sabato, Maggio 15

Decrescita: cresce solo il Pil ‘sbagliato’?

0

Nelle scorse settimane l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha lanciato un portale che raccoglie statistiche su otto fattori di benessere basati sui dati registrati nelle varie regioni e Paesi del mondo. L’obiettivo dichiarato è quello di «Andare oltre le statistiche economiche per avere una comprensione più profonda di come una società si comporta». Più che un modo per leggere la società, tuttavia, in tempi di crisi un simile approccio è disturbante per l’analista: diventa forse inutile concentrare i propri sforzi per inseguire la ripresa economica se poi quegli sforzi non migliorano la qualità della vita? Una cosa è certa, fino a quando la libertà di manovra degli Stati membri dell’Unione sarà legata alla loro capacità di tenere il rapporto deficit-Pil al di sotto del 3%, sia pure con qualche licenza, nel prossimo futuro sarà difficile lasciarci alle spalle il misuratore del prodotto interno lordo come parametro necessario. Men che meno per l’Italia, che per tornare ad investire nella crescita di pressioni ne sta facendo eccome. Un ostacolo che non scoraggia i sempre più numerosi militanti e supporter del MDF, il Movimento per la Decrescita Felice, e il suo fondatore storico, ora Presidente onorario, Maurizio Pallante.
Si possono seguire parametri diversi per cercare di incrementare il benessere continuando ad agire in questo sistema economico?
Quando si parla di certi parametri per misurare il benessere si parte dal presupposto che il Pil sia un misuratore insufficiente in quanto considera soltanto i beni materiali, per cui diventa necessario integrarne altri. Noi partiamo dal presupposto che invece il Pil non sia insufficiente, ma sbagliato. Il prodotto interno lordo è il risultato del valore delle merci che vengono scambiate in un anno, ma quando si vanno a fare i conti hanno segno positivo anche valori tutt’altro che utili e positivi.
A cosa si riferisce?
Agli sprechi. L’energia che si spreca in case mal costruite fa crescere il Pil. Il cibo venduto, non consumato e quindi buttato fa crescere il Pil. Ma di certo nulla di tutto questo contribuisce al benessere. Si può anche fare il discorso inverso: chi ha un orto e mangia quegli ortaggi autoprodotti non contribuisce al Pil, anzi lo fa scendere perché sottrae una voce alla domanda. Così una decrescita ragionata del Pil si traduce in una crescita del benessere: si tratta di passare da un’impostazione quantitativa ad una qualitativa.
Si potrebbe parlare di una sorta di ‘Pilq’, un Pil qualitativo che registra una crescita positiva solo quando si produce qualcosa di utile?
Certo, ma dovrebbe essere un parametro in grado di registrare col segno positivo anche la decrescita di quelle cose dannose e inutili di cui facevo esempio prima. D’altra parte nemmeno l’inventore del Pil, Simon Kuznets, riteneva che esso fosse un indicatore di benessere: lo è diventato nel momento in cui il mercato e gli scambi sono diventati anche più importanti della produzione in sé.
La teoria della decrescita in effetti è giovane: a che punto sono gli studi per definire una proposta strutturata?
Onestamente sono molto indietro, perché siamo ancora fuori dal mondo accademico. Quello che stiamo cercando di fare è proprio introdurre questo pensiero nelle Università così da mettere in moto degli studiosi che ci aiutino ad elaborare dei parametri scientifici che ci permettano di misurare questo tipo di esigenze. Ma anche senza avere la forma di un parametro stiamo parlando di elementi già in grado di orientare l’economia. In altre parole non abbiamo bisogno di un parametro alternativo al Pil per elaborare una proposta di politica industriale.
Saprebbe fare qualche esempio concreto?
Torniamo al discorso degli sprechi. In Italia sarebbe una proposta illuminata anche solo quella di porre al centro della politica economica industriale la ristrutturazione energetica delle nostre case. In Germania si spende un terzo del gasolio che consumiamo noi per riscaldare le abitazioni nella stagione invernale solo perché le nostre case sono mal coibentate. Intervenire sulle case degli italiani per noi è una proposta concreta di politica industriale, perché significa creare lavoro utileche si paga da sé in quanto in pochi anni quei costo verrebbero ammortizzati, ad esempio, dall’abbattimento del capitolo di spesa relativo all’acquisto di gas naturale dall’estero. Si crea occupazione, ma è un’occupazione utile che tra i suoi effetti ha quello di abbattere il Pil perché riduce i consumi: è questo che intendiamo per decrescita: una riduzione selettiva.
Ridurre le spese significa anche tagliare dei redditi. La filosofia della decrescita non si scontra con la necessità di occupazione?
No. L’aumento della produttività consente di produrre di più non riducendo il numero degli occupati, ma riducendo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Questa riduzione si può gestire in due modi: o riducendo il numero di occupati o riducendo le ore di lavoro. La decrescita in prospettiva punta alla riduzione delle ore di lavoro.
Anche i salari sarebbero più bassi
Certo, ma perché a quel punto si arriverebbe ad uno sviluppo delle reti sociali integrate nella struttura della società e ci sarebbe più tempo per l’autoproduzione. Il lavoro non è soltanto occupazione.
Il sostegno di questa società però risponderebbe a nuovi obblighi per i cittadini-lavoratori: non più il denaro per beni e servizi, ma il tempo per garantire il sostegno della struttura sociale. Un ecosocialismo.
Il socialismo è un’ideologia nata all’interno di una società che guarda al fare umano come votato alla crescita ed alla produzione. Noi dobbiamo cambiare paradigma, serve una vera e propria rivoluzione culturale, perché si tratta di cambiare gli stili di vita. Ma serve anche una rivoluzione industriale, perché l’innovazione deve andare nella direzione di ridurre, per ogni unità di prodotto, il relativo consumo di energia e materie prime e la relativa quantità di rifiuto prodotto.
E a livello politico?
Non supportiamo nessun partito, ma suggeriamo delle proposte e delle idee che speriamo qualcuno faccia sue. E in qualche caso sta già succedendo.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->