lunedì, Settembre 27

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Crimea Russia

Molti si domandano se sta ridivampando una nuova guerra fredda tra Est-Ovest, e le risposte sono, malgrado tutto, per lo più negative. In realtà quanto accade in questi giorni propone semmai analogie soprattutto con vigilie di guerre calde. La Russia post-comunista, oltre a usare già il grosso bastone in Crimea, inscena manovre militari in grande stile e concentrazioni di truppe presso i confini con l’Ucraina post-rivoluzionaria e questa reagisce con la mobilitazione generale, proprio come la Russia zarista e la Germania guglielmina nell’estate del 1914.

Oggi qualcuno paventa chiamate a morire per Sebastopoli, come i progenitori che nell’estate del 1939 non ci vedevano chiaro sulla necessità di morire per Danzica. Poi il ritornello si fece risentire per Berlino nel 1948 e in altri casi ancora, ma almeno il vecchio continente non venne più messo a ferro e fuoco da grandi guerre, ossia da devastanti conflitti all’ultimo sangue tra le maggiori potenze. L’allarme risuonerà senza seguito anche questa volta, benchè la situazione che lo suscita sia priva di precedenti analoghi negli ultimi 60 anni abbondanti?

A rigore, la previsione dovrebbe essere tanto più tranquillizzante riguardo al pericolo di una guerra calda ad ampio raggio se già lo è in prevalenza per quello di una guerra fredda. Le ragioni per le quali nessuna delle parti in causa nella crisi ucraina viene generalmente ritenuta interessata, incline o comunque disposta a correre rischi estremi, a scherzare col fuoco fino in fondo nel perseguire i propri obiettivi, sono numerose e ormai ben note. Non si vede, in sintesi, quali interessi vitali e irrinunciabili siano in gioco per qualsiasi parte ovvero tali da dover essere soddisfatti anche a costo di nuovi cataclismi.  

E tuttavia sembra preferibile non indulgere ad un eccessivo ottimismo. Le lezioni della storia forse non vengono impartite invano, ma non si può ugualmente dimenticare che la prima guerra mondiale scoppiò, se non per caso, a causa di malintesi, irresponsabilità personali e calcoli grossolanamente sbagliati. Che l’uso anche solo limitato della forza o della minaccia di ricorrervi può sempre avere conseguenze imprevedibili e irreparabili, specie quando le armi disponibili sono micidiali come mai in passato.

Che, soprattutto, le reciproche percezioni degli interessi, esigenze e comportamenti propri ed altrui sono spesso parecchio divergenti e possono generare alla lunga un’incomunicabilità di per sé gravida di pericoli malgrado i più sinceri sforzi di dialogare per superare i contrasti. Uno dei motivi dell’ottimismo è che i più importanti governi europei, oltre a Russia e Stati Uniti, sono in stretto contatto tra di loro sin dall’inizio della crisi, non cessano di parlarsi anche al massimo livello pur continuando a scambiarsi pesanti accuse e duri moniti.

L’altro ieri, in un clima più che mai infuocato, Vladimir Putin e Barack Obama hanno colloquiato al telefono per un’ora e mezza. I frutti di una simile assiduità tardano però a maturare. Sembrava un promettente successo la mediazione a Kiev del trio franco-tedesco-polacco tra Viktor Janukovic e i suoi avversari interni, ma l’accordo raggiunto con una semipartecipazione russa al negoziato è stato rapidamente vanificato, almeno agli occhi di Mosca, dalla deposizione del presidente ucraini.

Può darsi che, adesso, lo spettro di un conflitto armato che potrebbe anche traboccare fuori dai confini dell’Ucraina, spinga tutte le parti in causa a compiere gli sforzi e i sacrifici eventualmente necessari per scongiurare il peggio. E che, come è lecito sperare, le mosse più avventate e gli irrigidimenti degli ultimi giorni, abbiano mirato a rafforzare le rispettive posizioni in vista delle trattative e dei compromessi indispensabili per risolvere in qualche modo i problemi.

Le soluzioni potrebbero essere più facilmente trovate se, quasi miracolosamente, avvenisse una costruttiva pacificazione interna là dove la crisi è nata. In Ucraina, dopotutto, era sembrata profilarsi una generale insofferenza per la persona e l’operato di Janukovic, al di là delle divisioni etniche, territoriali e politiche. Ma poiché i miracoli raramente avvengono, gli sforzi decisivi spetteranno soprattutto ai protagonisti esterni, anche in considerazione dello stato semicomatoso in cui versa l’economia del Paese.

E qui non si può sottovalutare il fatto che, mentre l’Unione europea torna ad esibire i diversi orientamenti dei suoi principali membri e a rilanciare così la preminenza del ruolo degli Stati Uniti nell’inasprito confronto con la Russia, quest’ultimo, nonostante le lunghe telefonate e gli incontri a quattr’occhi, i vari interessi comuni su scala planetaria, ecc., conserva davvero, e non soltanto nell’atmosfera che lo circonda, alcuni tratti vistosi di guerra fredda.

In America non si può dire che sia condivisa dalla maggioranza la visuale di una Russia in quanto immutato antagonista strategico numero uno, rispolverata o mai abbandonata dalla destra repubblicana. Eppure anche gli attuali responsabili di Washington continuano per certi versi a trattare di fatto la principale erede dell’URSS come l’”impero del male” di reaganiana memoria.

A Mosca non viene riconosciuto il diritto di aspirare ad avere amici piuttosto che nemici nel proprio “vicino estero”, un’aspirazione sistematicamente dipinta come inguaribile espansionismo e imperialismo. Né si rinuncia a sfidarla, in definitiva  alimentandola, continuando a promuovere invece l’espansione dell’alleanza atlantica, nata e vissuta in funzione antisovietica, intorno ai confini russi, quasi a voler mantenere attuale a distanza di un secolo o poco meno quel “cordone sanitario” con cui Winston Churchill confidava di strozzare sul nascere la minaccia comunista.

Può darsi che gli USA, in omaggio al realismo e diciamo pure alla ragionevolezza, finiscano col desistere oggi dai ripetuti tentativi di attirare l’Ucraina nella NATO ovvero dal favorire le aspirazioni di una parte politica ucraina al riguardo. Ma intanto, nonostante i contraccolpi degli eventi a Kiev, Washington sembra coltivare tuttora il disegno di inserire nello schieramento atlantico la Georgia, appena sbarazzatasi da un presidente, Mikheil Saakashvili, che anche per avere perseguito quell’obiettivo in modo persino provocatorio aveva dovuto subire una dura lezione militare da parte russa, agevolata da reazioni occidentali puramente verbali.

A sua volta, Mosca contraccambia alimentando sempre più, da qualche anno, un antiamericanismo nazionale che tende a diventare componente fondamentale di una linea o addirittura di un’ideologia di Stato rispondente ad esigenze soprattutto interne. Antiamericanismo non privo di giustificazioni, come si vede, eppure capace di ritorcersi, se troppo caricato, contro una politica estera russa che, in concreto, non sempre e non dovunque, e anzi forse non il più delle volte, va allo scontro con quella americana. Il mondo è infatti cambiato e continua a cambiare, ma non in modo univoco, e il realismo è di casa a Mosca semmai ancor più che a Washington.

In altri termini, il comportamento effettivo dei governanti russi, specie in una congiuntura come quella attuale, potrebbe finire col restare indietro rispetto alle aspettative di un’opinione pubblica domestica che essi stessi hanno creato o incentivato. Col pericolo, quindi, di dovervisi adeguare per non screditarsi. Pericolo che, per il momento, il Cremlino non corre, perché i ruvidi atti di forza compiuti in Crimea non possono non appagare quelle aspettative mentre devono considerarsi scontati e prevedibili, se non giustificabili sotto ogni punto di vista.

Parlare di imperdonabile arroganza e prepotenza, come si fa da troppe parti, è infatti fuori luogo. La Crimea è terra russa a tutti gli effetti da oltre due secoli, sia pure in seguito a conquista, mentre la sua appartenenza all’Ucraina oggi indipendente risale al “dono”, tanto arbitrario quanto insignificante, fattole a suo tempo dall’ucraino Nikita Chrusciov nell’ambito di una supercentralizzata Unione Sovietica.

Dopo il disfacimento dell’URSS nel 1991 la penisola, abitata per il 60% da russi (russi-russi, non solo russofoni) si proclamò indipendente ma dovette accontentarsi dell’autonomia, anche perché il capo della nuova Russia ancora molto debole, Boris Eltsin, non se la sentì di forzare la mano alla nuova Ucraina per riprendersela. In compenso, riuscì ad assicurarsi quanto più gli premeva e probabilmente preme di più anche oggi a Putin: il controllo della base navale di Sebastopoli, concessa da Kiev a titolo di affitto.

Il separatismo della maggioranza russa tornò peraltro a farsi sentire anche in seguito a più riprese, culminando anzi in una richiesta di annessione alla Russia nel 1998. Mosca, tuttavia, cominciò a diventare più sensibile alla questione solo dopo la “rivoluzione arancione” del 2004, quando la svolta filo-occidentale a Kiev suscitò la prospettiva di un avvicinamento dell’Ucraina alla NATO, che i nuovi dirigenti del Paese resero tanto più intollerabile agli occhi russi programmando la riduzione dell’autonomia della Crimea e dei modi di utilizzo della base navale.

Il pericolo di una prova di forza venne meno con il ritorno al potere a Kiev dello schieramento filorusso, che consentì la firma nel 2010 di un accordo con Mosca per il prolungamento dell’affitto di Sebastopoli, che doveva scadere nel 2017, fino al 2042, in cambio di uno sconto del 30% sul prezzo delle vitali forniture di gas russo all’Ucraina.

Il tutto accompagnato da un impegno di neutralità del Paese tra la Russia e il campo atlantico, ma va rilevato che già nel 1994 una sorta di status neutrale era stato sancito da un memorandum d’intesa con il quale Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna si impegnavano a rispettare e far rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina, che rinunciava a sua volta alla propria porzione di armi nucleari ex sovietiche e aderiva al relativo Trattato di non proliferazione.

Tutto ciò è stato rimesso nuovamente in discussione dalla seconda “rivoluzione” di Kiev e dal secondo avvento al potere di uomini e partiti il cui indirizzo ostile a Mosca non ha tardato a manifestarsi anche con proposte o propositi di revisione dello status della Crimea e di Sebastopoli. Uno sviluppo, dunque, chiaramente inaccettabile specie per una Russia nel frattempo rafforzatasi sotto ogni aspetto e ormai risollevatasi da una condizione di relativa menomazione sul piano internazionale.

Al punto, oggi, di poter concepire una soluzione di forza , o mediante la semplice minaccia della forza, del problema ucraino alle proprie condizioni. Ossia, assicurandosi come minimo un controllo saldo e definitivo della Crimea, sicura che in Occidente nessuno vorrà morire per Sebastopoli, dato che la sanzione massima finora ventilata (ma per qualcuno già eccessiva) per castigare la Russia è la sua esclusione dal G-8.

La prospettiva potrebbe tuttavia cambiare se Mosca, sotto la spinta di pressioni dall’interno dell’Ucraina, si lasciasse attrarre da obiettivi più ambiziosi e più avanzati rispetto alle proprie legittime esigenze di sicurezza esterna. In questo caso anche la Russia di  Putin potrebbe incontrare maggiore resistenza reale da parte dell’Occidente.

Fermo comunque restando, naturalmente, che la via d’uscita più auspicabile e più rassicurante dalla crisi ucraina sarebbe una qualsiasi soluzione adeguatamente concertata tra Est e Ovest per l’intero Paese, nel cui quadro potrebbe ridimensionarsi lo stesso problema particolarmente scottante ma in fondo neppure tanto allarmante della Crimea.

 

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