sabato, Luglio 31

Crimea, Tatari sotto tiro field_506ffb1d3dbe2

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Ukraine Protests

Può darsi che la Crimea, sottratta nello scorso marzo alla sovranità ucraina per tornare dopo 60 anni sotto quella russa, peraltro contestata a livello internazionale, conosca un nuovo fulgore che premi il fervore patriottico della maggioranza dei suoi abitanti. Finora, per la verità, più che apportare benefici e progressi il trapasso ha sollevato problemi e difficoltà, solo in parte connesse con le ostilità tra vecchi e nuovi padroni come ad esempio la precarietà dei rifornimenti idrici, elettrici ed altri per i quali la penisola dipende ancora dall’Ucraina.

Certo è comunque che se l’euforia del gruppo maggioritario non sembra ancora svanita le minoranze locali se la passano decisamente peggio di prima. Alquanto scontata, date le circostanze, l’emigrazione verso Kiev e dintorni di circa tremila ucraini, il peggioramento riguarda soprattutto i tatari, una popolazione di ceppo mongolo e di religione musulmana che prima della conquista russa della penisola, verso la fine del ‘700, costituiva il pezzo più grosso di uno dei tanti mosaici multietnici dell’Est europeo.

Si tratta in realtà solo del capitolo più recente di una lunga storia di rapporti per lo più ostili con il potere zarista e poi sovietico nonché, in primo luogo, con i russi via via affluiti per ragioni militari, di lavoro o di clima particolarmente attraente. La posizione strategica sulle sponde di un mare caldo costò d’altronde, specie alla componente più sfavorita della popolazione, le multiformi sofferenze provocate da uno dei conflitti più aspri e sanguinosi della storia moderna: la guerra di Crimea, appunto, che a metà del 19° secolo vide le truppe dello zar alla fine sconfitte da inglesi e francesi, turco-ottomani e sardo-piemontesi.

All’indomani della rivoluzione russa del 1917 i tatari approfittarono della susseguente guerra civile per risuscitare il vecchio khanato mongolo e poi ottomano sotto forma di Stato indipendente. Che fu però ben presto abbattuto dai bolscevichi, il cui condottiero,Vladimir Ilic Uljanov più noto come Lenin, riferendosi anche ai tatari, giunse a dire “li prenderemo, li divideremo, li soggiogheremo e li digeriremo”.

Un programma apparentemente brutale, dunque, della cui attuazione si incaricò piuttosto il successore di Lenin, cioè Stalin. Inizialmente, infatti, nell’ambito della neonata Repubblica autonoma socialista sovietica di Crimea i tatari conobbero una breve età dell’oro grazie all’attribuzione alla loro lingua di uno status ufficiale a fianco del russo, alla diffusione del suo insegnamento e allo sviluppo delle loro istituzioni culturali.

Nel periodo staliniano, invece, la drastica inversione di rotta culminò per tutti, compresi gli eredi di Gengis Khan, nella sottoposizione ai rigori estremi della collettivizzazione forzata, della persecuzione delle élites intellettuali “borghesi” e delle “purghe” di massa, in cui perirono, sembra, oltre 150 mila tatari pari a circa metà del loro totale nella penisola.

Pochi anni più tardi l’URSS venne invasa dalle armate naziste, che occuparono anche la Crimea accolte dai tatari con una certa simpatia, le cui conseguenze furono delle più tragiche. Accusati collettivamente di collaborazionismo con il nemico, 183 mila di loro, in prevalenza anziani, donne e bambini, vennero deportati nel 1944 in Asia centrale, praticamente senza preavviso e in condizioni tali che almeno un quinto ma fors’anche quasi la metà di essi perirono durante il viaggio.

Un sostanziale genocidio, insomma, seguito dalla graduale riabilitazione di un intero popolo a partire dal 1956 in occasione della denuncia del mito di Stalin da parte di Nikita Chrusciov. Per una più piena riparazione del torto subito dalle vittime si batterono coraggiosamente personaggi di punta del dissenso sovietico con in testa Pjotr Grigorenko, ex generale dell’Armata rossa di nazionalità ucraina. Ma si dovette attendere il nuovo corso di Michail Gorbaciov e addirittura la caduta del regime comunista perché venisse data via libera al rimpatrio dei sopravvissuti. Molti dei quali, peraltro, avevano già cominciato a tornare in Crimea più o meno clandestinamente sfidando i divieti e a rivendicare attivamente i propri diritti.

Nel contesto della nuova Ucraina indipendente i tatari trovarono condizioni relativamente favorevoli ad una vita più normale e al libero svolgimento delle loro attività culturali e organizzative in generale. Una forma di autogestione comunitaria, al limite politica benchè non ufficialmente riconosciuta, sorse con la creazione di un’assemblea rappresentativa, il Kurultai, e di una sorta di governo, il Mejlis, che a loro volta mandavano alcuni rappresentanti negli organi della riconfermata Repubblica autonoma.

Tutto ciò non è però bastato a risolvere se non in piccola parte i gravi problemi di un’adeguata sistemazione dei reduci dall’esilio, gran parte dei quali vivono ancora in modo precario e disagiato. Per scarsezza di mezzi, ma soprattutto per gli ostacoli pratici e legali al recupero di abitazioni, terre e altri beni confiscati al tempo della deportazione o comunque assegnati ad altri cittadini locali e immigrati o da essi acquisiti di fatto.

La spinosa questione non ha mancato di provocare vivaci contrasti e una tensione cronica tra tatari da una parte e russi ma anche ucraini dall’altra, alimentati dall’irriducibile combattività dei primi e dall’affidamento dei secondi a ovvie protezioni esterne. Il predominio russo nella penisola, in campo amministrativo e politico oltre che numerico (con quasi il 60% della popolazione contro il 25% circa degli ucraini e il 12% dei tatari, su un totale di 2 milioni di abitanti) contribuì tuttavia a dividere e contrapporre soprattutto tatari e russi.

Gli uni non esitavano a vantare un diritto di primogenitura in quanto unica componente autoctona della popolazione della Tauride degli antichi greci. Gli altri replicavano, per restare sul terreno verbale, ripetendo volentieri slogan come quello già diffuso in era sovietica (“se i tatari torneranno gli slavi saranno sterminati”) che sfruttava la memoria della dominazione mongola in Russia.

I tatari comunque non si limitavano, anche perciò, a guardare a Kiev piuttosto che a Mosca, ma parteggiavano apertamente per i partiti ucraini filo-occidentali alle prese in sede centrale con quelli più filorussi, promotori delle autonomie regionali invise alle minoranze nella fattispecie crimeana. Una preferenza, questa, che si manifestò vistosamente nel 2004 quando la “rivoluzione arancione” portò al potere i primi scalzando i secondi.

Non tutti i tatari, per la verità, la condividevano. Non mancavano tra loro, ed esistono tuttora, elementi di opposto orientamento, naturalmente incoraggiati e appoggiati da parte russa. Nel 2008, ad esempio, fece parlare di sé un gruppo dissidente rendendo pubblica una lettera inviata all’allora presidente russo e attuale premier Dmitrij Medvedev per denunciare e chiedere aiuto contro un presunto genocidio da parte ucraina.

La grande maggioranza, tuttavia, non ha nascosto la propria ostilità all’annessione alla Russia, nello scorso marzo, disertando il relativo referendum e dichiarandosi risoluta, per bocca dei suoi dirigenti, a continuare la lotta in difesa dei propri diritti. Non fidandosi, evidentemente, della promessa iniziale di Vladimir Putin di ripristinarli insieme al “buon nome” dei loro titolari.

La promessa poteva essere resa più credibile dalla decisione del Cremlino di togliere alla Crimea lo status di repubblica autonoma riducendola a semplice “distretto federale”, come altre regioni russe non “soggetti della federazione” ma governati più direttamente dal centro per ragioni strategiche, di sicurezza o altro. Un declassamento, insomma, però potenzialmente rassicurante in qualche misura per la minoranza, non abbandonata agli arbitri della maggioranza locale.

Di fatto, invece, le cose sono andate diversamente. Ai due massimi esponenti della comunità, che si trovavano in visita a Kiev, è stato vietato di rimettere piede in patria per cinque anni. Uno di essi che aveva tentato di farlo è stato respinto e la polizia ha multato centinaia di persone che si preparavano ad accoglierlo. Sono stati messi al bando numerosi libri musulmani tacciati di estremismo religioso inclusa una traduzione russa del Corano. Ed è stata vietata anche una cerimonia a Simferopoli, capoluogo regionale, per commemorare il 70° anniversario della deportazione.     

Tutto ciò, accompagnato da pestaggi, minacce anonime e perquisizioni, non ha dissuaso la maggioranza dal boicottare anche le recenti elezioni amministrative, alle quali ha partecipato solo una  parte di loro che aveva altresì accettato l’offerta della nazionalità russa, rivolta da anni a tutti i cittadini della Crimea. Ne sono conseguite l’elezione di alcuni rappresentanti tatari nel parlamento e nel governo locali ma anche un’ulteriore ondata persecutoria.

I rappresentanti della comunità sono stati costretti a sgomberare le sedi del Kurultai e del Mejlis, due organi che il premier regionale Sergej Aksionov ha definito a lui ignoti in quanto legalmente inesistenti. La maggiore biblioteca tatara di Simferopoli è stata chiusa, avvertendo che in futuro saranno ammesse solo biblioteche statali russe. Il vice premier Rustam Temirgaliev, di nazionalità tatara, ha annunciato che un certo numero di terreni coltivati da connazionali dovranno essere abbandonati per fare luogo ad attività sociali, sia pure contro offerta di altri su cui trasferirsi.

Oggetto di prolungate angherie è stato infine un settimanale tataro, mentre una donna, procuratore capo distrettuale, ha ventilato la minaccia di una nuova deportazione per punire quanti hanno avversato l’annessione alla Russia. Il tutto, naturalmente, provocando rimostranze da parte dell’ONU, dell’Unione europea e dell’OSCE, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Che cosa può avere indotto Mosca ad usare la mano pesante contro una piccola minoranza già così tartassata in passato e, per quanto combattiva, difficilmente considerabile molto pericolosa, di per sé, nel contesto e nella situazione attuali? Che si tratti di un comportamento puramente vendicativo appare poco verosimile, anche perché rischia di conferire qualche maggiore pezza di appoggio alle residue contestazioni internazionali dell’annessione della Crimea.

Merita invece attenzione la concomitanza con l’inasprimento della crisi nel Medio Oriente, dove la minaccia dell’estremismo islamico preoccupa certamente la Russia non meno e forse ancor più degli USA, benchè Mosca condanni aspramente i nuovi interventi militari americani. Nel Caucaso settentrionale russo vicino alla Crimea (per non parlare dell’Asia centrale ex sovietica che costeggia gran parte della Siberia) la turbolenza di matrice musulmana si è recentemente attenuata ma potrebbe facilmente reintensificarsi per contagio.

Resta da vedere se e quanta esposizione al contagio presenti una comunità territorialmente isolata dal resto di un mondo islamico pur largamente circostante. Apparentati con altre popolazioni di origine mongola all’interno della Federazione russa, i tatari sono vicini anche per storia e incroci etnici piuttosto alla Turchia, alla quale li accomunavano sinora una fede sunnita relativamente moderata e liberale e un nazionalismo di tipo moderno.

L’intreccio tra le inesauribili vicissitudini e le più recenti suggestioni esterne può certo provocare modifiche di simili caratteristiche e favorire l’attrazione di esempi e tentazioni più intemperanti, come è già accaduto in Cecenia con esiti perniciosi sotto vari aspetti. E come potrebbe del resto ancora accadere, in maggiore misura, in altre parti del Caucaso settentrionale nonostante i rigori del regime di Putin o magari proprio a causa di essi.

Durante la crisi culminata nell’annessione alla Russia si è fatto vedere e anche intervistare in Crimea qualche personaggio non anonimo della galassia qaedista o post-qaedista, interessato alla causa dei tatari e pronto a sostenerla pur senza punte di fanatismo. Ovviamente i russi locali e di Mosca ne avranno preso buona nota, ma ci si deve augurare che ne traggano altresì conclusioni diverse da quelle che sembrano indicare i più recenti sviluppi per quanto li riguarda.

 

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