martedì, Ottobre 26

Crisi di identità religiosa

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Tjahjo Kumolo indonesia religioni

Bangkok – L’appena insediatosi Ministro degli Interni Tjahjo Kumolo sta chiedendo ai governi locali di consentire agli aderenti a religioni non ufficialmente riconosciute dal Governo Centrale affinché non dichiarino il proprio credo religioso su documenti ufficiali. Si tratta di un passo importante, in quanto allo stato attuale, in Indonesia vi è una forte ridiscussione sul tema delle libertà religiose, originato da polemiche relative al fatto che la legislazione nazionale prevede ancor oggi di dover dichiarare ufficialmente il proprio credo religioso nei documenti di identità personali a fronte del fatto che, però, le religioni in Indonesia vanno incasellate in sole sei possibilità, in quanto solo sei sono le religioni ufficialmente identificate, codificate e legalmente ammesse. Questo assunto di Legge esclude quindi la ricchezza delle varie forme religiose locale, in special modo tutti i credi originari del territorio, storicamente radicati e fortemente connotati anche dal punto di vista strettamente antropologico-culturale, si potrebbe dire in un certo qual senso.

Il tema assume quindi connotazioni alquanto complesse in presenza di altri fattori, quali ad esempio il dover annotare che si sta argomentando di libertà di credo religioso nella più popolosa Nazione islamica al Mondo, dove quindi la diffusione dell’Islam è altamente sovra-rappresentata. Nonostante tutto ciò, non significa che altre forme di religione non siano ammesse e praticabili. Ma – allo stesso tempo – si specifica che sono solo sei quelle ufficialmente riconosciute dal Governo centrale e conseguentemente dalle Amministrazioni Provinciali e decentrate. Insomma, l’Indonesia è a metà del guado e da più parti si chiede di dirimere la tematica in modo giuridicamente definitivo. E le religioni non ancora ammesse chiedono anche sia ampliato il novero di quelle legalmente ammissibili e che non si precluda la libertà di credo religioso in special modo se tutto questo coincide in modo consustanziale con la libertà di scelta individuale e di pensiero.

Intervenendo con un suo discorso martedì scorso durante l’insediamento, Tjahjo Kumolo ha chiesto agli esponenti ufficiali ed istituzionali in sede decentrata di applicare in modo non eccessivamente ligio e stretto la regolamentazione di Legge riguardante l’amministrazione civile decentrata, che prevede un trattamento egualitario per credenti di religioni indigene. «Non forzate le persone a scegliere una delle sei religioni. Fate in modo che nessuno si senta obbligato a scegliere tra le religioni riconosciute ufficialmente», ha aggiunto lo stesso Ministro Tjahjo Kumolo.

Nel caso di Tjahjo Kumolo si tratta di un politico proveniente dal Partito Democratico Indonesiano di Lotta PDI-P, il quale ha anche chiesto agli esponenti ufficiali delle Amministrazioni di ogni livello di dare uguale trattamento a coloro che hanno lo spazio relativo alla sottoscrizione o dichiarazione del proprio credo religioso nella carta d’identità lasciato libero. «Se ritengono opportuno e desiderano di fare così, lasciateglielo fare. Non imponete alcuna religione loro. Sta alle persone di decidere se sottoscrivere o dichiarare alcunché nella colonna riguardante le scelte o aderenze religiose nella proprio carta di identità», ha aggiunto il Ministro Tjahjo Kumolo.

Allo stato attuale il Governo riconosce ufficialmente solo sei religioni organizzate: l’Islam, il Protestantesimo, il Cattolicesimo, il Buddhismo, l’Induismo e il Confucianesimo, l’ultimo delle quali è stata aggiunta nel 2000. Il riconoscimento di sole sei religioni ha condotto alla aperta discriminazione dei sottoscrittori di religioni non ufficiali e fedi o credi religiosi locali. Gruppi di attivisti per i diritti civili hanno chiesto l’intervento dirimente e chiarificatore della Casa delle Rappresentanze ed il Governo a riconoscere fedi non ufficiali per consentire ai loro aderenti di accedere a trattamenti equi ed egualitari da parte delle Amministrazioni civili.

La chiamata all’intervento istituzionale a fini di variazione o chiarimento di Legge ha invece trovato orecchi da mercante quando i legislatori ed il Governo hanno spinto su un emendamento specifico nella Legge per la Amministrazione Civile del 2006 che continua ad imporre un divieto che limita gli aderenti a religioni non riconosciute ufficialmente nell’inserire la propria fede nelle carte d’identità personali.

Secondo i dati raccolti dalla Conferenza Indonesiana sulle Religioni e la Pace ICRP vi sono all’incirca 245 religioni non ufficiali con correlative organizzazioni sparse lungo tutta la Nazione. Anche se l’Articolo 64 della Legge stabilisce chiaramente che «i cittadini le religioni dei quali devono ancora essere riconosciute in quanto tali non hanno ancora dichiarato il proprio credo, devono comunque ricevere servizi e devono essere registrati nei database locali».

Dewi Kanti, un seguace di Sunda Wiwitan, una religione locale circoscritta soprattutto nel territorio del Sundanese ha riferito a testate giornalistiche locali che fino ad oggi gli aderenti a quella fede non possono lasciare bianca la colonna delle religioni nelle proprie carte di identità. «I nostri amici a Majalengka devono convertirsi al Confucianesimo. Allo stesso tempo, esponenti ufficiali nel Tasikmalaya (Giava Occidentale) hanno declinato nel fornire le proprie prestazioni amministrative ad alcuni di noi poiché tali funzionari hanno insistito sul fatto che lo Stato riconosce solo sei religioni», ha aggiunto Dewi Kanti. Il quale ha poi affermato che i seguaci delle fedi indigene della Nazione potrebbero non ottenere mai la libertà di culto nel caso in cui il Governo insista sulla inclusione della religione nelle carte di identità. «Il Governo sollecita sempre la saggezza locale ma poi fallisce nel riconoscere i gruppi che aderiscono a tale saggezza locale ed ignora la crescente discriminazione verso di loro», ha aggiunto Dewi Kanti.

Durante la conferenza stampa, il Ministro Tjahjo Kumolo ha affermato che è pienamente cosciente della tipologia specifica del problema ed ha suggerito che un emendamento alla Legge sulla Amministrazione Civile possa anche essere possibile.

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