mercoledì, Aprile 14

Crimea, tatari sul piede di guerra La più indocile minoranza della penisola non teme di sfidare a fondo Mosca e la repressione russa

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Chi, gufo o che altro, paventa o perfino auspica una terza guerra mondiale, potrebbe accontentarsi per il momento di una seconda guerra di Crimea. Della prima, come sa chi ancora da noi coltiva la storia patria, ricorre adesso il 160° anniversario di una sua fase culminante (durò oltre sei anni). Carica di reminiscenze e suggestioni risalenti a un passato anche lontanissimo, la penisola sul Mar Nero è di stretta attualità da quasi due anni grazie alla crisi ucraina, sfociata per quanto la riguarda nella sua annessione alla Russia nel marzo 2014.

Benchè contestatissimo, il passaggio dalla sovranità di Kiev a quella di Mosca avvenne praticamente senza colpo ferire ma comunque mediante un atto di forza non sufficientemente legittimato da un referendum non irreprensibile sotto il profilo del diritto internazionale. Il suo esito ‘bulgaro’ rispecchiò tuttavia la volontà popolare in quanto palesemente conforme ai desideri della maggioranza degli abitanti, in gran parte russi e per il resto tatari e ucraini. E altresì rispettoso, se si vuole, di legami creati dalla storia almeno nel corso degli ultimi due secoli abbondanti.

Anche per questi motivi ben pochi dubitano oggi che si sia trattato di una svolta irreversibile oltre che meno arbitraria, in ogni caso, di quella precedente in senso opposto: il regalo della Crimea russa all’Ucraina, nel 1954, da parte dell’ucraino Nikita Chrusciov, allora padrone del Cremlino sovietico. L’attuale contesto internazionale, tuttavia, spiega e favorisce il perdurare della sua contestazione, probabilmente ancora lontana dall’esaurimento.

Nulla è sostanzialmente cambiato, infatti, dopo il pronunciamento dell’Assemblea generale dell’ONU risalente al 28 marzo 2014, che riflette il tuttora esiguo numero di riconoscimenti riscossi dall’annessione. Contro la condanna di quest’ultima votarono solo 11 Paesi, compresa la stessa Russia. I voti favorevoli furono 100 e 58 le astensioni, inclusa quella della Cina per quanto sua amica.

La contestazione principale rimane naturalmente quella dell’Ucraina, anche se una sua disponibilità a riconoscere la perdita del suo gioiello potrebbe essere intravista nella recente richiesta da parte del governo di Kiev di un indennizzo di 50 miliardi di dollari. Un gesto, però, che più probabilmente si inquadra tatticamente nel complesso quanto serrato mercanteggiamento politico-finanziario ingaggiato con Mosca sui rispettivi debiti e crediti in materia soprattutto di gas e petrolio.

Altrettanto recente è la dichiarazione di un esponente del Governo americano, secondo la quale rimane sempre ferma la posizione assunta a suo tempo dal Presidente Barack Obama, che affermò che gli USA non avrebbero mai riconosciuto l’annessione. Come si sa, peraltro, in politica non si dovrebbe mai dire mai. Nella fattispecie nulla esclude che il fatto compiuto sulle sponde del Mar Nero possa trovare la sua consacrazione nel quadro di qualche soluzione di compromesso della crisi ucraina propiziata dalla movimentazione della scena internazionale sotto la spinta degli sviluppi nel Medio Oriente.

Per il momento, tuttavia, continuano piuttosto a profilarsi anche localmente scenari più allarmanti che rassicuranti. Mentre nel Donbass permane una prevalente tregua d’armi, o se si preferisce un conflitto a minima intensità, proprio sul territorio ucraino adiacente alla Crimea si sono registrate iniziative tali da far temere un divampare di ostilità che finora aveva risparmiato la penisola e i suoi dintorni.

Se n’è fatto promotore, con l’appoggio e la partecipazione di ultranazionalisti ucraini (del ben noto Settore di destra, in particolare), il Comitato per la difesa dei diritti nazionali dei tatari di Crimea, che opera in Ucraina essendo ostacolato in Crimea, dove è praticamente ridotto in clandestinità il Mejlis, antico organo rappresentativo della combattiva minoranza, capace di conquistarsi trent’anni fa, con una dura lotta contro il potere sovietico, il diritto di tornare nella propria terra dalla quale era stata deportata in massa, per volere di Stalin, durante la seconda guerra mondiale.

Il Comitato ha indetto nello scorso settembre un blocco della spedizione di generi alimentari e altri prodotti nella penisola, che è diventato particolarmente pesante quando si è esteso, in novembre, alle forniture di corrente elettrica, per le quali la Crimea era fino a ieri totalmente dipendente dall’Ucraina. I timidi tentativi del Governo di Kiev di scongiurarlo sono stati drasticamente frustrati allorché gli attivisti hanno abbattuto i piloni che sorreggevano le quattro linee di trasmissione nella provincia meridionale di Cherson, ostacolandone poi il ripristino.

Mosca ha naturalmente accusato Kiev di colpevole debolezza o sostanziale connivenza, tanto più che esso aveva sottoscritto in precedenza un accordo di libero scambio con la penisola valido anche per i rifornimenti energetici, cercando di difenderlo dagli immancabili attacchi dell’opposizione. Le reazioni russe non si sono però spinte oltre l’ennesima minaccia di sospendere le vendite di gas e carbone all’Ucraina, probabilmente perché stava avvicinandosi la possibilità di risolvere diversamente un problema così vitale.

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