sabato, Ottobre 23

Crisi: anche la malattia diventa un lusso field_506ffb1d3dbe2

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salute

Soffrire di una malattia cronica o dover assistere un familiare malato è diventato un lusso nel periodo di crisi economica che stiamo vivendo. Sono sempre di più, infatti, i cittadini che, trovandosi in situazione di difficoltà, non riescono a conciliare la vita lavorativa con quella privata e che, con salari sempre più bassi e con il rischio di perdere il posto di lavoro, rinunciano a un loro diritto essenziale, ovvero quello della salute. Il XII Rapporto nazionale sulle politiche della cronicità, dal titolo “Permesso di cura”, è stato presentato pochi giorni fa a Roma dal Coordinamento nazionale delle Associazioni dei malati cronici (CnAMC) di Cittadinanzattiva. Un rapporto che illustra alcuni dati inquietanti e mette in luce un errato funzionamento del sistema di welfare condotto negli ultimi anni, basato su politiche di spending review che hanno portato ancora più al collasso un gran numero di famiglie italiane.

L’84% delle associazioni che hanno partecipato alla redazione del Rapporto, dichiara che i pazienti non riescono a conciliare l’orario di lavoro con le esigenze di cura ed assistenza, al punto che nel 63% dei casi hanno ricevuto segnalazioni di licenziamenti o mancato rinnovo del rapporto lavorativo per le persone con patologie croniche e invalidanti e nel 41% dei casi per i familiari che li assistono.  Il 60% ha riscontrato difficoltà nella concessione dei permessi retribuiti, il 45% nella concessione del congedo retribuito di due anni; il 49% evita di prendere sul lavoro permessi per cura, il 43% nasconde la propria patologia e il 40% si accontenta di eseguire un lavoro non adatto alla propria condizione lavorativa.

A questo si aggiungono una serie di spese che non sono coperte dal Servizio sanitario nazionale e che comportano spese elevate che non tutti possono permettersi. Il 54% degli italiani, infatti, ritiene troppo pesante o oneroso il carico assistenziale non garantito dal Ssn. Per dare alcune cifre, si spendono in media 1585 euro all’anno per tutto ciò che serve alla cosiddetta prevenzione terziaria, come diete particolari, attività fisica, dispositivi e tutto ciò che è utile per evitare le complicanze; più di 1000 euro per visite ed esami a domicilio, o ancora in media 3711 euro l’anno per adattare la propria abitazione alle esigenze di cura. Chi non può pagare, in una percentuale che arriva anche all’80% di chi è in cura, rinuncia alla riabilitazione, al monitoraggio della patologia, ad acquistare i farmaci non dispensati,  alla badante, all’acquisto di protesi e ausili non passati dal servizio sanitario nazionale.

Eppure, la salute del cittadino è un diritto fondamentale tutelato anche nella nostra Costituzione e diventa ancora più importante in un periodo di crisi economica. “Il fine più importante per uno Stato” spiega Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato e responsabile del CnAMC di Cittadinanzattiva, “specie in un periodo di crisi economica nazionale e internazionale, deve essere quello di garantire la salute dei cittadini, perché questo vuol dire garantire la qualità di vita delle persone e, indirettamente, rilanciare la crescita economica del Paese. Chi è in buona salute, infatti, può lavorare e produrre, altrimenti diventa difficile. In questo momento non possiamo permetterci che le persone non lavorino. Per questo è necessario fermare questo processo di disinvestimento che è stato portato avanti negli anni dalle politiche pubbliche sanitarie”.

Un sistema di erogazione servizi sbagliato e basato sul federalismo, in cui a rimetterci, prima di tutto, è la prevenzione, attività fondamentale per la salute di una persona. « Il 53% delle associazioni » si legge nel rapporto «non ritiene sufficiente la prevenzione primaria (corretti stili di vita); il 60% considera inadeguata o del tutto carente la prevenzione secondaria (interventi per una diagnosi precoce e per la riduzione del danno). Per la prevenzione terziaria (relativa alle complicanze) sale al 64% la percentuale delle associazioni che ritengono non si faccia. Anche chi si impegna personalmente nella prevenzione, riconoscendone l’importanza, ha difficoltà ad accedere alle visite specialistiche o esami diagnostici necessari nel 66% dei casi e l’89% è, quindi, costretto a sostenere costi privati per accedere a queste prestazioni».

“Ritardare o rinunciare alle cure necessarie, perdere il posto di lavoro, confrontarsi con la crisi dei redditi familiari e con le discriminazioni regionali nell’accesso alle prestazioni socio sanitarie” afferma Tonino Aceti “è ciò che vivono sulla propria pelle i cittadini grazie ad anni di politiche di disinvestimento del Welfare e di erosione dei diritti. Non possiamo accettare che per ‘fare cassa’ si continui a smantellare il Servizio sanitario nazionale o, peggio ancora, a svendere i diritti dei cittadini alla salute, al lavoro e all’inclusione sociale”. Il sistema ha diverse falle e crea situazioni insostenibili per i cittadini. “Una delle cose più gravi in un Paese civile come dovrebbe essere il nostro” spiega Aceti “è che il nuovo regolamento Isee consideri per il computo dei redditi familiari anche tutti i trattamenti assistenziali. Non posso pensare che lo Stato consideri l’invalidità civile, l’indennità di accompagnamento, i contributi per l’abbattimento delle barriere architettoniche nella propria abitazione e tanto altro come fonti di reddito. La legge di stabilità, in discussione adesso alla Camera, può rivedere e frenare questo balzello per i cittadini”.

Il problema del funzionamento del Servizio sanitario nazionale è aumentato anche da un federalismo che crea forti disuguaglianze di regione in regione. L’assistenza farmaceutica, quella protesica, così come l’assistenza domiciliare e la riabilitazione sono erogati nel nostro Paese a macchia di leopardo. Anche i percorsi diagnostici terapeutici  e i registri di patologia, che indicano il numero di pazienti, suddivisi per patologia e regione di residenza, sono poco diffusi e segnalati principalmente al Nord. Il 61% delle associazioni dichiara di avere difficoltà di accesso all’assistenza farmaceutica in alcune regioni. Le principali criticità, però, riguardano i tempi eccessivamente lunghi per l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte dell’AIFA, il costo dei farmaci non rimborsati dal Ssn in fascia C, le limitazioni da parte dell’Aziende ospedaliere o dalle ASL per motivi di budget e i tempi di inserimento dei farmaci nei prontuari regionali diversi da regione a regione. Il 39% delle associazioni, ancora, ha riscontrato l’interruzione o il mancato accesso a terapie perché particolarmente costose. L’assistenza domiciliare integrata è adeguata alle esigenze di cura solo in alcune regioni. Il principale problema in questo ambito è l’assenza di un supporto psicologico, seguito dalla mancanza di alcune figure professionali e da un numero di ore di assistenza insufficienti. Anche la riabilitazione risente fortemente delle differenze regionali. Infatti, risulta adeguata, ma solo in alcune regioni per il 65% delle associazioni. La principale criticità riguarda i tempi di attesa incompatibili e la mancanza di posti letto e strutture. Particolarmente critica la durata del ciclo riabilitativo, considerata inadeguata dal 73% delle associazioni.

“Nel Nord” spiega Aceti “ci sono strutture che possono accogliere le persone malate, nel sud non ce n’è praticamente quasi nessuna. I farmaci approvati a livello nazionale dall’Aifa sono lasciati poi alla discrezionalità della regione per l’approvazione. Si tratta di una duplicazione di gestione dell’assistenza farmaceutica che, in clima di spending review, dovrebbe essere la prima cosa da eliminare. C’è bisogno di riformare profondamente il sistema. Il Servizio sanitario nazionale va riformato a partire dalla sua governance. Il diritto alla salute è uno per tutti e non può avere sfumature da Nord a Sud. Il potere sostitutivo dello Stato deve essere esercitato anche sui livelli essenziali di assistenza”.

Secondo i dati emersi dal rapporto, la partita adesso si gioca sulla definizione del Patto per la salute, che non dovrà essere solo un’intesa finanziaria ma un’occasione per riorganizzare i servizi. “Chiediamo al Governo e al Parlamento” dice Aceti “un’azione concreta, a partire dalla Legge di Stabilità in discussione, eliminando l’insopportabile misura prevista dalla legge 214/2011 e dal nuovo regolamento ISEE secondo cui i trattamenti assistenziali come indennità di invalidità civile e di accompagnamento sono considerati ‘fonti di reddito’ e quindi da considerare nel computo dei redditi familiari. Chiediamo inoltre al Governo e alle Regioni di avviare un confronto anche con le associazioni di cittadini e di pazienti sia sul Patto per la Salute, sia sulla prossima Spending review, che rappresentano le vere partite per il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Non vogliamo infatti correre il rischio che queste misure possano comportare un’ulteriore compressione di tutele e di diritti. Ricordiamo al Governo che i cittadini hanno già dato tanto e sono invece ancora in attesa di ricevere quanto è stato previsto e promesso anche dalle leggi. Pensiamo solo all’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza, al palo da oltre 10 anni, e che dovrebbe prevedere, tra l’altro, la revisione del nomenclatore tariffario delle protesi e degli ausili e degli elenchi delle patologie croniche e rare esenti”.

Il dato chiaro è che i cittadini, che pagano le tasse e che subiscono già pesantemente le conseguenze di una pesante crisi economica, non possono continuare a rimettere la propria salute per i tagli economici alla sanità.  

 

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