mercoledì, Maggio 12

Crisi Ucraina, un'occasione da non perdere Un concorso di circostanze favorevoli dovrebbe spianare la strada ad una soluzione pacifica

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La tregua, in Siria, grosso modo tiene, tra i numerosi belligeranti che l’hanno voluta e imposta o in un modo o nell’altro accettata, e compatibilmente con le complicazioni derivanti dalla continuazione delle ostilità contro l’ISIS, che in partenza doveva essere per tutti gli altri il nemico principale da combattere. Seguita a ruota dall’improvviso annuncio del ritiro del grosso della spedizione russa, ne è risultata ovviamente rafforzata, di per sé e nelle sue implicite prospettive, malgrado tutti i dubbi e perplessità suscitati dalla decisione del Cremlino.

Molti si saranno nel frattempo dimenticati che una tregua vige, sempre un po’ a modo suo, anche in Ucraina, teatro fino a ieri del conflitto più allarmante sulla scena mondiale benchè “a bassa intensità”. E’ lecito prevedere, oltre che sperare, che il Vladimir Putin prodigo di colpi a sorpresa e ormai emulo di Giulio Cesare o Alessandro Magno nel non indugiare davanti alle decisioni da prendere, conceda adesso un bis più vicino a casa sua in tutti i sensi? Di sicuro non si può escluderlo, nonostante tutte le differenze tra le due situazioni. Se davvero la mossa compiuta dal “nuovo zar” sulla sponda orientale del Mediterraneo non cambia moltissimo, come parecchi osservatori sostengono, perché i russi sono in grado di tornare sul posto fulmineamente e in forze in qualsiasi momento, oltre che di colpire i nemici anche da lontano, come hanno già fatto con i missili da crociera lanciati dal Mar Nero, lo stesso vale a maggior ragione per il Donbass, situato appena al di là di un ultraporoso confine tra Ucraina e Russia.

Come è noto, Mosca aveva negato a lungo, dopo l’inizio del conflitto tra i ribelli filorussi e il governo di Kiev, che i primi fossero attivamente spalleggiati in qualche misura da unità russe, oltre che visibilmente riforniti di tutto il necessario, inteso in senso molto ampio, per reggere il confronto e anzi sopraffare l’avversario. Solo di recente Putin in persona aveva finito per riconoscere che sì, militari russi erano davvero presenti nelle due province disputate. Perché l’ha fatto, visto che l’evidenza precedentemente negata era sotto gli occhi di tutti (come era già avvenuto due anni fa in Crimea prima dell’annessione russa legittimata in qualche modo da un referendum popolare) e non si sentiva un particolare bisogno di confessioni? Adesso si potrebbe ipotizzare che quella di Putin mirasse a precostituire una carta da giocare sul tavolo politico-diplomatico preludendo ad un eventuale ritiro di “consiglieri” (il termine risalente alla guerra del Vietnam è ormai di uso corrente) sia pure meno spettacolare di quello di intere squadriglie aeree con tutto il loro apparato ausiliario e protettivo.
Se ciò avvenisse, potrebbe trattarsi di un gesto destinato a parare mosse delle controparti attualmente in corso. Lo schieramento occidentale nel suo complesso, pur con dissonanze anche notevoli al proprio interno, appare deciso a prorogare ancora una volta le sanzioni a carico della Russia se questa non desisterà dal suo comportamento nei confronti dell’Ucraina, percepito e denunciato come aggressivo.

Nel frattempo, si risponde ad esso con contromisure che tendono a crescere. Nei giorni scorsi i governi britannico ed ucraino hanno stipulato un accordo della durata di 15 anni il quale ne rinnova uno precedente scaduto nel 2006 e prevede il raddoppio della multiforme assistenza militare che Londra già presta a Kiev anche mediante l’impiego di istruttori in loco. Finora sono stati addestrati 2 mila membri dell’esercito ucraino che ha altresì ricevuto dal Regno unito materiale bellico per oltre 1,4 milioni di dollari. Mentre quello di Londra è uno dei governi europei più duri nei confronti di Mosca, nella fattispecie lo affianca il nuovo governo del Canada, paese che ospita da molti decenni numerosi immigrati ucraini già esuli dall’URSS e animati da un robusto nazionalismo. Ottawa ha celebrato a suo modo, venerdì scorso, il secondo anniversario dell’annessione della Crimea allungando la propria lista delle società e personalità russe soggette a sanzioni. Già il governo precedente, del resto, aveva preannunciato l’invio a Kiev di 200 istruttori militari seguendo l’esempio anche americano.

In effetti, se tutto ciò contrasta con il ricorrente diffondersi di voci ottimistiche circa l’andamento dei colloqui multilaterali per una soluzione pacifica del conflitto avviati in base agli accordi di Minsk, corrisponde invece al clima sempre pesante che regna nei rapporti tra i belligeranti, più o meno dichiaratamente tali, e che malgrado la relativa tregua tende semmai ad inasprirsi ulteriormente. Non merita forse eccessivo rilievo la recente esternazione del rappresentante delle “repubbliche” filorusse del Donbass nei suddetti colloqui secondo il quale l’applicazione degli accordi di Minsk potrebbe richiedere anni. I ribelli ne addebitano naturalmente la colpa al governo di Kiev ma danno spesso l’impressione di non sentirsi abbastanza sostenuti da Mosca nelle loro rivendicazioni autonomistiche e tanto meno nella loro aspirazione apparentemente prioritaria a passare armi e bagagli nella Federazione russa. Mentre Mosca, almeno finora, è sembrata, ai più, preferire la tenuta del Donbass in ostaggio per riportare se possibile l’intera Ucraina nella propria sfera di influenza o almeno impedire che la “sorella minore” della Russia consolidi il suo trasferimento integrale nel campo occidentale, ferma restando comunque la sottrazione ad essa della Crimea, verosimilmente irreversibile per tutti.

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