sabato, Settembre 18

Crisi? Ritrovare le radici abbandonate Intervista all'economista sociale Fabrizio Pezzani, ordinario di Economia Aziendale in Bocconi. “La crisi non è economica, è antropologica, non si risolve in modo meccanicistico con provvedimenti esterni alla società, ma solo con provvedimenti interni per ritrovare le radici che abbiamo abbandonato”

0
Fabrizio Pezzani, professore ordinario di Economia Aziendale presso l’Università L.Bocconi di Milano e distinguished professor presso la SDA Bocconi School of Management, è uno dei pochi economisti che se anche non hai una laurea in Economia capisci quello che ti dice. Non bastasse, riesci pure restarne affascinata. E non ti stanchi nel sentirlo parlare, anzi, resti lì, sperando che prosegua. Perchè in quel che ti dice ti senti perfettamente a tuo agiocome risvegliasse consapevolezze che erano finite sepolte in qualche angolo della mentee nel ritrovarli improvvisamente l’orizzonte si schiarisce. Anche per questo mi ha fatto molto piacere la sua decisione di accettare l’invito a far parte della squadra di opinionisti di ‘L’Indro, e di ciò devo ringraziare pubblicamente l’altro economista sociale sul quale la nostra testata da tempo può contare, che è Giorgio Fiorentini.
Come recita la presentazione di Egea, Fabrizio Pezzani è autore di contributi importanti sia a livello nazionale che internazionale sui temi dell’economia aziendale italiana fondata sulla realizzazione del bene comune, la sua lettura è ampia ed estesa ad altre scienze sociali. 
L’economia, in questa sua visione, “è e rimane una scienza sociale e non una scienza esatta come oggi viene intesa, cone ripete spesso. Su ‘L’Indrosta portando questo tipo di contributo, che ritengo oggi assolutamente fondamentale nella riflessione sul futuro che siamo sfidati a costruire.

Quando mi ha girato il suo ultimo libro, ‘Il futuro nelle radici‘ (Egea Editore, 2021), l’ho letto in una nottata e mi sono data una risposta alle reazioni che le sue parole suscitano: sono le ‘radici’. Il mattino dopo, gli ho chiesto di fare una chiacchierata. Mi fa piacere condividerla con voi Lettori.

Tu scrivi: «La pandemia, come una piaga biblica, ha messo gli uomini di fronte ai loro errori con una violenza drammatica». Ma non ti esprimi più di tanto sul dopo‘. Ti chiedo di scopriti un po’. Intanto, non credi che questa sia stata la piagadelle piaghe? Segnerà un reset? Sarà una svolta nella direzione, per prendere a prestito il titolo del tuo libro, di un ‘ritorno alle radici’ per costruire il futuro?

La pandemia è stato un effetto, ma non la causa del caos gobale, è stato l’elemento esplosivo, direi, una miccia che ha fatto esplodere il caos quotidiano; che sia la piaga delle piaghe non so, so che non è la sola e se le mettiamo infila sono tante: disuguaglianza, povertà, sradicamento da territori millenari per colpa di guerre di dominio -altro che portare la democrazia! è stato un portare il caos. Ripensare al modello socioculturale fallito è l’unico modo di evitare drammi futuri, in questo senso il ritorno alle radici si può declinare in questo modo: la crisi non si risolve in modo meccanicistico con provvedimenti esterni alla società come leggi sull’economia, la politica, la finanza, la borsa, la scuola, la sanità … ma solo con provvedimenti interni alla società per ritrovare le nostre radici che abbiamo abbandonato. Dobbiamo guardarci dai falsi profeti e li riconosceremo dalle loro opere, dice il Vangelo, dai loro frutti, un albero buono dà buoni frutti ma uno cattivo li dà cattivi . I frutti di questo modello culturale sono tossici ed è un problema di radici, non diventeranno mai buoni

Credi che, l’Italia in primis ma in generale il mondo, abbia gli ‘ingredienti base’ per mettere a terra una svolta così repentina e totale?

I tempi dei cambiamenti sono lunghi e sono solo problemi di uomini, e se ci guardiamo attorno l’Occidente è privo di leader, la classe dirigente è fallita e non abbiamo ricambi perché tutti vengono dalla stessa identità peggiorativa. Il colosso Usa è agli spasmi, ed il suo Presidente è un uomo debole, basta vedere Kabul e la confusione che fanno in politica estera, e l’interno lo lasciamo perdere.

Una pandemia -vorrei dire ‘la’ pandemia- che è arrivata in un momento già drammatico, quello della crisi climatica, nel momento in cui è chiarissimo -forse non detto abbastanza, questo sì- che il mondo ha pochissimi anni per tentare di non perire, che l’estinzione dell’essere umano è dietro l’angolo. Quale la tua riflessione?

Le voci sono discordanti, però è chiaro che è necessario porsi dei problemi di sostenibilità nel lungo, una sostenibilità ambientale. Possiamo definire la sostenibilità ambientale anche attraverso le 3 condizioni di Herman Daly. Un sistema umano può essere eco-sostenibile solo se: 1. La velocità con cui si sfruttano le risorse rinnovabili è inferiore a quella con cui si rigenerano; 2. L’immissione di particelle inquinanti e scorie nell’ambiente non supera la sua capacità di assimilarle, cioè la sua capacità di carico; 3.L’esaurimento di risorse non rinnovabili si compensa passando a risorse rinnovabili sostitutive.
La sostenibilità ecologica dipende molto dalla capacità di carico e di autoregolazione dei sistemi naturali, quindi dalla loro resilienza. Se lasciata sola, la natura ha una capacità enorme di autoregolarsi, risanarsi e rinnovarsi. Ma le cose si complicano quando gli ecosistemi si scontrano col sistema antropico, cioè con la pressione esercitata dagli esseri umani. Mentre un tempo c’era un rispetto per la natura, questa è diventata nel tempo una miniera da cui ci si sente autorizzati a ricavare tutto ciò che si vuole; è evidente che questo cambia completamente il rapporto tra successo economico e degrado ambientale. Probabilmente sarebbe utile come si sta discutendo oggi di bilancio sostenibile in funzione di favorire le aziende che lo attuano, rinunciando ad una massimizzazione degli utili a scapito dell’equilibrio ambientale, potremmo parlare di aziende dalla ‘green economy’.

Tu, nei giorni scorsi, hai fatto una interessante riflessione sull’Afghanistan. Dopo 20 anni si è tornati al punto di partenza. Anche a un bambino sarebbe chiaro il fallimento, l’errore di fondo. Dunque, non è l’Afghanistan un segnale, per nulla ‘piccolo’, in questo caso geopolitico, che quel modello sociale asociale e inumano che abbiamo costruito è fallito?

Il problema vero è che gli Stati Uniti sono una Nazione giovane che ha vinto la seconda guerra mondiale inondando l’Occidente con i suoi modelli di vita, ma questi ad un certo punto sono stati cambiati per una società che compete alla fine ma non coopera mai, e questo l’hanno portato nelle loro politiche muscolari in tutte le guerre dove di fatto sono sempre stati costretti ad abbandonare i luoghi degli scontri dopo micidiali devastazione: Corea, Vietnam, Somalia, Kossovo, Kabul, Bagdad … La politica degli Usa è piena di armi, ma priva di cultura che la Vecchia Europa ha, anche se sembra la stia perdendo. La crisi è antropologica e non economica, ed il modello socioculturale alla base è fallito, ma sono troppi gli interessi in gioco per farlo capire, bisogna passare dalla competizione esasperata alla collaborazione, che unisca tutti e non che li divida come succede oggi.

Tu dici che gli USA sono al capolinea e per capirlo basta guardare i grafici. Ecco, intanto racconta questi grafici a noi che di economia sfioriamo l’insufficienza. Poi: so what?

Nel 1971 gli Usa non sono più stati in grado di rispettare gli accordi monetari di Bretton Wood che legavano la stampa della carta moneta ad un valore sottostante come l’oro (il gold exchange standard) e così si è iniziata l’era della finanza fintamente razionale. La carta moneta stampata senza vincoli diventa infinita e contrapposta la mondo reale, che è finito, ma il potere ha cancellato il secondo principio della logica aristotelica ‘A’ non può essere allo stesso tempo ‘Non A’, il finito è finito e l’infinito è un altra cosa, non possono coesistere, ma gli interessi dominanti hanno cancellato tutto. Gli indicatori finanziari sono falsi e soggetti a manipolazione, ma sembra che nessuno abbia il coraggio di dirlo.

Dobbiamo a questo punto guardare un momento alla Cina. La ‘fabbrica del mondo’ è diventata tale grazie agli errori degli Stati Uniti e dell’Europa, spieghi bene nel tuo libro. E’ così? E qui la domanda è la stessa: e allora? ora cosa dobbiamo aspettarci?

Tutte le società hanno cicli di vita che possono essere molto lunghi, mentre gli Usa sono sulla fascia discendente, la Cina continua a salire, ma opera in un contesto contraddittorio tra comunismo e capitalismo, con un’aggravante che è il venire meno dell’ideologia comunista che è stata la loro religione. Se finisce con quale elemento spirituale si possono sostenere? Nessuna società umana al mondo nella storia può sopravvivere senza una briciola di spiritualità.

Nel libro affermi: «… la relazione tra l’affermarsi del modello finanziario negli USA e la crescita della manifattura cinese disegna il cambiamento negli equilibri geopolitici globali a cui oggi assistiamo». Il che ci fa ritornare anche all’Afghanistan, dove la Cina con il nuovo governo talebano è pronta a soppiantare gli Stati Uniti. Ma dovremmo anche guardare all’Africa, dove la Cina ha già soppiantato l’Europa e gli Stati Uniti. Dunque, la Cina si è svegliata, anzi, l’abbiamo svegliata, e il mondo trema? oppure il ‘risveglio’ cinese potrebbe essere perfino funzionale a un ‘risveglio’ o ‘ritorno’ dell’Occidente all’umanesimo? E, la Cina non rischia, nell’arco di qualche decennio, lo stesso finale degli USA e dell’Europa se non riesce a guarire gli aspetti inumani e asociali per suo capitalismo?

Possiamo riprendere gli argomenti indicati sopra, la Cina ha anche lei un suo ciclo di vita ed ho l’impressione che avrà scontri interni quando la monolitica leadership si indebolirà. Il popolo cinese, però, è diverso da noi, perché è abituato a ragionare sui tempi lunghi, mentre noi pensiamo al breve, e su questo hanno ragione loro, e per chi li volesse conoscere sarebbe sufficiente leggere il libretto rosso di Mao per capire cosa fanno: «Entrate nei nuovi Paesi in sordina, senza creare un solo problema, poi poco a poco cominciate ad acquisire proprietà e fare opere sociale, solo allora potrete avere un vantaggio competitivo». Noi mangiamo la mela addentandola, loro la mangiano dal di dentro.

Vediamo di concentrarci sull’Italia. C’è un filo rosso nel tuo libro che è la vicenda Barilla. Una storia di successo nel tenere la barra ben dritta su di un modello industriale totalmente all’opposto di quello finanziario, incentrato sull’uomo, sulla famiglia, sulla comunità. Esempi di aziende ‘sociali’ l’Italia ne ha avuti -pensiamo solo alla Olivetti- e purtroppo non hanno retto. Allora, in Italia c’è ancora un giacimento industriale di questo genere sul quale costruire per questo ritorno alle radici con successo, oppure ‘per fare l’albero’ ci manca il seme? E quale è il tuo giudizio sulla classe imprenditoriale italiana? Abbiamo più imprenditori o più ‘prenditori’?

La Barilla è un esempio ed avrei potuto prenderne altre, ma non con la loro longevità, un’azienda nata a ridosso dell’unità d’Italia, le altre similari sono nate nel dopoguerra. Quando si scrive in generale per non rimanere sul vago è necessario portare esempi conosciuti per dimensione e diffusione e la Barilla, a differenza di altri, aveva una combinazione di fattori che unitamente alla longevità altre non hanno.
Sono pienamente convinto della scelta perché credo che la longevità di un’impresa dipenda dalla capacità di contemperare nel lungo tempo gli interessi del capitale con quelli dei lavoratori e della società in cui si opera; la Barilla non si è mai discostata da questo Dna.
Abbiamo in Italia una massiccia presenza di piccole e medie imprese che coprono il 92 % degli occupati e sono prevalentemente al nord e queste imprese sono la spina dorsale del paese sempre pronte a fronteggiare i problemi , ad un impegno anche nel sociale e questo deriva dalla storia e dalla cultura agricola del paese che ha trovato nel nord la mezzadria e nel sud il latifondo che ha creato la cultura della rendita.

«Il Paese ha da sempre affondato le sue radici nel mondo agricolo e così mentre al Nord la mezzadria dava spazio all’iniziativa personale e al rischio derivante, al Sud il latifondo e il bracciantato hanno diffuso la cultura della rendita, che non aiuta la formazione di un capitale sociale, creando modelli socioculturali profondamente diversi. La schiavitù del latifondo ha sviluppato la cultura della rendita, la ricchezza non si crea ma è immanente, ovvero legata al godimento di beni o prerogative che diventano diritti. La cultura rurale contadina in Italia è la matrice prima e se si sovrappone il paesaggio rurale italiano dei primi del Novecento compilato come funzione del tipo di rapporti di coltivazione si ottiene una ripartizione geografica identica a quella dell’associazionismo del Nord dove gli antichi mezzadri sono nel tempo diventati imprenditori legati alla famiglia» (F. Pezzani, ‘È tutta un’altra storia. Ritornare all’uomo e all’economia reale‘, Egea, Milano, 2013 ). Questo è il giacimento industriale del Paese, dei distretti al Nord ed alla forza dell’artigianato italiano che rimane attaccato all’economia reale, a differenza di tanti imprenditori che, illusi dalla finanza, sono diventati più ‘prenditori’ che imprenditori, cancellando la storia fatta nei decenni di economia reale per un suicidio nella finanza. Ritornare alle radici vuole dire proprio questo, ritornare all’uomo, all’economia reale, ed abbandonare le illusioni del pifferaio magico della finanza. In senso più ampio la storia della Barilla e del suo successo è stato quello di rimanere attaccata alle radici ed al mondo familistico. Nessuna società può sopravvivere senza forti radici familistiche alla base.

Tra la gente comune, a tuo avviso, c’è la consapevolezza di quanto sta accadendo e l’aspirazione fattiva a invertire la rotta? Da anni fanno notizia casi di persone che scelgono un ritorno alla natura, escono da quel mondo finanziarizzato dei consumi per un ritorno alle radici. Ma sono rondini che non fanno primavera, sono colore -come sembrano- o sono espressioni di un bisogno che si sta affermando e che potrebbe diventare l’onda che spinge l’intera società al cambiamento? Insomma: è un giacimento che sta prendendo forma e sul quale possiamo contare?

La gente sta prendendo coscienza del dramma e comincia a farsi delle domande su cosa sta succedendo e questa sensazione è evidente. Oggi, dopo anni che scrivo di queste cose, mi rendo conto di una maggiore attenzione, ma non riesco a vedere la scintilla del cambiamento, cosa e quando sarà è difficile a dirsi. Sicuramente la decristianizzazione dell’Europa ha contribuito alla creazione del caos. Anthony Giddens della LSE (London School of Economics) ricordava impietosamente come l’Italia tendesse sempre a fare la fine della rana nella pentola portata ad ebollizione; la rana non percependo le variazioni termiche, se messa a freddo in una pentola sul fuoco a bollire, finisce cotta senza avvertire il rischio mortale se non quando è troppo tardi.

L’altro ingrediente di base è la classe politica. E’ innegabile che gli ultimi decenni italiani siano stati popolati da ‘ciarlatani crudeli’, espressione dell’ignoranza più sguaiata e totalmente privi di qual si voglia ideale. Convieni che questo ingrediente ci manca? né abbiamo idea di come procurarcelo? Che si fa? E non è che a livello continentale, o quanto meno UE, stiamo messi meglio, o sbaglio?

Al tempo in cui Giddens esponeva la metafora sembrava solo volere dimostrare la supponenza che gli inglesi hanno spesso avuto nei nostri confronti, ma oggi sembra proprio che quell’immagine di insipienza rappresenti fedelmente il fallimento di una classe dirigente sempre più inadeguata ad affrontare il cambiamento epocale che ci è imposto dalla Storia. Anche loro, però, stanno facendo la stessa fine, anche se questo non rallegra. Così oggi ci troviamo ad affrontare un vuoto culturale e di pensiero nella realtà di tutti i giorni rappresentato dalla rinuncia a pensare in modo creativo, ad affrontare con lucidità ed un pathos vero e ricco di solidarietà il vuoto dell’egoismo e della solitudine quotidiani, il tutto sigillato appunto dal grigiore di una classe dirigente ossificata e fallita al tribunale della ‘Storia’. Da quarant’anni non produciamo più cultura vera, ma viviamo di quella della rendita a tutti i livelli che brucia ricchezza ma non la crea, ed il debito pubblico, fuori controllo, ne è la palese dimostrazione. Tutti evocano l’importanza del merito, ma quello dell’appartenenza che si sposa, appunto, con la cultura parassitaria della rendita che porta ad un abbattimento delle competenze professionali e morali a tutti i livelli. Abbiamo pensato di continuare ad essere i cinesi d’Europa fino a quando quelli veri ci hanno riportato alla realtà ed alla necessità di ripensare un modello di sviluppo che sia coerente con la nostra storia, la nostra identità ed in linea con un mondo che cambia, smettendo di farci colonizzare da modelli culturali che non sono nostri e che sono già falliti dove sono stati pensati.

Concludendo, quanto scommetteresti sulla capacità, italiana in primis, ma più in generale di questo mondo sull’orlo del baratro, di girare i tacchi all’ultimo minuto e, invertendo il cammino, salvarsi?

Dipende solo da noi, non possiamo dare la colpa alla natura o a chissà quali magici fattori. Come persone responsabili dobbiamo metterci in cammino. E vorrei chiudere con una stupenda riflessione di Bertrand Russel che ho messo nel finale del mio libro. In questo sta la speranza di potere operare nel solco della tradizione e dei principi familistici per affrontare la sfida del cambiamento verso una società più giusta. «Noi non siamo condannati a che la storia si ripeta, sta a noi decidere il nostro

destino e non possiamo fingere che questo dipenda dall’evoluzione di fenomeni naturali o da una volontà divina, come uomini dotati di coscienza spetta a noi prendere sulle spalle le nostre responsabilità, dobbiamo decidere noi se lasciarci prendere dalla nostra aggressività e supponenza e precipitare nel baratro oppure ricordare che l’uomo: […] come dicevano gli orfici è anche figlio del cielo stellato. Sebbene il suo corpo sia insignificante e debole in confronto alle grandi masse del mondo astronomico, pure egli è in grado di rispecchiare questo mondo, è in grado di spaziare con l’immaginazione e con la conoscenza scientifica sugli abissi dello spazio e del tempo (…). Quando mi lascio trasportare dalla speranza che il mondo emergerà dalle sue tribolazioni attuali e che un giorno imparerà ad affidare la direzione delle proprie faccende non a ciarlatani crudeli, ma a persone dotate di saggezza e coraggio mi si presenta una luminosa visione: un mondo dove nessuno soffre la fame e pochi sono vittime di malattie, dove il lavoro è gratificante e non eccessivo, dove i sentimenti di benevolenza sono abituali e dove la mente affrancata dalla paura crea per il diletto degli occhi, delle orecchie e del cuore» (B. Russell, ‘Un’etica per la politica‘, p. 215). (F. Pezzani, ‘Umano poco umano‘, cit., p. 194).

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->