domenica, Agosto 1

Crisi di Governo: parlano di programmi, pensano ai posti Sergio Mattarella ha fissato, conferendo l’incarico esplorativo al Presidente della Camera Roberto Fico, tempi e obiettivi. Prendere o lasciare; e nessuno lascerà. La scommessa di martedì è quella di Tancredi: cambiare per continuare. Mutare per restare.

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La cosa risale a più di cinquant’anni fa, al 1967 per l’esattezza. Un funzionario dell’allora Democrazia Cristiana, Massimiliano Cencelli, escogita un sistema per accontentare tutte le correnti (o se si preferisce, ‘fazioni’). In ‘palio’ le varie carica di governo e nel partito. Cencelli propone di usare lo stesso metodo dei consigli di amministrazione di una società, dove gli incarichi si dividono in base alle azioni possedute: farlo in base alle tessere raccolte. Nasce così il ‘manuale Cencelli’, che i cronisti parlamentari di buona memoria ben ricorderanno.
Di questi tempi i partiti sono, quando va bene, espressioni lessicali; e in quanto alle tessere sono pelli di Zigrino che si allungano o restringono a seconda della necessità. Ma la logica spartitoria non muta. E’ un mercato, e hai voglia di invocare ‘il governo dei migliori’ o ‘dei capaci’. Fa premio la fedeltà, e ilpesoin termini di aggregazione e ramificazione nelle varie articolazioni del potere.

Altraregolaevergreen quella che si ricava dal famoso dialogo di Tancredi Falconeri con lo zio, principe di Salina, ne ‘Il Gattopardo’: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Così Tancredi spiega perché è opportuno arruolarsi tra i Garibaldini, la strategia migliore per conservare feudi e privilegi.
Un concetto che si può estendere al potere in generale, e a chi lo detiene. Una strategia adottata in molti ambiti. Il potere vero può trovare conveniente favorire cambiamenti anche radicali nella forma, negli aspetti esteriori, a patto, beninteso, che non si scalfisca la sostanza.

Più prosaicamente, nei giorni nostri, di questa crisi all’apparenza incomprensibile, in realtà di chiarissima lettura. Matteo Renzi, per dire: fallita la sua operazione di svuotare il Partito Democratico; fallita l’operazione ci creare con Italia Viva un polo centrista; con tutti i sondaggi che gli accreditano un consenso elettorale infimo, non aveva altra possibilità che quella di far saltare il banco. Cosa che puntualmente ha fatto, spingendosi fino all’orlo del burrone: consapevole che un governo, il Conte-bis, lo si può far cadere; ma le elezioni anticipate per lui e il suo movimento equivalgono a puntarsi una rivoltella alla tempia e premere il grilletto. Non a caso i suoi sodali per primi non lo avrebbero seguiti, consapevoli che non avrebbero più messo piede in Parlamento.

Con felpata cardinalizia il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è mosso, e ha fissato, conferendo l’incarico esplorativo al Presidente della Camera Roberto Fico, tempi e obiettivi. Prendere o lasciare; e nessuno lascerà.

Aperta la crisi, Renzi per primo, che vede Giuseppe Conte come fumo negli occhi e venderebbe l’anima per sloggiarlo da palazzo Chigi, si prodiga per trovare una soluzione parlamentare, cioè ricostituire un cartello su cui possa puntellarsi una riedizione del nuovo Governo senza passare dalla cruna delle elezioni. Renzi, che ora parla di cronoprogramma e di emergenze cui far fronte, in realtà canta vittoria per aver dimostrato che il suo movimento, pur senza seguito popolare, ma forte a livello parlamentare, dispone dei numeri essenziali per formare una maggioranza non coesa, ma almeno stabile. Per questo tratta, al di là delle smentite di prammatica e scontate, cariche e posti. Per ora chiede la testa del Ministro dell’economia Roberto Gualtieri e del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede; ma non c’è solo il governo; non si deve mai dimenticare che in ballo ci sono un centinaio di nomine in importanti centri di potere reale che il potere politico nelle prossime settimane e mesi si appresta a spartire.
Renzi, insomma, dispone di una preziosa golden share. Ma non può insistere più di tanto; il suo stesso gruppo è assai meno coeso di quanto si creda. Ognuno ‘tiene famiglia’.

Potrà cantare in qualche modo vittoria anche il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti; il suo partito, nonostante la superficiale rappresentazione che ne dà certa stampa, si presenta come il partito della stabilità e della responsabilità. Non si deve dimenticare che larga parte dell’elettorato, anche quello di centro-destra, è contrario ad elezioni in questo momento. Zingaretti è consapevole che un voto anticipato non lo mortificherebbe, come verrebbero puniti Italia Viva e il Movimento 5 Stelle, ma non lo premierebbe. Ha ragione un attento scienziato della politica come Paolo Pombeni, quando nel suo recente ‘Sinistre’, osserva che è necessario «rifondare un sistema politico, economico e culturale», la «sfida più affascinante per il razionalismo della sinistra». Il fatto è che questo auspicabile soggetto politico ancora non esiste, chissà se mai esisterà; e comunque presuppone un irrisolto problema: quello della costituzione delle classi dirigenti. Sempre Pombeni mette in dito in una piaga che sanguina: da tempo si assiste a «battaglie da talk show e scontri legati alle dinamiche tutte interne ai gruppi dirigenti». Nell’immediato, inoltre, uno dei problemi di Zingaretti è disinnescare Giuseppe Conte; va bene come Presidente del Consiglio di facciata, a patto che non si costituisca il suo da tempo evocato partito. Essendo, inoltre, Zingaretti ‘figlio’ del PCI, è certamente più vocato alle unità di sapore togliattiano, e dunque si pone il problema di recuperare l’ala capitanata da Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani; e di radicarsi ulteriormente nel partito (dove ancora abbondano i renziani).

Non parliamo poi del Movimento 5 Stelle. Non per un caso, a rivendicare una purezza ideologica da tempo persa, ammesso ci sia mai stata, sono voci isolate e irrilevanti come Alessandro Di Battista; quanto agli altri maldipancia, quelli di Barbara Lezzi o di Nicola Morra, malelingue sostengono che si tratta delle classiche manfrine per guadagnare ministeri: una a quello del Meridione, l’altro, nientemeno che alla Giustizia. Il corpo del movimento, incarnato dai Luigi Di Maio e dai Fico o dai Vito Crimi, sa bene che esaurita l’esperienza del governo giallo-rosso, c’è un disordinato e avvilentetutti a casa’.

Questo è lo scenario. Per una volta, Renzi non si nasconde dietro mille parole fumose e immaginifiche descrizioni, e parla chiaro. A chi gli chiede le ragioni della crisi, risponde: «Questa crisi…è sulle scelte da fare per il futuro. Ci sono duecento miliardi da spendere per i prossimi anni. Non si può decidere di farlo con un emendamento notturno studiato all’ultimo secondo». Poi ecco che viene fuori (consapevole o no che sia), il nodo: «La vera sfida sono i progetti. La parola potere non è un sostantivo, ma un verbo: poter fare, poter cambiare, poter incidere. Non il potere fine a se stesso per conservare una poltrona. Poi, certo, le idee camminano sulle gambe degli uomini e dunque presto, prestissimo, dovremmo confrontarci sul nome dell’uomo o della donna che siederà a Palazzo Chigi per i prossimi due anni».
La scommessa di martedì, insomma, è quella di Tancredi: cambiare per continuare. Mutare per restare.

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