martedì, Aprile 13

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Una importante Galleria d’Arte di Parigi, doveva fare realizzare dei lavori di ampliamento e ottimizzazione degli spazi, che per forza di cose avrebbero recato qualche disagio ai condomini dello stabile adiacente. Quest’ultimi, ovviamente, in Assemble Condominiali infuocate protestavano, tanto che una condomina in tale contesto, profferì la oramai celebre invettiva “Crèpino gli artisti”. Venuto a conoscenza dell’aneddoto, il Maestro Tadeusz Kantor, da scaltro cleptomane della realtà, scelse questa frase per intitolare uno dei suoi più celebri spettacoli, secondo forse a “La classe morta”, per l’appunto “Crepino gli artisti”.

Questa frase, mi è sbocciata in mente, di primo impatto, senza neanche superare un vaglio più criticamente ponderato, nel leggere i primi elementi caratterizzanti il decreto ministeriale Bray nel suo complesso e per quanto riguarda i “Teatri Nazionali” in particolare. Il Teatro, è un meccanismo molto antico, e altrettanto delicato. Nonostante, l’imperversare tecnologico, riesce ancora, nella sua essenzialità, a parlare al cuore dell’essere umano.  Anche per questo andrebbe manipolato con estrema perizia, cautela, amore e buona fede. Nel dispositivo regolamentare che ho sotto gli occhi, “Nuova articolazione del Fondo Unico dello Spettacolo”, vedo che le attività oggetto del riordino sono il Circo e lo spettacolo viaggiante, il Teatro, la Musica e la Danza. Riporto solo questi dati essenziali per dovere di cronaca. Non volendo sprofondare anch’io, e chi legge nel burocratese corretto. Non indugerò in tecnicismi, ma soffermerò la mia attenzione sugli istituendi Teatri Nazionali, contemplati e descritti nel documento.

Sul Teatro Nazionale, ho avuto modo nel corso degli anni di elaborare proposte pubbliche, culminate in atti e deliberazioni negli Enti culturali dove ricoprivo dei ruoli. Nella fattispecie il Teatro di Roma sul cui periodico Quaderni del Teatro di Roma, nel numero dell’Aprile del 2012, pubblicai un articolo dal titolo “Per un Teatro Nazionale”. Non è certo questa la sede idonea, per novare le  proposte dell’epoca, sottolineo solo che a far maturare l’argomento, e porlo all’attenzione di tutti, abbiamo contribuito in qualche misura. L’argomento, per essere maturato è maturato. Talmente maturato che, nei vari passaggi da attraversare nei dedali dei veti incrociati degli interessi politici burocratici,  è già sfatto.

L’assoluta mancanza di percezione del “sistema teatrale”, la imbarazzante genericità sulle motivazioni scatenanti la “necessità” di istituirne quattro di Teatri Nazionali, la ancora più casuale identificazione delle quattro città sedi di questi Enti, che allo stato attuale, pare siano Torino, Firenze, Milano, Roma, lascia attoniti, per più ordini di motivi. Il primo elemento da considerare, sta proprio nella scelta di istituire quattro Teatri Nazionali, e perché proprio in quelle città. Una delle sedi indicate è Milano, il cui giustamente blasonatissimo Piccolo è già Teatro d’Europa. Già questo dovrebbe indurre a una valutazione più attenta, per non annacquare in un mare indistinto un Ente così prestigioso. Non è, neanche ipotizzato un Teatro Nazionale al Sud. Altra contraddizione palesemente urticante, che non tiene minimamente conto degli spinosissimi problemi cui l’Italia per la sua collocazione geografica, e per la sua morfologia deve dare risposte. Non credo sia necessario, l’intervento di un “fine pensatore”, che evidenzi, in un epoca di grandi flussi migratori, l’aspetto dello scambio culturale, come  presupposto di una sana collaborativa e pacifica integrazione. Di conseguenza, come naturale vocazione storica e geografica, una tra città come Napoli, Palermo,  Bari, vero e proprie porte spalancate sul quello che in tempi remoti veniva definito Mare Nostrum, più che sedi di improbabili Teatri nazionali, potrebbero con certezza e chiaro mandato assurgere il ruolo di Teatro Mediterraneo.

Questi sono alcuni degli aspetti più immediati ed eclatanti che balzano agli occhi. Gli svarioni non sono altro che il frutto, della totale mancanza di convinzione, sul senso e missione che dovrebbero avere gli istituendi Teatri Nazionali. Una persona di medio senso comune, dietro a definizioni così altisonanti, si attenderebbe ad esempio che la necessità di costituire questi Enti, sia quello di dare progettualità propulsiva, al repertorio importante di cui è dotato la nostra Nazione. Delle strutturate messe in scena di opere degli autori che con il loro lavoro ci hanno dato lustro nel mondo. Ma di questa altra “minima” considerazione contenutistica, nel documento ministeriale non ne è riscontrabile neanche una pur timida ombra. Svetta tra gli altri parametri “quantitativi” (visto che su quelli “qualitativi” le carenze sono stratosferiche) il dato che i potenziali Teatri Nazionali, debbano disporre complessivamente di non meno di mille posti. Il peso culturale di un ente nelle teste dei “grigiocrati” di turno,  dalla comprovata conoscenza e sapienza teatrale, si desume quindi,  sia dato dal numero dei posti a disposizione del Teatro.

Qualcuno magari poi ci spiegherà sulla base di cosa dovrebbero essere riempiti di spettatori. Per inciso il Piccolo di Grassi-Strehler, agiva nella sala di Via Rovello, con meno di cinquecento posti, non per niente, era chiamato “Il Piccolo”. Ma l’abnormità del vuoto, su cui è costruita tutta l’impalcatura dei Teatri Nazionali, risiede nel divieto dei Direttori, di firmare alcuna regia nei Teatri che dirigono. Questo è il vero, grande, ineguagliato capolavoro dei “grigiocrati”. Con argomenti, facilmente scavalcabili con un minimo di buon senso e misura, per l’ennesima volta, i “Teatranti”, quelli veri, ricalcando in copia conforme l’atteggiamento autolesionistico tenuto negli anni passati, per lo scioglimento dell’Istituto per il Dramma Italiano, e per l’Ente Teatrale Italiano, stanno consegnando una residua fetta di libertà al “Potere” più lugubre.

Quello senza volto, che si fa schermo di falangi di formalismi regolamentari e amene capziosità del momento pronte per l’uso. Per quale recondito motivo, un artista, dovrebbe accettare una Direzione, in un Ente nel quale non può firmare neanche un’allestimento? Ma certo gli “artisti”, possono fare le bizze, impuntarsi su questioni incomprensibili ai padroni del vapore. Avanzare richieste capricciose, fare dichiarazioni fuori dalle coordinate del “politicamente corretto”. Tutte eventualità, che l’impostazione tende a stroncare sul nascere. E’ cominciata l’era della “normalizzazione” che più normale non si può. Le Direzioni dei Teatri Nazionali saranno appannaggio in questo perverso gioco incestuoso tra burocrazia e potere politico, degli osservanti “grigiocrati” di turno. A breve ne avremo conferma con la nomina di qualche nuovo Direttore, purtroppo se ne può stare certi. E’ già tutto scritto, male, ma scritto. Ma in fondo la signora aveva ragione “crepino gli artisti”, in un epoca di spread e news che senso hanno? Sono più obsoleti loro dei “grigiocrati” e sodali del momento? Vedremo. Mi ricordo ancora la frase di quel tale “Foste non nati a viver come bruti, ma per coltivare virtude e canoscenza” Ma l’importante è avere i “mille posti”, per tutti meno che per chi ne avrebbe naturale diritto. “Loro” si che se ne intendono. E sottolineo “loro”.

 

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