venerdì, Ottobre 22

Cresce l'Alleanza del Pacifico field_506ffb1d3dbe2

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CELAC-2014

 

Il panorama delle organizzazioni multilaterali del continente americano è uno dei più affollati del mondo. Mercosur, ALBA, CELAC, OSA, Caricom, Aladi e via dicendo sono sigle che fanno venire il mal di testa a chi si inoltra nel fitto intrico di alleanze, politiche e commerciali, che tanto sembrano piacere agli Stati del Nuovo Continente.

Tra questo folto gruppo di istituzioni, non tutte hanno vinto le scommesse fatte. Per citare il caso più significativo, il Mercosur, nato ad inizio degli anni novanta sotto i migliori auspici, ha in seguito perso buona parte delle grandi ambizioni iniziali che avevano animato i suoi contraenti.

Formatosi sull’onda dell’entusiasmo liberista successivo alla crollo delle dittature militari nelle due maggiori economie del continente sudamericano, Brasile e Argentina, e di cui fanno parte anche Uruguay, Paraguay e Venezuela, l’Organizzazione ha fallito nel suo progetto di imporsi come una nuova Unione economica e politica che rafforzasse l’integrazione sudamericana tra Stati sul modello di quella Europea. Impantanata tra i problemi interni dei suoi membri e la loro scarsa volontà di approfondire l’istituzionalizzazione dell’Organizzazione in senso almeno parzialmente sovranazionale, l’ultimo decennio non l’ha mai visto protagonista. Il Presidente uruguayano, José Mujica, ha dato un ottimo riassunto della natura del Mercosur quando l’ha definito «una pessima unione doganale e non un mercato comune».

Chi invece in questo frangente sembra vivere un buon momento è l’Alleanza del Pacifico, che unisce da due anni Messico, Perù, Colombia e Cile. Questi Paesi hanno deciso di aumentare l’integrazione tra i le propri economie con una serie di misure che vanno dall’unione dei rispettivi mercati valutari (ora le Borse di Lima, Santiago e Bogotà agiscono insieme, con il prossimo ingresso anche di quella messicana), la riduzione delle barriere alla circolazione delle persone, e un fondo di cooperazione per favorire lo sviluppo.

La giovane organizzazione ha stupito tutti per dinamismo, frutto della crescita sperimentata dai singoli componenti. Se considerata come un mercato unificato, L’alleanza è composta da 200 milioni di cittadini, ha il sesto PIL mondiale, pari a quasi il 40% di quello latinoamericano, ed esporta il 55% dei prodotti complessivi della regione. Non stupisce che si sia presto scatenata una corsa, da parte di molti Paesi -tra cui grandi potenze come Stati Uniti, Regno Unito e Cina- per assistere come osservatori alle sue riunioni. Un’ulteriore testimonianza dell’efficacia e dell’appeal dell’Istituzione, è che altri Stati che si affacciano sull’Oceano che dà il nome all’Alleanza abbiano fatto richiesta di potervi entrare, come hanno fatto il Costa Rica (che è ormai prossima a entrare, la Presidente uscente Laura Chinchilla ha già firmato) e Panama.

Ma la manovra congiunta più densa di conseguenze è avvenuta lunedì scorso, quando nel corso dell’Ottava Riunione dei suoi membri, i quattro Presidenti dell’Alleanza (Enrique Peña Nieto, Ollanta Humala, Juan Manuel Santos e l’uscente cileno Sebastián Piñera) si sono riuniti per approvare un Accordo che eliminerà, entro l’inizio del 2015, il 92% dei dazi su beni e servizi dei rispettivi Paesi. L’8% che resta fuori dall’accordo è relativo ai prodotti agricoli, la cui liberalizzazione necessita di qualche aggiustamento in più per via dell’impatto sulla vita degli agricoltori, che già in passato hanno protestato vivacemente per l’apertura del settore alla concorrenza estera.

Le aspettative dichiarate dai firmatari dell’accordo sono che questo porti a un aumento della crescita economica, stimato nello 0,7% del PIL, un aumento degli investimenti superiore all’1%, nonché un aumento dell’occupazione.

L’Alleanza, con la sua impostazione aperta al libero scambio, si è affermata come uno degli attori multinazionali più dinamici della regione, ma ha subito numerose critiche dall’esterno, come è prevedibile da parte di un Continente che sembra andare sempre più a sinistra, avendo ormai preso le debite distanze dall’influenza statunitense e da tutto il carico di free trade che questa comportava.

Come ci si può immaginare, gli strali più pungenti sono arrivati da parte dell’ALBA (Alianza Bolivariana del los pueblos de nuestra America) l’Organizzazione voluta nel 2004 da Hugo Chavez e Fidel Castro come blocco delle nuove sinistre in opposizione alle politiche liberoscambiste e market oriented del Washington Consensus, e che oggi riunisce ben nove membri e grazie all’appoggio petrolifero venezuelano ha una notevole influenza. Un Washington Consensus che, per molti tratti, rivive proprio nell’Alleanza del Pacifico, dato che tutti i leader che hanno voluto l’AP sono dichiaratamente a favore del libero scambio, compreso il nazionalista Humala. Va da sé che, nonostante i suoi membri abbiano sempre sottolineato l’apertura dell’Organizzazione nei confronti di qualunque paese interessato, è chiaro che le condizioni per entrare siano legate all’allineamento di politica economica dei partecipanti. «Chiunque voglia entrare in questa Organizzazione può farlo, basta che sia d’accordo con noi», ha dichiarato a margine del meeting il Ministro degli Esteri cileno, Alfredo Moreno. Dunque l’aspetto economico non è el tutto separato da quello politico, e ha già causato motivi di possibile, anche se indiretta, frizione.

Il liberismo economico nel commercio estero dell’AP è anche confermato non solo su scala regionale, ma in un’ottica globale, dato che tutti e quattro i Paesi coinvolti sono inseriti in un sistema di libero scambio molto ampio. Il Messico ha il North American Free Trade Agreement (NAFTA) che lo lega a Stati Uniti e Canada, la Colombia ha un patto analogo con gli Stati Uniti, mentre Cile e Perù hanno aperto i commerci con tutti i maggiori attori economici globali, come Giappone, Cina, USA e Unione Europea. Il tutto si inserisce in una ben più ampia intesa che ruota attorno al Pacifico, una grande manovra economica, e non solo, degli USA per isolare la Cina.

Un altro elemento chiave del successo dell’AP sembra poi essere la volontà, e la capacità, di attrarre investimenti esteri. Nel solo 2012, il blocco dell’AP ha ricevuto il 41% degli investimenti esteri diretti in America Latina. I Paesi che lo compongono sono ai primi posti tra i Paesi emergenti per la quantità di Investimento Diretto Estero (IDE) che possono potenzialmente attrarre.

In un confronto con la Alleanza, il Mercosur, e di conseguenza i singoli Paesi che ne fanno parte, tanto per attenerci al nostro esempio precedente, fanno una ben magra figura. Basti dire che nell’arco di due anni, all’AP è riuscito quello che i loro dirimpettai regionali non sono riusciti ad ottenere in vent’anni, in quanto liberalizzazione dei commerci. Perfino il Brasile, che certo non stagna, ha una politica molto lontana dall’apertura verso l’esterno. A dimostrarlo, c’è il fatto che nessuno dei grandi blocchi commerciali mondiali ha stretto accordi con il gigante sudamericano.

I motivi alla base di questa clamorosa differenza di risultati sono molteplici, ma senza dubbio l’impostazione tradizionalmente protezionista dei Paesi che si affacciano sull’Atlantico gioca un ruolo determinante. Si è venuta così creando una spaccatura tra est e ovest, protezionismo e libero mercato, che solo parzialmente si sovrappone alla classica contrapposizione politica tra destre filostatunitensi e sinistre chaviste o luliste. Del resto, è anche vero che l’allontanamento da Washingtonha da parte del blocco Mercosur/Unasur ha avuto un ruolo discriminatorio nel caratterizzare le amicizie regionali.

È inevitabile che aprire i cancelli delle proprie economie è una scelta che può portare a gravi conseguenze se attuata senza le necessarie precauzioni e nei confronti di mercati ultracompetitivi come quello cinese. Per questo la prudenza e il richiamo all’attenzione per gli aspetti sociali, come ha ricordato Santos per tentare di tranquillizzare gli scettici, sono d’obbligo. Se poi si riveli una strategia vincente a lungo termine, rispetto ai protezionismi di Brasile e Argentina, si vedrà. Come ha dichiarato ancora Alfredo Moreno: «ci sono Paesi che pensano, e ne hanno il diritto, che lo schema dello sviluppo vada affrontato in modo diverso. Insomma, sarà il tempo a dire chi aveva ragione».

 

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