venerdì, Maggio 7

Crisi del turismo in Giordania field_506ffbaa4a8d4

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Situato al centro di quella polveriera chiamata Medio Oriente, il Regno Hashemita di Giordania è riuscito negli anni a mantenere il suo fragile equilibrio nonostante le crisi ricorrenti nel vicinato. Ha ricevuto i rifugiati palestinesi sin dall’inizio del conflitto arabo-israeliano, poi quelli iracheni dopo la guerra del 2003 e adesso i siriani, afflitti da una guerra civile che si protrae da più di quattro anni. In effetti, la stabilità del paese è degna di nota e di grande stima.

Povera di risorse naturali, la Giordania è un paese semi-redditiere. Le sue principali entrate derivano dalle rimesse degli espatriati e dal turismo. Essa vanta infatti siti di interesse mondiale quale la nabatea Petra – una delle sette meraviglie del mondo moderno; la città romana di Gerasa (oggi Jerash), tra le meglio conservate; il castello musulmano di Ajloun (XII secolo); Umm Qais, città ellenico-romana anticamente nota come Gadara, dalla quale si possono ammirare sia il lago di Tiberiade che le alture del Golan; e poi le attrazioni naturalistiche come il Wadi Rum e il Mar Morto, nonché l’unica località di mare, Aqaba.

Secondo quanto riportato da Kamal Taha per ‘Middle East Eye’, i ricavi del settore turistico per il primo quadrimestre del 2015 sono scesi del 15 per cento, una perdita di circa un miliardo e mezzo di dollari su un’economia che conta sul turismo per il 14 percento del proprio PIL (dati 2014). I numeri di Petra danno la misura della crisi: quasi un milione di turisti avevano visitato il sito nel 2010; quattro anni più tardi, i visitatori si sono pressoché dimezzati.

In effetti, passeggiando per le strade trafficate di Amman, si incontrano pochissimi turisti. La parte di Amman di interesse turistico è la città vecchia, o balad, dove si trovano la cittadella e l’anfiteatro della vecchia Philadelphia. Vi sono anche i suq, la moschea al-Husseini (ricostruita nel 1924 in stille ottomano su di una moschea del VII secolo) e i vivacissimi negozietti di souvenir. Quasi nessuno straniero.

Poco distante, all’altezza del primo circolo, c’è Rainbow Street, la movimentata via della movida di Amman, costellata di caffè dove fumare l’arghile e bere shay (tè) accanto a bar e locali in tutto e per tutto simili a quelli delle nostre città. Qui, gli stranieri sono numerosi, quelli che Ahmad, 26 anni, cittadinanza giordana ma originario di Baghdad, chiama expats. Sono per lo più studenti e giovani cooperanti. Non sono turisti. Ahmad mi spiega che la Giordania è rimasta l’unica meta sia per gli uni che per gli altri: nessuno va più a studiare arabo a Damasco (come feci io nel 2011), e le crisi nel vicinato – soprattutto quella dei rifugiati siriani – hanno attirato numerose ONG del settore umanitario e della cooperazione internazionale.

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