sabato, Ottobre 23

Crisi e ripresa secondo Confindustria field_506ffb1d3dbe2

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Il CSC (Centro Studi Confindustria) ha presentato un’analisi interessante sull’andamento dell’economia italiana nel corso degli ultimi anni intitolata ʻItalia, PIL più basso e lento. Accelerare con le riformeʼ. Lo studio prende le mosse dagli effetti della crisi sul PIL (Prodotto Interno Lordo) per poi analizzare più nel dettaglio la natura della contrazione del Pil e le possibili vie d’uscita dalla crisi.

Un primo dato interessante, che riportiamo nel grafico 1, presentato dal CSC riguarda la distanza tra gli ultimi dati del Prodotto Interno Lordo e il valore di picco pre-crisi. Tale differenza indica quanto è distante l’economia dal suo punto di massimo raggiunto prima che cominciasse la crisi sub-prime. Si nota immediatamente la differenza tra Germania, Austria e Belgio e gli altri Paesi. In queste tra nazioni il dato del terzo trimestre 2013 è già superiore rispetto al picco registrato prima della crisi. Spicca la Germania, il cui PIL è già oltre 2 punti percentuali più elevato rispetto a quello migliore registrato nel 2007-08. Un risultato indubbiamente ragguardevole, visto il contesto economico che il mondo intero ha vissuto nel corso degli ultimi sei anni. A ruota seguono altre due nazioni molto vicine economicamente e territorialmente alla Germania, cioè l’Austria e il Belgio. Questa terna di nazioni mostra di aver completamente recuperato il periodo di recessione tanto da registrare già nuovi valori massimi del PIL.

Vicina al pieno recupero è anche la Francia, che ha ormai colmato le perdite e tra fine 2013 e inizio 2014 dovrebbe definitivamente ritornare ai livelli di prodotto registrati prima dell’inizio della crisi. La situazione dell’Area Euro considerata nel suo insieme è, invece, ancora profondamente negativa. Il suo PIL è ancora 3 punti percentuali al di sotto rispetto al valore del massimo pre-crisi. Nel grafico presentato nello studio del CSC vengono poi mostrate alcune altre nazioni dell’Area Euro. L’Italia figura in penultima posizione, con una riduzione del Pil rispetto al massimo registrato nel 2007/08 di oltre 9 punti percentuali. Peggio dell’Italia fa solo l’Irlanda che però ha prospettive di crescita migliori di quelle italiane e, quindi, è probabile che scavalcherà in classifica la Penisola  nel volgere di un paio di trimestri.

Figura  1: Differenza tra PIL nel terzo trimestre 2013 e il picco pre-crisi.

File Confindustria Forte

 

Fonte: Centro Studi Confindustria

Questa prima fotografia della situazione, aggiornata al terzo trimestre 2013, mostra la drammaticità della situazione italiana. Considerando, inoltre, i bassi tassi di crescita che Governo, istituzioni internazionali e centri di ricerca prevedono per i prossimi anni si comprende quanto tempo ancora occorrerà all’economia nazionale per recuperare il terreno perso.

Il Centro Studi Confindustria si sofferma su un aspetto determinante, capire se la perdita del Pil è solo la conseguenza delle dinamiche congiunturali oppure se tale perdita è strutturale. Nel primo caso il recupero della produzione potrebbe essere più veloce del previsto, visto che sarebbe intatta la capacità massima dell’economia nazionale. Nel secondo caso la situazione sarebbe più grave, perché la perdita del Pil sarebbe più difficile da recuperare in quanto strutturale, cioè più profonda. Il CSC, facendo riferimento a diverse fonti, arriva alla conclusione che circa metà della perdita del PIL è strutturale. Ciò significa che sarà ancora più difficile recuperare in breve tempo la perdita del PIL, poiché si dovrà intervenire anche su questioni più radicali. Infatti, non è facile ricostituire un sistema produttivo che ha perso impianti produttivi, rilanciare settori che hanno perso competitività, ridare vigore agli investimenti dopo anni di rinvii o far risalire la domanda rioccupando chi ha perso il lavoro a causa della chiusura degli impianti produttivi. Quindi, l’analisi di Confindustria fa emergere una situazione prospettica ancora più problematica per l’Italia poiché recuperare livelli di prodotto interno comparabili a quelli pre-crisi comporterà uno sforzo superiore rispetto a quanto normalmente accade dopo un periodo di recessione. Questo scenario implica anche una riduzione delle possibilità di espansione tant’è che i tassi previsti di espansione sono molto ridotti, nell’ordine di alcuni decimi di punto.

Riassumendo, l’analisi del Centro Studi Confindustria ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, tre aspetti  peculiari del periodo storico che stiamo attraversando: 1) l’Italia ha perso in 5-6 anni il 9 per cento del PIL rispetto ai livelli massimi toccati prima della crisi, una delle variazioni peggiori tra le nazioni europee; 2) questa perdita è per metà strutturale, cioè non legata a fattori temporanei, ma a cambiamenti radicali della struttura produttiva; 3) le prospettive di crescita si sono ridotte e ciò renderà ancora più lento recuperare il prodotto perso.

Come si può uscire da questa situazione? La Confindustria ricorda in questo suo recente lavoro che è indispensabile accelerare l’iter delle riforme. Solo le riforme strutturali possono incrementare il tasso di sviluppo potenziale dell’economia nazionale e permettere di recuperare più velocemente ciò che si è perso negli ultimi anni. La Confindustria insiste da tempo su queste tematiche con l’obiettivo di far incrementare la quantità e la qualità degli investimenti ridando anche slancio all’occupazione. Inoltre, Confindustria sottolinea la necessità che vi sia anche una riallocazione dei fattori produttivi verso impieghi più profittevoli e ciò implica una modifica sostanziale nei processi di produzione e nel posizionamento di mercato dei prodotti italiani. Non saranno processi facili e rapidi, ma sono la strada obbligata per rilanciare produzione, occupazione e produttività in Italia.

Si pensi che l’attuazione delle riforme avviate alla fine della precedente legislatura, mentre era Presidente del Consiglio Mario Monti, potrebbero incrementare il livello del PIL potenziale di ben 5,5 punti percentuali dopo cinque anni dalla loro completa implementazione e di ben 10 punti percentuali dopo dieci anni. Non sono valori trascurabili, soprattutto se si considera che le riforme furono attenuate nella loro forza dai passaggi parlamentari.

Più recentemente Confindustria, supportata dai sindacati, dalle elaborazioni dei centri di ricerca e dalle istituzioni internazionali, ha posto molta attenzione sul costo del lavoro, cioè sul famoso cuneo fiscale. La differenza esistente tra salario lordo, pagato dalle imprese, e salario netto, percepito dai lavoratori, è uno dei fattori determinanti nel limitare attualmente le possibilità di sviluppo produttivo. Infatti, un ampio cuneo fiscale comporta da un lato un costo del lavoro superiore per le imprese e dall’altro un salario inferiore per i lavoratori. L’attuale Governo, presieduto da Enrico Letta, pur condividendo l’importanza di ridurre questa anomalia non è ancora riuscito a destinare a questo scopo le risorse necessarie. Riuscire a ridurre il cuneo fiscale ha impatti positivi non solo nei confini nazionali. Infatti, la sua riduzione produce, a livello nazionale, un aumento dei salari netti, con conseguente stimolo alla domanda interna, e una riduzione dei costi delle imprese migliorando così sia i conti delle imprese che la loro propensione all’assunzione. Ma la riduzione del cuneo ha anche impatto positivo sull’export perché riducendo i costi delle imprese permette loro di essere più competitive all’estero. È una misura di deflazione interna che non ha controindicazioni, a differenza di quelle fin qui utilizzate.

Questa sarà la vera chiave di volta del rilancio italiano, e fa bene Confindustria a richiamare spesso il Governo su questo punto. La riduzione del cuneo fiscale permette, con una sola mossa, di raggiungere più obiettivi: aumentare la competitività delle imprese nazionali sui mercati internazionali; ridurre i costi delle imprese; stimolare l’occupazione; aumentare i salari dei lavoratori; rinvigorire i consumi.

Prima si interverrà sul cuneo fiscale e prima arriveranno i benefici per l’intera collettività. Recuperare il terreno perso non sarà un’impresa impossibile se si concentrerà l’attenzione sulle leve utili a rilanciare la competitività del sistema italia. 

 

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