domenica, Giugno 13

Crisi siriana e interessi asiatici field_506ffb1d3dbe2

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Ban Ki-moon, Segretario generale delle Nazioni Unite

 

Proseguono i lavori a Montreux per Ginevra 2, la Conferenza di pace sulla Siria partita mercoledì 22 gennaio, dove le delegazioni di una quarantina di Paesi, più le due rappresentanze siriane del Governo di Bashar al-Assad e dell’opposizione, si sono riunite nel tentativo di trovare una risoluzione a quella che è stata definita come «la più disastrosa crisi umanitaria degli ultimi decenni», che in soli tre anni ha causato oltre 130,000 morti e due milioni e mezzo di rifugiati.

Un inizio difficile, caratterizzato da un clima decisamente poco disteso (tanto all’interno quanto fuori dall’aula dei colloqui) e uno sviluppo che, com’era prevedibile dalle premesse, lascia poche speranze di giungere a una risoluzione definitiva.

Anche perché alcuni degli attori principali del conflitto, come il principale alleato del Governo di Assad, ovvero l’Iran, (il cui invito dell’ultimo minuto da parte di Ban Ki-moon, Segretario generale delle Nazioni Unite, è stato altrettanto repentinamente ritirato in seguito alle pressioni internazionali e in particolare a quelle di Washington) e una buona parte della rappresentanza del fronte ribelle siriano (la frangia più estremista, quella legata agli islamisti di al-Qaeda), risultano i grandi assenti al tavolo delle discussioni.

Il Segretario Generale Ban ha ammesso che le sfide da affrontare si prefigurano come «estremamente difficili», ma allo stesso tempo ha posto l’accento sulla mancanza di alternative all’immediata cessazione delle violenze, domandando alle delegazioni siriane di «impegnarsi seriamente» e lanciando un «appello urgente per consentire l’accesso umanitario» alle migliaia di civili siriani bisognosi di assistenza.

Ma al di là del desiderio più o meno condiviso di un immediato ‘cessate il fuoco’, accompagnato da una rapida risoluzione politica alla crisi, risulta chiaro che i vari Paesi intervenuti a Montreux debbano affrontare una serie non indifferente di ostacoli; dall’evidente inasprimento delle reciproche posizioni da parte dei rappresentanti delle forze governative siriane e dell’opposizione; alla già citata assenza di alcuni interlocutori fondamentali; fino alla mancanza di una base di consenso condivisa sulle eventuali modalità di intervento.

Se, infatti, il dramma umanitario della Siria e la questione dell’impiego di armi chimiche ha suscitato la pressoché unanime reazione della comunità internazionale, restano molto distanti le posizioni dei Paesi intervenuti ai colloqui di Ginevra 2 rispetto a vari argomenti, come il sostegno alla legittimità del Governo di Assad, piuttosto che alla causa dei ribelli; o come la possibilità di un intervento esterno di natura militare, particolarmente caldeggiato da Washington. Una proposta che incontra però la decisa opposizione di elementi di spicco del Consiglio di Sicurezza, come Russia e Cina, oltre a un diffuso atteggiamento di diffidenza anche da parte dei Paesi più allineati con la politica USA.

Tra questi ultimi vi è ad esempio il Giappone, il principale alleato di Washington in Asia Orientale che, attraverso le dichiarazioni del Primo Ministro Abe Shinzo, aveva già condannato esplicitamente il regime di Assad e le sue violenze, appellandosi al raìs perché rinunciasse volontariamente al potere.

In seguito all’incontro bilaterale tra Abe e Obama avvenuto lo scorso settembre durante il summit del G-20, era stata espressa la mutua volontà di trovare «una posizione comune» sulla risoluzione della crisi siriana.

Una dichiarazione quest’ultima, che, dalla parte di Tokyo, risulta in qualche modo ambigua, a differenza di quel che riguarda la controparte statunitense.  Il Giappone deve infatti far fronte alla necessità di rimanere allineato politicamente agli USA e allo stesso tempo di tutelare i propri interessi nell’ambito della cooperazione in materia energetica nell’area del Medio Oriente.

Il Giappone, per bocca del Ministro degli Affari Esteri Fumio Kishida, intervenuto ai colloqui di Ginevra, si è detto pronto ad aprire un dialogo e una cooperazione attiva con la Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione; nonché a «fornire la massima cooperazione possibile» in termini di invio di personale e di aiuti finanziari all’OPAC (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche).

Nel suo intervento il Ministro Kishida, dopo aver sottolineato ampiamente il contributo del Giappone nel campo dell’assistenza umanitaria ed energetica in Siria, non ha mancato di evidenziare come «la promozione del dialogo tra i responsabili per il futuro della Siria, indipendentemente dalla loro posizione, garantirà un accesso sicuro e illimitato agli aiuti umanitari tutta la Siria, scongiurando un ambiente che porterebbe alla nascita di estremismi, che è una delle maggiori preoccupazioni al momento». Esattamente ciò a cui condurrebbe un eventuale intervento armato nel Paese, che rischierebbe di incendiare ulteriormente l’intera area mediorientale. Ma per l’attuazione del quale, al momento, non sembrano sussistere le condizioni necessarie.

Il timore condiviso è infatti che la crisi siriana possa uscire dai propri confini -come di fatto è già accaduto con il contagio del Libano, la grave crisi umanitaria che la Giordania sta affrontando con l’ingresso di una massa di profughi di difficile gestione, e le ripercussioni che coinvolgono perfino l’Iraq-, gettando nel caos l’intera regione circostante, dove molte delle principali potenze mondiali, non ultimi Cina e Giappone, mantengono solidi interessi strategici ma soprattutto energetici.

Fondamentalmente il Giappone si è schierato con i Paesi Occidentali nel condannare il regime siriano. Ha adottato misure per il congelamento dei beni del presidente Assad e misure di carattere umanitario. Più complessa è la posizione rispetto alla possibilità di un intervento militare in Siria.” afferma Massimiliano Porto, Direttore del programma di ricerca ‘Asia Orientale’ presso l’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie).

A tal proposito“, prosegue Massimiliano Porto, “bisogna fare delle considerazioni preliminari. In caso di intervento militare dobbiamo distinguere tra intervento con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza e intervento senza tale autorizzazione. Nel primo caso non avrebbe problemi ad allinearsi al CdS (anche se ciò di fatto è impossibile vista la posizione di Russia e Cina). Nel secondo caso, invece, la difficoltà di scegliere fondamentalmente dipende da due interessi contrastanti, quello politico e quello energetico. Infatti, in questo caso un intervento unilaterale è stato proposto dagli Stati Uniti e nell’estate scorsa sono state forti le pressioni dell’amministrazione Obama sul governo giapponese affinché appoggiasse l’azione statunitense. Il Giappone si trova nella situazione di non poter contrariare il suo alleato, soprattutto perché necessita dell’appoggio americano nella gestione della crisi sulle Senkaku/Diaoyu (l’articolo 5 del trattato di sicurezza nippo-americano stabilisce che gli USA si impegnano a proteggere i territori sotto l’amministrazione giapponese e le Senkaku sono amministrate dal Giappone). L’altro aspetto è quello energetico. Il Giappone dipende per circa l’80% dal petrolio del Medio Oriente perciò reputa tra i suoi interessi principali la stabilità della regione. Un eventuale conflitto in Siria potrebbe gettare nel caos la regione, danneggiando gli interessi giapponesi. Ci potrebbe essere una riduzione della produzione con conseguente aumento del prezzo del petrolio e visto che il Giappone ha una minore capacità di produrre energia dopo i fatti di Fukushima e non è ancora riuscito a diversificare le proprie importazione di greggio, sarebbe particolarmente vulnerabile. Perciò non avrebbe nessun interesse a un intervento militare che potrebbe incendiare la regione.”

Tutt’altro che una ‘semplice’ crisi locale o regionale, la questione siriana può dunque diventare una faccenda di ben più ampio respiro, che andrebbe a mettere alla prova la reale consistenza di alcune alleanze e rivelare il vero baricentro degli equilibri geopolitici e gli interessi dei vari attori in gioco.

 

 

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