venerdì, Maggio 7

Crimea-tatari, un anno dopo

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Un anno fa, quando nella penisola c’erano gli uomini di verde, i soldati russi con le uniformi verdi senza insegne di grado, il cosiddetto referendum segnò l’inizio dell’annessione della Crimea alla Russia. Ora, la penisola è tagliata fuori dal mondo civilizzato. In Crimea, l’UE ha esteso le sanzioni statunitensi, bloccando gli investimenti stranieri e interrompendo i servizi di Visa e Master Card. Ufficialmente, Kiev ha sospeso i collegamenti ferroviari con la regione, e la Crimea è anche totalmente dipendente dall’Ucraina per la fornitura di acqua ed elettricità.

Durante questo periodo, la penisola ha vissuto un calo del turismo, e l’entrata a far parte del campo giuridico della Federazione Russa ha spinto la popolazione a migrare per sfuggire all’annessione. I tatari di Crimea hanno sofferto più di tutti dell’inclusione del territorio alla Russia. Erano tornati nella propria terra solo dopo l’indipendenza dell’Ucraina, e ricordano ancora chiaramente le deportazioni del dopoguerra messe in atto dall’Unione Sovietica; per questo motivo, questo gruppo etnico si era fortemente opposto all’inclusione della regione nella Federazione Russa.

Dopo l’annessione, le autorità russe hanno iniziato le persecuzioni contro gli attivisti ucraini e i tatari di Crimea. Dall’inizio dell’occupazione, sono circa venti le persone scomparse appartenenti a quest’etnia, due delle quali sono poi state trovate morte.

Il governo russo ha proibito l’ingresso nella penisola a Refat Chubarov, capo dell’organo rappresentativo dei tatari di Crimea, il Mejlis, e a uno dei leader di quest’etnia, il parlamentare ucraino Mustafa Dzhemilev. Il Mejlis viene inoltre periodicamente perquisito dalle unità speciali della polizia russa. Molti dei tatari di Crimea sono stati costretti a lasciare le proprie case e a trasferirsi nel territorio continentale dell’Ucraina.

Abbiamo intervistato Alim Aliyev, cofondatore dell’ONG Crimea-SOS, per capire cosa sia cambiato durante l’occupazione e come vivano i tatari emigrati.

 

Com’è cambiata la situazione per i tatari dall’annessione della Crimea alla Russia? Si respira delusione anche tra coloro che appoggiavano quest’inclusione?

Al momento dell’annessione, i tatari, in quanto forza consolidata, erano il centro dei sentimenti filoucraini nella penisola. Dopo lo pseudo‑referendum e l’occupazione, non hanno cambiato la propria posizione, continuando a schierarsi con l’Ucraina. Anche per quanto riguarda i problemi che la penisola sta affrontando riguardo l’acqua e l’elettricità, dicono: “Sopportiamo, lo stato ucraino aveva dovuto prendere decisioni simili in passato. Coloro che prima, invece, inneggiavano alla Russia, cosa faranno ora?”  Anche molti dei membri del Mejlis si erano schierati dalla parte dell’Ucraina. Inizialmente, avevano cercato di comprare posizioni, guadagni, status, l’autonomia per i tatari, ma senza arrivare a un accordo con gli invasori. Mosca, poi, ha scelto un altro percorso, iniziando a fare pressione, con perquisizioni, emarginazione e discredito contro quest’istituzione, e creandone altre parallele totalmente leali a Mosca per dimostrare che anche i tatari appoggiavano la Russia, nonostante appena il 2-3% di loro fosse realmente a favore di queste istituzioni parallele.

Mi potrebbe dire se si respira un clima di delusione tra coloro che hanno appoggiato l’inclusione della Crimea alla Federazione Russa?

Se all’inizio dell’annessione i filorussi gridavano: “D’ora in poi saremo russi,” ora dicono: “Non chiamateci russi, siamo crimeani”. Un simile cambio d’identità è dovuto prima di tutto ai problemi economici della penisola, dove piccole e medie imprese riescono a malapena a sopravvivere. Ecco quindi che molte bandiere filorusse del principio stanno sbiadendo, mentre quelle dei tatari di Crimea perdurano.

L’euforia iniziale è ormai svanita?

Quasi completamente, anche se non del tutto. Bisogna ammettere che alcuni gruppi sociali in Crimea hanno iniziato a vivere con stipendi più alti, in particolare i rappresentanti delle forze armate, tra cui anche la polizia, e i dipendenti statali, i pensionati, i medici e gli insegnanti.

C’è qualche differenza tra le opinioni dei giovani e degli anziani sull’annessione della Crimea alla Russia? Si può dire che i giovani siano più filoucraini e gli anziani più filorussi?

Secondo me, i più giovani sono abbastanza indifferenti. Per quanto riguarda i tatari di Crimea, non solo sono filoucraini, ma anche più attivi. In generale, la popolazione della penisola esce raramente dalla Crimea, non sa cosa siano Kiev, Leopoli o l’Europa, e questo è dovuto a stereotipi o leggende fomentati dalla propaganda russa nei programmi TV, nei TG e nei discorsi della gente comune.

La OCSE ha definito l’annessione della Crimea la maggior violazione dei principi della Dichiarazione di Helsinki del 2014. Che esempi ci può fare delle violazioni dei diritti dei tatari di Crimea e degli attivisti filoucraini?

Prima di tutto, le perquisizioni diffuse, non solo rivolte ad attivisti, ma anche ai tatari e al resto dei cittadini. Si cercano materiali educativi e religiosi, droghe e armi, ma l’obiettivo principale è quello di spaventare la gente e di spingere i tatari a lasciare la Crimea. Inoltre, le persone vengono rapite in pieno giorno, e nove sono, fino a ora, quelle scomparse, nessuna di loro facente parte degli attivisti; il numero potrebbe anche essere maggiore senza che si sappia. Come se non bastasse, il 18 maggio è una data importante, la giornata del lutto, e i tatari di Crimea si riuniscono nella piazza principale di Simferopoli per una messa in suffragio agli antenati morti durante la deportazione. Stavolta, gli occupanti hanno impedito la riunione nel centro di Simferopoli, e i cittadini si sono concentrati in una zona residenziale della città. La polizia si è radunata attorno e ha continuato a passare attraverso i metal detector ogni cinque minuti per disturbare chi parlava in pubblico; inoltre, i leader del Mejlis Refat Chubarov e Mustafa Dzhemilev si son visti vietare la partecipazione. Per concludere, ci sono anche sanzioni economiche contro i tatari di Crimea, multe senza senso.

Possiamo parlare di persecuzioni per motivi etnici?

Senza dubbio.

Lei è uno dei fondatori della ONG Crimea-SOS. Ci potrebbe parlare delle attività dell’organizzazione, del motivo dietro la sua creazione e degli obiettivi che si è posta?

Il 27 febbraio, il primo giorno dell’occupazione, due colleghi e io ci siamo accorti che qualcosa stava succedendo in Crimea, qualcosa di non chiaro anche per chi, come noi, lavora nel campo dell’informazione. Abbiamo deciso immediatamente di informare la popolazione in modo obiettivo e fondato. Abbiamo creato una pagina Facebook chiamata Crimea-SOS, con un logo primitivo, e abbiamo iniziato a scrivere le notizie. Avevamo un gruppo di investigatori che cercava le informazioni, poi tutta la squadra le verificava. Ora, solo la pagina in ucraino ha oltre cinquantamila follower. La pagina era molto popolare tra tutti i giornalisti grazie alle notizie verificate, e loro stessi le ripubblicavano nei propri mezzi di comunicazione.

All’inizio di marzo, abbiamo iniziato a sistemare momentaneamente gli sfollati della Crimea. A quel punto, avevamo già dei contatti, una linea diretta che chiamava le persone disposte a fornire i propri appartamenti come alloggi temporanei e, in un paio di mesi, ci eravamo già presi cura di un migliaio di persone. Poi, abbiamo iniziato a lavorare con le informazioni delle lobby. Ora che il tema della Crimea è sparito dall’agenda dei paesi occidentali, è importante farcelo rientrare. Siamo diventati soci attivi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, con tre uffici a Kiev, Leopoli e Kherson, e aiutiamo gli immigrati a ottenere sovvenzioni per migliorare le condizioni delle case e delle imprese.

Per concludere, abbiamo una linea per l’integrazione culturale che si occupa di attività culturali, come corsi e conferenze, e della diffusione della cultura tatara e della protezione dell’identità tramite concerti e lezioni.

Quanti rifugiati tra i tatari di Crimea hanno lasciato la penisola per spostarsi nel territorio ucraino continentale?

Circa dieci o dodicimila persone.

Molti di questi sono arrivati a Leopoli e nella regione occidentale, a cosa si deve questa scelta?

Le ragioni sono varie. La prima è che i tatari si trovano a proprio agio tra gli abitanti di questa regione, molto religiosa e popolata da mussulmani praticanti. Leopoli è una città religiosa in generale, e la sua regione, la Galizia, non è da meno; i tatari possono, quindi, stare tra persone credenti. In secondo luogo, è una città comoda, e i tatari vi si trovano a proprio agio, visto che gli abitanti condividono i loro valori. La terza ragione è la più pratica: Leopoli è una grande città, e offre molte opportunità, come un’educazione di qualità, cosa che, al momento, non si può trovare in Crimea.

Voi, in realtà, vi siete assunti i compiti delle autorità ucraine  per aiutare i migranti temporanei dalla Crimea. Esistono sufficienti misure di sicurezza sociale e d’appoggio agli immigranti di Kiev?

Quest’anno è stato un anno di volontariato; con la situazione in Crimea e poi la guerra, capiamo che sia un bene che il governo, per lo meno, non interferisca. Ci sono casi in cui i cittadini credono che la Banca nazionale ucraina conceda permessi di soggiorno in Crimea, e si stanno creando problemi. Ora, abbiamo un collegamento con alcuni ministeri per occuparci di questi problemi, ma mi piacerebbe che si fosse già trovato un modo per risolverli con efficienza. Il governo, in realtà, non ha una strategia per prendersi cura degli immigrati; ci sono delle misure per risolvere, in parte, i problemi tecnici, ma non vere e proprie strategie, purtroppo.

I tatari di Crimea come giudicano le azioni delle autorità ucraine per tagliare l’elettricità e cancellare i trasporti ferroviari? Non viene ritenuto un modo per separarli dal territorio continentale?

Per quanto riguarda i collegamenti ferroviari, è ciò che è successo quando le autorità ucraine si sono schierate con i crimeani a loro fedeli. Ci sono legami familiari complicati tra i due paesi, e questo è successo durante le vacanze. Se ci fosse stato un problema di sicurezza, si sarebbe potuto risolvere in un altro modo. Penso che ci siano problemi economici, e manca un accordo in questo senso tra l’Ucraina e la Russia, ecco perché tutto ciò è potuto succedere. Il problema è che la situazione ha colpito per primi i cittadini in favore dell’Ucraina, che non erano il pubblico interessato.

Per quanto riguarda i soprusi sull’elettricità e l’acqua, i tatari di Crimea affermano di essere tolleranti e di poter sopravvivere perché coscienti delle proprie capacità.

Ritiene possibile tornare indietro, e cosa pensa della situazione della penisola in un futuro prossimo?

Non vedo una via militare di ritorno alla Crimea, e non credo che quello dovrebbe essere il progetto. Dobbiamo lavorare con il maggior numero possibile di cittadini e fornire tutta l’informazione disponibile. Serve una strategia a livello di governo per tornare indietro, ma tutto dipende anche dalla durata del regime di Putin. La comunità internazionale sta facendo pesanti pressioni alla Russia, e le sanzioni in vigore colpiscono dolorosamente il paese, accerchiando Putin. Non credo ci possa essere una rivoluzione in un futuro prossimo, fatto che spiega il comportamento selvaggio del presidente. Potrebbe verificarsi un colpo di stato, ma all’interno del suo stesso cerchio.

Inoltre, molto dipende dalla stessa Ucraina, da come si svilupperà economicamente e politicamente, da come si avvicinerà alla strategia della Crimea. Se i cittadini non parlano, e continuano a guardare i canali russi, poco può cambiare nelle loro menti.

Le risulta che, ultimamente, le autorità ucraine abbiano fatto abbastanza per riottenere la Crimea?

No, per niente. A volte, penso che la comunità internazionale faccia più di quanto non faccia Kiev. Questo tema fa sollevare attivisti e giornali, ma il governo si pronuncia sempre meno, impegnato dalla guerra ma senza rendersi conto del fatto che la soluzione dei problemi del Bacino del Donec e della Crimea siano collegati.

 

Traduzione di Emma Becciu

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