disgrazia per il popolo palestinese tutto e in particolare per i cristiani. Il 37% dei cristiani di Gerusalemme si ritrovò nella condizione di rifugiato, contro il 17% dei musulmani palestinesi. Questa alta percentuale di rifugiati tra i cristiani deriva dal fatto che, durante la guerra del 1948-1949, i sionisti occuparono i quartieri occidentali di Gerusalemme, i quali erano popolati principalmente da palestinesi; analogamente, il 34% dei territori occupati dai sionisti a Gerusalemme ovest era nella mani delle chiese cristiane.
Il secondo motivo principale della riduzione del numero dei cristiani nella Palestina occupata è stata l’emigrazione all’estero, specialmente in America Latina e Settentrionale e in Australia. Quest’emigrazione si è verificata principalmente tra i giovani e gli intellettuali ed è stata nella maggior parte dei casi un’emigrazione permanente negli Stati Uniti, in Europa o nei Paesi del Golfo [Persico]. La più grande comunità palestinese al di fuori del mondo arabo si trova in America Latina e Centrale, dove vivono circa mezzo milione di palestinesi, di cui l’80-85% è costituito da cristiani. Si dice che la comunità più grande per numero si trovi in Cile e comprenda 350 mila palestinesi cristiani. Quanto a El Salvador, il 3% della sua popolazione è costituito da cristiani palestinesi. La prima emigrazione palestinese in America Latina si è avuta agli inizi del XX secolo, e le politiche britanniche che impedivano agli emigrati il ritorno in Palestina hanno giocato un ruolo importante nel determinare la loro permanenza nel Paese di arrivo, dando luogo alla cosiddetta ‘diaspora’.
L’aumento dell’emigrazione tra le fila dei cristiani palestinesi, specialmente tra gli abitanti di Gerusalemme, è il risultato delle pressioni politiche, economiche, sociali e di sicurezza esercitate nei loro confronti dalle forze di occupazione: le continue aggressioni israeliane nei territori palestinesi; il blocco israeliano della striscia di Gaza; la confisca per mano israeliana delle risorse finanziarie dell’Autorità Palestinese, con conseguente deterioramento delle condizioni economiche, aumento della disoccupazione e caro dei prezzi; infine la discriminazione razziale ai danni dei palestinesi nei territori del 1948.
Secondo alcune stime, il numero attuale dei palestinesi cristiani arriva a 500 mila, ma oltre due terzi di essi risiedono al di fuori della Palestina, mentre 50 mila cristiani sono rimasti in Palestina e sono sparsi tra la Cisgiordania, dove ne vivono 47 mila, e la striscia di Gaza, popolata da circa 3 mila cristiani palestinesi. Altre stime sostengono che la percentuale della loro presenza non superi l’1,25% di tutti i palestinesi dei territori palestinesi.
Il terzo motivo della diminuzione della percentuale dei cristiani dopo la nakba e l’emigrazione è il numero delle nascite presso le famiglie palestinesi. Per esempio, se la donna ebrea genera in media 2,88 bambini, quella musulmana 3,84 e quella drusa 2,49, la donna cristiana ne genera 2,18: in questo modo, la percentuale dei cristiani nella Palestina occupata si è andata consumando velocemente nel giro di un secolo.
L’attuale realtà di Gerusalemme mostra una graduale scomparsa dei cristiani dalla Città Santa, a causa della permanente occupazione israeliana e delle politiche messe in atto contro i palestinesi a Gerusalemme, dove vi sono 14 chiese, in gran parte storiche, mentre il numero dei cristiani a Gerusalemme est oggi non supera gli 8 mila o, secondo altre stime, i 6 mila.
Il ricercatore Bernard Sabella ritiene che “se due terzi dei cristiani palestinesi vivono oggi nella diaspora, il pericolo più grande per l’emigrazione palestinese si nasconde nella città di Gerusalemme, dove vi sono 11 mila cristiani secondo le stime più alte, cioè il 4,4% dell’intera popolazione palestinese, che si aggira intorno ai 250 mila abitanti nella Gerusalemme occupata”.
Quanto alla situazione dei palestinesi cristiani fuori da Israele o dai territori occupati nel 1948, secondo le statistiche il loro numero si avvicina a 117 mila su una popolazione totale di 6,8 milioni. Sono divisi tra cattolici (appartenenti alla chiesa latina e ad altre chiese), che sono 84 mila, ortodossi (di chiese diverse), che sono 75 mila e protestanti e appartenenti ad altre chiese, in tutto 8 mila, per un totale di 167 mila.
Il dottor ‘Atallah Qubti, professore presso la Facoltà Ortodossa Araba, ritiene che esistano politiche di discriminazione etnica, razziale e religiosa sotto l’occupazione israeliana, “perciò i cristiani, i musulmani e gli ebrei illuminati chiedono uno stato di diritto e la piena cittadinanza”.
Ci sono 15 chiese che riflettono la presenza cristiana, ognuna delle quali ha la sua peculiarità; alcune hanno radici aramaiche, altre origine bizantina. La maggior parte dei cristiani in Cisgiordania vive nelle città di Betlemme, Gerusalemme e Ramallah, dove sono presenti in stragrande maggioranza, oltre a Bir Zeit, Taiyiba, Zababida, ‘Abud, ‘Ain ‘Arik, Jifna, al-Bireh e Rafidiya. I cristiani nella regione della Galilea sono concentrati nelle due città di Nazareth e Haifa e in altri comuni e villaggi, oltre a registrare una presenza simbolica nella striscia di Gaza (tra 1250 e 3000 cristiani).
Il fenomeno dellemigrazione dei cristiani palestinesi ha subito unaccelerazione dal 2001, più precisamente dopo la seconda Intifada, alla fine di settembre del 2000, e quanto ad essa si è accompagnato in termini di ostilità israeliana, la quale ha colpito tutto il popolo palestinese, specialmente nella Gerusalemme occupata, in Terra Santa e nei suoi luoghi di culto, per non parlare delle città di Betlemme e Hebron.
I capi della Chiesa ascrivono lincremento dell’emigrazione cristiana a diversi motivi, tra i più importanti dei quali rientrano: l’imposizione, da parte dell’entità israeliana occupante, di restrizioni al ricongiungimento delle famiglie palestinesi, la limitata possibilità per le comunità cristiane di Gerusalemme di espandere i propri edifici a causa della confisca israeliana delle proprietà della chiesa; il rifiuto di concedere permessi e autorizzazioni per la costruzione di nuovi edifici e le limitazioni poste alla costruzione; i problemi fiscali; le difficoltà incontrate dai religiosi cristiani nell’ottenimento dei permessi di residenza; la costruzione di un muro di separazione eretto dall’entità israeliana nel cuore della Cisgiordania per separare le zone palestinesi da Gerusalemme, gli insediamenti e i territori del 1948.
Il dottor Hanna Issa, assistente sottosegretario agli Affari Cristiani al Ministero Palestinese degli Awqaf (fondazioni pie islamiche, N.d.T.) afferma che l’emigrazione dei cristiani dai territori palestinesi negli ultimi tempi è diventata un fenomeno preoccupante, specialmente se consideriamo che alcuni indicatori parlano di 600 cristiani di Gerusalemme occupata, Cisgiordania e striscia di Gaza che lasciano il paese ogni anno.
Le misure messe in atto dalloccupazione israeliana, specialmente la limitazione della libertà di culto, spingono i cristiani a emigrare ed evacuare la Terra Santa. Molti cristiani hanno rivelato che i motivi che li spingono all’emigrazione sono la riduzione della libertà e della sicurezza, il deterioramento delle condizioni economiche, l’instabilità politica, lo studio all’estero, il ricongiungimento familiare, il muro israeliano, gli sbarramenti militari e l’estremismo religioso. Gli osservatori affermano che la fine delloccupazione israeliana sarebbe lunica via che permetterebbe ai palestinesi, cristiani e musulmani, di vivere in un clima di prosperità e sviluppo. Sarebbe anche l’unico modo certo per far sì che la presenza cristiana in Terra Santa non si estingua.
Le forze di occupazione israeliane hanno anch’esse modificato la situazione demografica della Gerusalemme occupata evacuando la città dai suoi abitanti palestinesi ricorrendo a numerose misure governative che includono l’annullamento della residenza e l’imposizione di vincoli alla libertà di culto. Simile è la situazione della città di Betlemme, circondata da un soffocante muro israeliano che ruba centinaia di dunum (unità di misura terriera; 1 dunum equivale a 2500 m², N.d.T.) alle loro terre e impedisce agli abitanti di raggiungere liberamente la Basilica della Natività.
Durante le feste di Natale e Pasqua, quando migliaia di cristiani raggiungono Betlemme e la Città Santa per festeggiare la nascita e la resurrezione di Cristo, ai palestinesi cristiani che sono nati o vivono a Gerusalemme o nelle vicinanze viene impedito di celebrare le cerimonie religiose nella città. Per esempio, nell’aprile del 2011, 150 mila palestinesi hanno presentato richiesta per ottenere un permesso di ingresso nella Gerusalemme occupata, ma l’entità ha emesso soltanto 2500 permessi.
Oggi esistono 22 insediamenti illegali a Betlemme, oltre al muro, anch’esso illegale, che rientra tra i motivi che hanno limitato la presenza palestinese e l’hanno confinata solo nel 13% della superficie originaria della provincia. Il regime degli insediamenti e del muro impedisce la libertà di movimento e di culto nelle due città cristiane più sante, e soffoca anche il movimento legato al turismo, che rientra tra le principali attività economiche palestinesi.
Sul futuro della Palestina incombe una calamità civile che trova espressione nel fatto che la patria di Cristo, la prima terra cristiana, nel giro dei prossimi quaranta o cinquant’anni rimarrà senza cristiani, ad eccezione dei resti dei sacerdoti e dei preti nei monasteri e nelle chiese; probabilmente a Betlemme, la città che ha visto nascere Gesù, nei prossimi vent’anni non resterà nessun cristiano, se l’emigrazione palestinese continuerà a verificarsi allo stesso ritmo di oggi.
Traduzione di Stefania Dell’Anna

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