venerdì, Aprile 16

Crimea, prove di annessione field_506ffb1d3dbe2

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Crimea ucr

Dopo le Olimpiadi al vetriolo e con la crisi Ucraina di mezzo, le delegazioni dei Ministri di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non potevano che boicottare – allineate con Norvegia, Finlandia e infine stavolta anche Italia –  le Paralimpiadi di Sochi, inaugurate questa sera nella città russa, alla presenza di Vladimir Putin, e in corso fino al 16 marzo. Gli atleti in compenso gareggeranno tutti, inclusi gli ucraini, che resteranno ai Giochi invernali, hanno fatto sapere i responsabili sportivi, «per la pace nel nostro Paese. Non si può iniziare una guerra durante le Paralimpiadi».

Le mediazioni internazionali non hanno sgonfiato i venti di scissione. Anziché distendere i toni, la telefonata serale di un’ora tra il Presidente americano Barack Obama e il suo omologo russo Putin ha puntellato le due potenze sulle rispettive e divergenti posizioni. Per la Casa Bianca, «c’è un modo per risolvere la situazione con mezzi diplomatici, nell’interesse di tutti». Tuttavia, «le azioni di Mosca violano la sovranità dell’Ucraina e la sua integrità territoriale. Il referendum del 16 marzo in Crimea per l’annessione alla Russia è incostituzionale». 

Da parte sua, Putin procede spedito per la sua strada: «Le relazioni tra Washington e Mosca non dovrebbero essere influenzate dai disaccordi sull’Ucraina», ha detto a Obama. A dare man forte al Cremlino, è scesa in campo anche la talpa del Datagate riparata in Russia. In un documento al parlamento europeo di Strasburgo Edward Snowden ha incolpato la National security agency (Nsa) americana di pressioni sui Paesi europei, per modificare le loro leggi in modo da rendere possibile lo spionaggio di massa. L’agenzia di sicurezza interna degli Usa «non solo permette e guida, ma condivide alcuni sistemi di sorveglianza di massa e tecnologie con le agenzie degli Stati membri dell’Unione europea, trasformata in un bazar», ha scritto l’ex collaboratore dell’Nsa, che accusa Washington anche di pressioni sugli Stati Ue, per non concedergli l’asilo.

Mentre, sull’Ucraina, resta aperto l’inconcludente dialogo tra il Segretario di Stato americano John Kerry e il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, la Camera e il Senato russi hanno annunciato che «rispetteranno la scelta storica della popolazione di Crimea»indetto a maggioranza dal Parlamento della Repubblica autonoma. Per Mosca, le sanzioni minacciate dall’Occidente «non aggiungono nulla di nuovo alle relazioni tra il Cremlino e l’Ue». Sconvolge invece «il trionfo dell’illegalità, del cinismo e dei doppi standard dei leader occidentali, su quanto sta accadendo in Ucraina e attorno all’Ucraina».

Al neonato Governo di Kiev, il colosso Gazprom ha comunicato la chiusura dei rubinetti del gas se non sarà saldato il debito di 1,8 miliardi di dollari e non saranno pagate le forniture correnti.
Sotto le mura del Cremlino, ufficialmente «estraneo ai fatti interni della Crimea», è in corso un concerto-comizio di oltre 65 mila manifestanti, favorevoli all’annessione della penisola ucraina sul Mar Nero. Poco importa che la significativa minoranza dei tatari (15% della popolazione locale) della regione abbia deciso di disertare le urne. Il deposto presidente Viktor Jakunovic, per il quale le autorità di Kiev hanno chiesto all’Interpol il mandato di cattura internazionale con le accuse di «abuso di potere e omicidio», per i tabloid russi sarebbe in «gravi condizioni», in una clinica di Mosca, a causa di un infarto.

La Corte penale internazionale dell’Aja ha intanto emesso il verdetto di condanna per «complicità per crimini contro l’umanità» control’ex capo delle milizie congolesi Germain “Simba” Katanga, per i fatti del 24 febbraio 2003. Per “Simba” sono invece cadute le accuse di «co-autore diretto» della strage nel villaggio congolese di Bogoro, nella regione dell’Ituri teatro di scontri interetnici, e di aver utilizzato i «bambini-soldato» e lo stupro come arma da guerra. Senza il «ruolo significativo» di Katanga nel fornire le armi, tuttavia, «i miliziani non avrebbero potuto commettere i crimini con altrettanta efficacia», massacrando 200 persone, hanno concluso i giudici.

A sud del Mediterraneo, l’Africa continua a essere scossa dalle violenze in Egitto, dove in giornata sono morte altre due dimostranti e 50 (tra cui 10 agenti) sono rimasti feriti negli scontri tra i supporter del deposto Presidente egiziano Mohamed Morsi, leader dei Fratelli musulmani, e la polizia. Le forze dell’ordine hanno disposto una settantina di arresti in tutto il Paese, in massima allerta per le annunciate manifestazioni dopo la preghiera del venerdì. In linea con gli alleati sauditi di Riad – che hanno inserito la Fratellanza musulmana nella lista nera dei gruppi terroristici – i generali del Cairo hanno annunciato che «l’Ambasciatore egiziano in Qatar, richiamato in Egitto, non rientrerà a Doha nell’immediato». Trattasi di una «mossa politica» per il sostegno del Qatar all’estromessa Amministrazione Morsi, che non farà che acuire le tensioni in seno all’Islam, alimentando l’instabilità nell’area mediorientale.

Dalla Siria in mano ai jihadisti arrivano altre brutte notizie con la diffusione, su ‘Youtube‘, di un filmato choc di data e luogo incerti, che mostra la fucilazione di una decina di civili, tra i quali degli adolescenti, per mano di un gruppo di miliziani che non parlano arabo, forse qaedisti. Dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) – che dalle autorità siriane ha ricevuto la proposta a «neutralizzare», anziché distruggere come da accordi sul disarmo, 12 siti di produzione di armi chimiche (7 hangar corazzati e 5 tunnel) – c’è preoccupazione ed è in partenza una nuova missione degli ispettori in Siria. Alta tensione infine sulle alture del Golan, al confine con Israele, dove gli aerei da combattimento siriani hanno colpito alcuni obiettivi ribelli, mettendo in fibrillazione l’aviazione dello Stato ebraico. 

Di ritorno dagli Usa, il Premier israeliano Benyamin Netanyahu ha escluso un ritiro unilaterale israeliano dalla Cisgiordania, se i negoziati con i palestinesi dovessero fallire, confermando la «disponibilità alle trattative». Per bocca del Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen, la controparte ha ribadito che «Gerusalemme Est è da considerarsi la capitale dello Stato palestinese»Di pace tra israeliani e palestinesi ha discusso, in giornata, anche il nuovo Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini, a colloquio alla Farnesina con il suo omologo di Tel Aviv Avigdor Lieberman.

 Oltreoceano, non si argina il fiume di proteste in Venezuela, che in un mese con i suoi 21 morti e almeno 318 feriti mette in ansia l’intera America Latina. I Ministri degli Esteri dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasud) si riuniranno a consulto l’11 marzo a Santiago del Cile, per discutere della crisi. Secondo la stampa, il Governo brasiliano sarebbe disposto ad aiutare Caracas per risolvere la crisi interna.

Ma anche in Turchia c’è aria di nuove e forti proteste. Finito nella bufera per le intercettazioni diffuse online, il Premier turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato la messa al bando di ‘Youtube‘ e ‘Facebook’, dopo le elezioni municipali del 30 marzo. Il Capo di Stato Abdullah Gül, suo compagno di partito nell’Akp (Giustizia e Sviluppo) lo ha sconfessato, escludendo l’interdizione a «piattaforme riconosciute in tutto il mondo». Quantomeno, si profila un grave scontro istituzionale e politico, in vista delle presidenziali del 10 e 24 agosto.

 

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