mercoledì, Maggio 19

Crediti deteriorati delle banche: Piero Gnudi fa affari

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«Se Maria Elena è d’accordo …» è la seconda parte della frase che ha portato alle dimissioni il Ministro delle Attività Produttive, Federica Guidi, giustamente imbarazzata per l’attività di favoreggiamento del suo compagno Gianluca Gemelli, nella delicata partita del petrolio lucano. Una buona legge per l’attività di lobbying avrebbe potuto certamente evitare questo imbarazzo, ma difficilmente avrebbe potuto supplire a certe sfumature delle intercettazioni telefoniche. In un pubblico registro, ad esempio, quell’interessamento di ‘Maria Elena’ non sarebbe trapelato in questa forma. E il coinvolgimento del Ministro per le Riforme non sarebbe divenuta l’ennesima occasione per le opposizioni di chiederne le dimissioni, oltre ad obbligare anche la magistratura a sottoporla a un interrogatorio di oltre due ore. Sia come sia, il corto circuito dimissioni-petrolio-Governo ha immediatamente catalizzato tutta l’attenzione mediatica, tirando la volata alla partita politica del referendum di metà aprile, che forse fino ad ora era stata presa un po’ sotto gamba. Gli specialisti di comunicazione politica parlerebbero di operazione di ‘spin’ ben riuscita.
Anche perché c’è un’altra questione che potrebbe riguardare Federica e Maria Elena’, rimasta per ora in secondo piano. A darne conto,  è stato Franco Bechis su ‘Libero‘, ‘Così la Banca D’Italia ha rovinato le Banche‘, che ha recuperato la lettera dal Tar del Lazio e ha ricostruito una vicenda molto curiosa, chel’Espresso‘ aveva accennato all’epoca dei fatti. La famosa quotazione del 17,6% a cui sono state cedute le sofferenze di Banca Etruria, Carife, CariChieti e Banca Marche avrebbe utilizzato come benchmark il prezzo di carico spuntato quattro giorni prima dal Credito Fondiario per l’acquisto, proprio da Banca Etruria, di un pacchetto di sofferenze al 14,7% del loro valore iscritto a bilancio. Un’operazione condotta con un certo tempismo, di cui ancora non si conoscono i dettagli, sulla reale consistenza del pacchetto acquistato e su un suo eventuale pregio, di cui gli abili negoziatori possano aver fatto tesoro.

Qui è bene fare una precisazione per chi non si intende di queste cose. Nel mercato dei crediti deteriorati, che si sta faticosamente cercando di far partire in Italia, le banche che non hanno il tempo di effettuare tutte le azioni necessarie per recuperare il loro credito, possono rivolgersi a degli operatori specializzati, di solito fondi speculativi, che sono disposti a farsi carico della rogna, pagando alla banca solo una percentuale del valore di facciata del credito incagliato, per guadagnare sul margine di quello che riusciranno a recuperare effettivamente. Il successo di questa operazione, naturalmente, dipende dalla natura del credito che la banca è costretta a cedere. Ce ne sono di migliori e di peggiori, di garantiti da un’ipoteca su un immobile e di chirografari, concessi cioè senza alcuna forma di garanzia. Il prezzo sul mercato di questi crediti dipende, perciò, da quello che c’è in ballo a garanzia. Gli istituti che hanno fatto una buona politica di credito avranno pertanto percentuali più alte di crediti assistiti da una garanzia, immobiliare o mobiliare e sanno che avranno maggiori chance di recupero.  I fondi che stanno approcciando questo mercato improvvisamente esploso in Italia puntano soprattutto a questi, ma quando si fanno avanti con le banche, si sentono dire che per chiudere il deal devono acquistare un pacchetto dove ci siano un po’ di crediti assistiti e un po’ privi di garanzia; per i primi il prezzo di vendita si aggira tra il 20 e il 25% del valore di facciata, per i secondi tra il 5 e il 10%. Dalla vendita dei primi, se sapranno scegliere i pezzi di maggior pregio, i fondi possono ottenere fino al 40% del valore iscritto in bilancio, con margini molto interessanti, mentre coi secondi, dove la perdita totale è molto probabile, possono cimentarsi gli esperti di impacchettamenti finanziari, da scaricare con sofisticati prodotti sul popolo dei risparmiatori, spesso inconsapevoli di quello che acquistano.

La tempestiva operazione di novembre potrebbe, dunque, essere un grande affare per gli abili negoziatori, ma potrebbe essersi rivelato un boomerang per il sistema bancario, che adesso si trova a fare i conti con gli altri operatori, che giustamente indicano quel prezzo di novembre come il precedente a cui rifarsi, fregandosi le mani per i buoni affari che potranno chiudere.

La cosa che è rimasta in secondo piano di questo affare di novembre è che tra il gruppo di vip che hanno chiuso l’affare del Credito Fondiario c’è anche Piero Gnudi, il potente commercialista bolognese, ex Ministro del Governo Prodi, poi nominato Presidente prima dell’Enel e poi recentemente Commissario dell’Ilva, che l’ex Ministro Federica Guidi, nominò suo superconsulente personale appena insediata al dicastero di via Veneto. Legato da oltre trent’anni al padre dell’ex Ministro, Guidalberto Guidi, Gnudi naturalmente subito accettò. Resta il dubbio che anche nella brillante operazione conclusa dalla tolda di comando del Credito Fondiario con la banca, che più di tutte ha già creato grattacapi al Ministro Boschi, la Banca Etruria, Maria Elena fosse d’accordo o completamente ignara.

 

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