lunedì, Ottobre 18

Crisi identitaria di una 'vittima accidentale' Le proteste anticinesi in Vietnam feriscono l'economia e l'identità di Taiwan

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Negli ultimi tempi, si sta facendo strada l’ipotesi di un fil rouge tra un capo e l’altro dell’Eurasia. Come se l’aggressività russa in Ucraina abbia indirettamente ispirato e giustificato l’escalation muscolare di Pechino in Estremo Oriente ai danni di Paesi più piccoli e militarmente deboli. Schermaglie nate da mire energetiche, ma in grado di rimescolare le carte dell’assetto geopolitico mondiale, se coniugate ad una buona dose di patriottismo. Sopratutto nel Mar Cinese, dove alleanze storiche e intese più recenti legano diversi attori della regione ad una potenza del calibro degli Stati Uniti. L’ultima vittima dell’assertività cinese è il Vietnam, per l’appunto uno della cerchia dei ‘deboli’ in quantoa differenza di Giappone, Filippine, Corea del Sud e Taiwan, non protetto da alcun trattato di mutua difesa con Washington. Ma che recentemente, ricuciti gli strappi lasciati dalla Guerra Fredda, si è lentamente spinto verso l’orbita americana proprio in funzione anti-Pechino.

Tutto è cominciato il 1 maggio con lo spostamento di una piattaforma petrolifera della CNOOC (China National Offshore Oil Corporation) dalle acque a sud di Hong Kong al controverso tratto di mare che circonda le isole Paracelstrappate dalla Repubblica popolare ad Hanoi nel 1974. Cinque anni dopo, sullo sfondo della guerra cambogiana, il Vietnam filosovietico e la Cina, tradizionale alleata dei Khmer Rossi, si affrontavano in un breve conflitto nel solco della lotta fratricida all’interno dello schieramento comunista internazionale. Le relazioni sino-vietnamite cominciarono a migliorare soltanto in seguito al ritiro delle truppe di Hanoi dalla Cambogia (1989) e con il crollo dell’Unione Sovietica (1991). Nel 1999, dopo lunghe negoziazioni, i due Paesi siglarono un trattato per la delimitazione dei rispettivi confini, ma il nodo delle isole Paracel (così come quello delle vicine Spratly) rimase irrisolto. La controversa piattaforma petrolifera si trova proprio a 15 miglia dall’atollo più a sud dell’arcipelago e 130 miglia a largo dalla costa vietnamita, ovvero all’interno della piattaforma continentale e della Zona economica esclusiva controllata da Hanoi. Secondo l’Unclos (Convenzione Onu sul diritto del mare), la Zee può raggiungere un’estensione massima di 200 miglia nautiche e garantisce allo Stato costiero di riferimento una serie di diritti tra cui quelli di esclusività in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse naturali. Facendosi scudo dei numeri, il Governo vietnamita ha definito le esplorazioni della CNOOC nelle sue acque ‘illegali’. Pechino, da parte sua, ha replicato che la piattaforma si trova a 17 miglia nautiche da Triton, una delle Paracel che la Repubblica popolare occupò nel ’74. La tenzone verbale è sfociata in un confronto navale a cannonate d’acqua, che è costato al Dragone le critiche americane.

Tali diverbi non sono rari nella regione, giacché le isole del Mar Cinese Meridionale vengono reclamate contemporaneamente da Cina, Taiwan, Filippine, Vietnam, Malaysia e Brunei, mentre l’Asean, l’associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico che dovrebbe sedare le tensioni nell’area, si è dimostrata piuttosto inconcludente davanti alle prepotenze di Pechino. Il problema è ben più complesso e gli interessi energetici costituiscono soltanto una minima parte della posta in gioco. Se mai dalle acque agitate dovesse scoppiare una guerra non sarà certo a causa di gas e petrolio, quanto piuttosto di nazionalismo e questioni di sovranità mai risolte. Tanto più che, stando alle rilevazioni della US Energy Information Administration, la CNOON starebbe perlustrando il tratto di mare ‘sbagliato’, in grado di fornire meno di 1 milione di barili di petrolio, mentre in tutto il Mar Cinese Meridionale si stima vi siano riserve pari a 11 barili di olio nero e 190 miliardi di piedi cubici di gas naturale. Più del petrolio presente in Alaska negli anni ’70 e oltre il doppio del gas reperibile in Kansas, Texas e Oklahoma.

Che non sia una mera questione energetica lo dimostra la reazione alle ultime provocazioni cinesi da parte delle autorità, così come del popolo vietnamita. La scorsa settimana, manifestanti vietnamiti hanno protestato davanti all’ambasciata della Repubblica popolare ad Hanoi e preso d’assedio impianti di compagnie cinesi in 22 delle 63 provincie del Vietnam, dando sfogo ad un astio latente, che negli scorsi anni si era palesato nel più moderato boicottaggio di prodotti ‘made in China. Il bilancio delle ultime violenze è di almeno due morti accertati (fonti Reuters parlano di una ventina di decessi), un centinaio di feriti, oltre 1400 arresti e 400 fabbriche danneggiate. Mentre nel Paese del Sud-est asiatico imperversava l’inferno e le fabbriche bruciavano, pare che il Governo di Hanoi abbia fatto ben poco per domare i manifestanti; troppo poco secondo Pechino che ha intimato di «prendere tutte le misure necessarie per mettere fine alle azioni criminali e punire i responsabili».

Qualcuno ha ipotizzato che le proteste siano state inizialmente appoggiate dalle autorità con lo scopo di smarcarsi dalle critiche di quanti accusano il Partito vietnamita di comportarsi da fratello minore succube dei leader comunisti della Repubblica popolare. Nulla di strano. Spesso, come si è visto nel contesto delle schermaglie tra Cina e Giappone, la politica interna guida l’agenda estera, soffiando su sentimenti nazionalistici e patriottici per distogliere il popolo da altro. Ma c’è un però. Spinti dall’odio per il ‘neoimperialismo’ di Pechino, i dimostranti hanno preso di mira qualsiasi cosa fosse contrassegnata da ideogrammi, qualsiasi persona sembrasse cinese per conformazione fisica, così che a farne le spese sono stati anche taiwanesi, sudcoreani, giapponesi e singaporiani. Secondo Bui Trong Van, rappresentate del Governo di Taipei a Ho Chi Minh, sarebbero 1000 le attività taiwanesi ad aver subito danni, con perdite che la Camera di commercio taiwanese in Vietnam calcola per miliardi di dollari. Formosa Plastic Group e il parco industriale gestito in joint-venture da Singapore e Taiwan nella provincia di Binh Duong, sono tra le principali vittime del ‘misunderstanding etnico’. La fabbrica della Yue Yuen, società controllata dal gruppo taiwanese Pou Chen, che produce calzature per marchi come Nike e Adidas, ha dovuto sospendere la produzione nella giornata di mercoledì.

D’altra parte, come fa notare sulla ‘BBC’ Bill Hayton, autore di ‘Vietnam: rising dragon‘, la portata dei disordini può essere spiegata soltanto dalla presenza di più concause: in proporzioni variabili, sciovinismo mescolato al malcontento per il rapido aumento della forza lavoro nell’industria locale. Non a caso a riempire le piazze non sono tanto accademici o studenti, ma piuttosto operai delle fabbriche.
Negli ultimi anni, il Vietnam ha assistito a circa una dozzina di scioperi negli impianti di società straniere tutti motivati da bassi salari, cattive condizioni di lavoro e un management particolarmente ferreo. A venire bersagliate sono state sopratutto le compagnie taiwanesi, accusate di snobbare la manodopera vietnamita per impiegare lavoratori cinesi.

Casi simili non sono rari nemmeno nella Cina continentale, dove a marzo il Delta del Fiume delle Perle ha fatto da sfondo ad una delle proteste operaie più accese della storia cinese recente a causa del mancato pagamento dei contributi pensionistici da parte della Yue Yuen. Una pratica che sta prendendo piede con la connivenza delle autorità locali, disposte a chiudere un occhio davanti alle irregolarità pur di arrestare la fuga delle aziende straniere davanti al progressivo aumento dei costi di produzione. Anche nella Repubblica popolare sono proprio le compagnie d’oltremare a finire sempre più spesso sulle pagine dei giornali, basta pensare al clamoroso caso della Foxconn. Connotati nazionalistici influenzano le azioni delle autorità cinesi, più inclini a lasciar correre quando si tratta di compagnie straniere (sopratutto giapponesi), a reprimere le proteste, invece, quando a finire nell’occhio del ciclone sono impianti di aziende nazionali.

Ma a giocare col fuoco si rischia di rimanere scottati. Sulla scia delle proteste vietnamite, domenica il Ministero degli Esteri cinese ha fatto sapere che «i danni materiali causati dalla proteste del 13 maggio hanno compromesso le condizioni per la comunicazione e la cooperazione bilaterale». Hanoi, da parte sua, sta pensando di risarcire le società taiwanesi, ‘vittime accidentali’ della furia anticinese, con sgravi fiscali e altre forme di compensazione. Taiwan è la quarta fonte di investimenti diretti stranieri per il Vietnam, con 28 miliardi di dollari iniettati nel mercato vietnamita nell’arco dell’ultimo ventennio. Businessmen taiwanesi cominciarono a fare affari nel Paese del Sud-est asiatico ancora prima dei cinesi della mainland e ad oggi gli scambi bilaterali ammontano a 12 miliardi di dollari.

«Ci sono circa 220mila vietnamiti a Taiwan, sposati con gente del posto, nuovi immigrati, lavoratori e studenti. Tutti amano vivere lì», ha dichiarato amareggiato Bui al ‘Taipei Times’. Al di là delle preoccupazioni economiche, sembra che ai taiwanesi non sia proprio andato giù di essere stati scambiati per i cugini della mainland. Il Ministro degli Esteri ha provveduto a stampare delle etichette con su scritto «Sono taiwanese» da spedire ai propri cittadini ancora in Vietnam come segno di riconoscimento. Secondo J. Michael Cole, caporedattore di ‘Thinking Taiwan’, il confine sfumato che separa la Repubblica popolare dalla Repubblica di Cina è fonte di confusione e potenziali guai per i taiwanesi all’estero, data la scarsa simpatia riscontrata dai cinesi oltremare. 

Gli attriti storici continuano a pesare sulle relazioni tra i due Paesi. Nel 1949, Taiwan divenne la sede del Governo nazionalista in fuga dopo la sconfitta subita durante la guerra civile con i comunisti. Da quel momento entrambe le sponde dello Stretto di Formosa si professano legittimi rappresentati di ‘una sola Cina’, con Pechino che per anni ha ostacolato prepotentemente un riconoscimento di Taipei a livello internazionale. La situazione è progressivamente migliorata sotto la presidenza di Ma Ying-jeou, al potere dal 2008 con un’agenda spiccatamente filocinese che comincia a destare diversi timori tra la popolazione. Finito recentemente sotto accusa per aver tentato di svendere la Patria con un dubbio accordo commerciale siglato mesi fa con Pechino, sembra proprio che, dopo l’umiliazione incassata in Vietnam, Ma dovrà darsi molto da fare per dimostrare di essere in grado di proteggere gli interessi taiwanesi al di là dei confini nazionali. Ne va di mezzo il benessere economico del Paese, la sicurezza dei cittadini e l’integrità culturale del popolo taiwanese.

La Repubblica di Cina, come si diceva, rientrerebbe nel club delle Nazioni ‘forti’ in virtù della protezione militare di Washington. Tuttavia, lo status politico ambiguo la rende un interlocutore poco credibile nelle questioni di sovranità territoriale, nonché una voce debole dinnanzi alle prove di forza del DragoneSulla carta, Taiwan avanza le stesse pretese marittime di Pechino, ovvero tutta quell’area compresa nellalinea dei nove punti, pari a grosso modo all’85% del Mar Cinese Meridionale, crocevia di lucrose rotte commerciali. Paradossalmente, fu proprio il Governo nazionalista della Repubblica di Cina a tracciare la mappa delle ambizioni espansionistiche ‘pancinesi’ prima di riparare sull’isola negli anni ’40.

Stando a quanto riportato la settimana scorsa da un portavoce del TAO (Ufficio per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato cinese), Pechino avrebbe proposto a Taipei di collaborare per affermare le ambizioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Perché «salvaguardare la sovranità del Paese e l’integrità territoriale, così come tutti gli interessi della Nazione, deve essere un dovere comune». La richiesta è stata respinta sulla base di nette divergenze nel modo in cui i due Governi affrontano da tempo le dispute nell’Asia Pacifico. Taiwan si pone su posizioni più concilianti e, comprensibilmente, non muore dalla voglia di incrinare i rapporti con i vicini a causa dei colpi di testa del Dragone. Lo ha già dimostrato con l’East China Sea Peace Initiative, dichiarazione d’intenti nella quale auspica una risoluzione pacifica delle frizioni nel Mar Cinese Orientale, in cui è in corso un altro braccio di ferro, questa volta tra Cina, Taiwan e Giappone. Quello che sostanzialmente viene proposto è di accantonare le dispute territoriali in favore di una sana collaborazione nello sviluppo e l’esplorazione delle risorse locali.

Avvalendosi dei principi contenuti nel testo, lo scorso anno Taipei e Tokyo hanno raggiunto un accordo grazie al quale ai pescherecci taiwanesi viene concesso di operare nelle acque intorno alle isole Diaoyu/Senkaku, amministrate dal Giappone e rivendicate dalle ‘due Cine’. Sembra che la Repubblica di Cina sia interessata a realizzare qualcosa di molto simile anche nel Mar Cinese Meridionale, sebbene il vasto numero di contendenti renderebbe il raggiungimento di un’intesa in quest’area più difficile. Secondo quanto ipotizza Shannon Tiezzi sul ‘Diplomat’, non è da escludere che Taiwan decida di rimarcare la propria autonomia da Pechino, facendo valere le proprie pretese sulla base della Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare piuttosto che su ambizioni storiche. Joseph Wu, esponente di spicco dell’opposizione taiwanese, ha dichiarato che l’indipendentista Democratic Progressive Party starebbe pensando di far valere le rivendicazioni taiwanesi nel Mar Cinese Meridionale sulla base della Zee che si estende da Taiping, la più grande delle Spartly controllata dalla Repubblica di Cina fin dal 1947, ovvero da prima che il Partito nazionalista si rifugiasse sull’isola di Taiwan.

 

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