sabato, Maggio 15

Crimea, prosegue l’annessione field_506ffb1d3dbe2

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La Crimea è russa, si diceva all’inizio della settimana, all’uscita dei risultati del referendum tenutosi domenica. Ora quell’affermazione ha  il tono dell’ufficialità, almeno dal lato di Mosca: la Duma (la Camera bassa del Parlamento della Federazione russa) ha infatti ratificato il trattato di annessione della penisola, come richiesto già martedì dal Presidente Vladimir Putin. Il voto è avvenuto pressoché all’unanimità, col solo voto contrario di Ilya Ponomarev, ed ha anche approvato una legge che istituisce a livello costituzionale Crimea e Sebastopoli come soggetti federali. Il termine del processo giuridico relativo all’annessione, ha affermato il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, è atteso per la fine della settimana.

Nel frattempo, nella penisola continuano le manovre militari. Dopo l’uccisione di un soldato ucraino da parte di truppe russe, oggi è stato arrestato e rilasciato dalle autorità crimeane un comandante della Marina di Kiev, l’ammiraglio Serhiy Haiduk. Le autorità centrali del Paese, tuttavia, sembrano indecise su come reagire. Nella stessa giornata, il Consiglio di Sicurezza ucraino ha elevato lo stato d’allerta indicando che le Forze armate «sono pronte a combattere» (sostenuto dal Parlamento, che ha approvato una risoluzione per cui la lotta di liberazione della Crimea non terminerà), ma ha anche annunciato il completamento dei piani per il ritiro dei militari dalla penisola ed il proposito di chiedere all’ONU di dichiarare la Crimea ‘zona demilitarizzata’. Un ‘no’ all’intervento militare è comunque già arrivato anche dall’amministrazione statunitense, la quale non rinuncia tuttavia allo strumento delle sanzioni. Né vi rinuncia l’Unione Europea, come annunciato dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, secondo cui la lista di persone colpite è destinata ad aumentare. Un problema potrebbe essere però rappresentato dalla ritrosia del Primo Ministro della Bulgaria, Plamen Oresharski, che richiede una valutazione degli effetti delle sanzioni: l’energia del suo Paese, d’altronde, proviene per il 90% dalla Russia, come ricorda anche ‘Reuters’. In giornata, un tentativo di sbloccare la situazione è stato effettuato dal Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, recatosi al Cremlino per conferire con Putin, per poi sentire, domani, il parere dei leader ucraini a Kiev.

Quella ucraina, comunque, non è l’unica vicenda di difficile risoluzione. Anche in Medio Oriente, infatti, gli sviluppi vanno ingarbugliandosi sempre di più. Mahmūd Abbās, di ritorno dalla visita al Presidente statunitense Barack Obama, ha chiesto ai propri connazionali di avere fiducia perché «alla fine la vittoria sarà nostra». A Washington, Abbās ha chiesto di supportare la richiesta di scarcerazione per il leader palestinese Marwan Barghouti, che, tuttavia, è improbabile che le autorità israeliane accettino. Oltre a sventurate repliche della tristemente nota passeggiata di Ariel Sharon presso la Spianata delle Moschee, come quella di oggi da parte del deputato del Likud Moshe’ Feiglin, Israele sta vivendo un momento di particolari attriti con lo stesso alleato statunitense. Ma la situazione internazionale di Israele potrebbe ulteriormente peggiorare qualora l’ONU prendesse in considerazione le lamentele della Siria riguardo agli attacchi aerei israeliani di ieri presso le Alture del Golan. La posizione della stessa Siria, d’altronde, è delicata: da un lato, già la metà dell’arsenale chimico del Governo di Damasco avrebbe lasciato le coste del Paese per essere eliminato; dall’altro, il Libano segnala l’arrivo di dozzine di ribelli siriani attraverso un fiume al confine tra i due Paesi. Sempre oggi, infine, due soldati turchi hanno perso la vita in un agguato nell’Anatolia centrale, i cui autori sarebbero stati individuati come siriani.

Un attentato ancor più violento ai danni delle Forze dell’ordine è avvenuto invece a Jalalabad, Afghanistan, dove 10 militari ed uno studente sono rimasti uccisi, oltre a sette dei Talebani che hanno eseguito l’operazione terroristica. Nello scontro fra militari ed attentatori sono intervenute anche forze NATO con elicotteri armati, tuttavia è improbabile che ciò possa far cambiare idea al Presidente Hamid Karzai riguardo al prolungamento della permanenza di truppe occidentali sul territorio del suo Paese. Quella dei Talebani, peraltro, è una strategia volta proprio a scoraggiare gli afghani dal recarsi alle urne, il 5 aprile, in elezioni da loro considerate già stabilite proprio da Washington.

E sembra essere una manovra elettorale anche la proposta di legge presentata dal Ministero della Giustizia dell’Iraq, che andrebbe a colpire in modo molto pesante la posizione della donna nella società locale. Legalizzazione dello stupro da parte del marito, completo affidamento a quest’ultimo della potestà sui figli dai due anni in su in caso di divorzio e, soprattutto, possibilità di divorzio (e, quindi, di matrimonio) per le bambine dall’età di nove anni i contenuti del disegno di legge attualmente al vaglio del Parlamento. Parlamento composto per un quarto da donne, che già promettono battaglia, come d’altronde le organizzazioni internazionali per i diritti umani. Il Primo Ministro, Nuri al-Maliki, non si è ancora pronunciato, anche perché, appunto, per molti politologi la proposta sarebbe volta soprattutto a cercare consensi per il partito sciita Fadila, guidato proprio dal Ministro della Giustizia. Per contro, nel vicino Iran, sarebbe ormai libera da diverse settimane Sakineh Mohammadi Ashtiani. Condannata nel 2005 alla lapidazione per adulterio e complicità nell’omicidio del marito, Ashtiani vide la propria pena commutata in dieci anni di prigione per la pressione internazionale sulle autorità iraniane ed ora sarebbe uscita dal carcere per buona condotta.

Pressione internazionale che sembra mancare in Venezuela, dove continua la rappresaglia del Governo di Nicolás Maduro sull’opposizione. Mentre il novero dei morti nelle proteste è ormai salito a 31 persone, i sindaci delle città amministrate dai partiti di opposizione iniziano ad essere vittima di una ‘vendetta giudiziaria’. Oggi, infatti, è stato arrestato Daniel Ceballos, il sindaco di San Cristobal, la città in cui le manifestazioni studentesche avevano avuto inizio. Ma non è stato l’unico: un suo assistente è stato arrestato a Caracas, dove si trovava per una riunione dei sindaci dell’opposizione, mentre il sindaco di San Diego (Carabobo), Enzo Scarano, è già stato condannato a 10 mesi di carcere dalla Corte Suprema per non aver fatto rimuovere le barricate. Problemi di diversa natura stanno invece dividendo i due maggiori Stati del Brasile: la scarsità di risorse idriche legata al prolungarsi dell’assenza di piogge ha infatti portato il Governatore di San Paolo, Geraldo Alckmin, a chiedere soccorso allo Stato di Rio de Janeiro, ottenendo però il rifiuto del suo collega Sérgio Cabral. Il problema sorge dal fatto che ciò implicherebbe la condivisione delle acque del fiume Paraíba do Sul, mettendo a rischio l’approvvigionamento di 11 milioni di famiglie carioca.

Piena collaborazione, in tutt’altro ambito, quella del Camerun, che invierà 700 soldati verso il proprio confine nordorientale in modo da supportare la lotta al movimento islamista Boko Haram nel quadro di una forza multinazionale gestita dalla Commissione del Bacino del Lago Ciad. I militanti di Boko Haram sarebbero infatti attivi proprio nella regione settentrionale del Paese, da cui partirebbero alcuni degli attacchi perpetrati ripetutamente in Nigeria. Le truppe di ciascun Paese del consesso, come dichiarato dal Ministro della Difesa, dovrebbero comunque rimanere all’interno dei propri confini.

Uscirà invece dai confini del proprio Paese Charles Ble Goude, ex alleato dell’ex Presidente della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo. Le autorità di Yamoussoukro hanno infatti deciso di consegnarlo alla Corte Penale Internazionale molto presto perché possa rispondere alle accuse di crimini contro l’umanità. «Stiamo studiando come eseguire in maniera rapida questa decisione», ha dichiarato il Ministro della Giustizia Gnenema Mamadou Coulibaly, mentre la difesa di Ble Goude sostiene che si tratti di una manovra del Governo volta ad allontanare dal Paese un personaggio politico che avrebbe ancora molto seguito e che vorrebbe essere giudicato di fronte al proprio popolo.

Dovrebbe riprendere presto anche il dialogo tra Giappone e Corea del Nord: questa, almeno, la speranza espressa dal Primo Ministro giapponese Shinzo Abe. I due Paesi stanno già avendo contatti attraverso le rispettive sedi della Croce Rossa per i cittadini nipponici ancora trattenuti da Pyongyang, ma è dal dicembre del 2012 che non ci sono stati altri contatti formali.

Per quanto si estenda la cooperazione internazionale, sono invece ancora vane le ricerche per l’aereo della Malaysia Airlines scomparso ormai dodici giorni fa. La notizia data dall’Australia relativa al ritrovamento via satellite di possibili resti del velivolo sembra (verbo ormai necessario nel caso) esser stata smentita dalla mancanza di effettivi riscontri da parte delle navi che stanno ora controllando l’area segnalata, a 2500 km a sudovest di Perth. Ma le ricerche, comunque, continuano anche nella notte.

Oggi si è tenuto, infine, anche un incontro fra il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ed il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso: quest’ultimo avrebbe espresso il sostegno di Bruxelles alle riforme presentate dal Primo Ministro, che già in giornata aveva ribadito l’impegno dell’Italia, richiesto dallo stesso Barroso, a rispettare gli accordi presi in sede europea.

 

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