martedì, Ottobre 26

Cravatte e divise. Ritrovare le forme dell’estetica pubblica Arrivato anche il momento di regole minime e austere per i 'pubblici ufficiali'

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Usciamo da anni ormai in cui l’etica pubblica ha perso -per distrazione, incultura, mancanza di adeguato presidio vigilante- non solo molta sostanza ma anche molta forma.
In molteplici situazioni di esposizione alla vista e all’opinione di tutti, è facile aggiungere che, per lo più, questa partita esprime forme che sono anche sostanza.
Dunque l’arrivo al governo di una figura inappuntabile -e per altro personalità formata in ambiti in cui etica ed estetica pubblica sono state riguardate- potrà anche consentire qualche ristabilimento.
Che non deve suonare comerestaurazione o come formalismo senza pensiero civile.
Ma, al contrario, come rassicurazione dell’esercizio di funzioni di potere e di responsabilità senza accenti di propaganda. Anche quelli di una ideologia popolare ‘alla buona’, per cui togliersi la cravatta (sia detto anche metaforicamente) nell’esercizio di funzioni istituzionali vorrebbe dire che si sta dalla parte del popolo.
Proprio la sconfitta quotidiana deldress codeè stata in questi anni la vetrina del populismo.
Con il suo momento liberatorio, si capisce. Ma i blue jeans al posto di una indistinta flanella si concedono a un artista, a un poeta che vuole fare un monumento dei suoi segni e dei suoi sogni non della sua persona. Non li si concede a chi esprime una verità a mezzo busto: sopra una giacca per ‘salvare le forme’, sotto jeans lisi e stracciati per dire (seminascosti) che le forme sono morte.
Non sorprende che siano stati piuttosto gli uomini e non le donne a cedere su questa linea.
Donne che pagano comunque un prezzo più alto per raggiungere ed esercitare pari opportunità nelle istituzioni (lo dico oggi che è l’8 marzo) e che a quel punto vogliono interpretare fino in fondo la severità di una rappresentanza.

Una severità quasi mai trasformabile in feste di paese, che hanno la loro forme e i loro riti.
Nella ‘seconda Repubblica’ è noto che si è immaginato di trasformare i ‘piagnistei pubblici’ in feste da ballo, per restituire ottimismo agli italiani. In realtà fu l’inizio di una catastrofe diventata schizofrenica, tra realtà quasi sempre gravi e forme inutilmente ilari. Anche le feste di paese, per chi rappresenta istituzioni sono sempre da vivere sapendo che chi ti ascolta può esprimere dentro di sé un bisogno serio per avere davanti la tua serietà. Ovvero la tua compostezza. E, a buoni conti, di rappresentanti composti ce ne sono ancora molti, in diversi ambiti politici, così da considerare il problema ‘reversibile’.
Tutto ciò sia detto nella consapevolezza che gli italiani non devono privarsi della loro libertà semiotica, della semplificazione delle forme per chi vive tra un immenso mare e magnifiche montagne, comunque del carattere semplice di rapporti alla pari.
Per carità. Anche se la semplicità naturale ha anch’essa la sua ‘severità’. Basta vedere il fastidio che hanno i montanari quando vedono i turisti spogliarsi per prendere ‘sfacciatamente’ il sole.

Qui stiamo parlando dei pubblici ufficiali nell’esercizio del loro mandato. Contano le parole che dicono, contano le compostezze dei gesti, conta l’assenza di eccentricità tesa solo a segnalare ingiustificate visibilità personali.
Non è normale che faccia notizia o scalpore che il presidente della Repubblica (sempre e tutti, da che mi ricordi) sia il naturale protagonista di questa linea formale. Mentre per altri ‘esponenti’ istituzionali quella linea non è più considerata una priorità. Insomma, c’è anche una questione di stile attorno a cui il cantiere del governo Draghi può offrire un prezioso contributo.

Ci sono poi i casi di eccesso opposto. Diciamo così uneccesso di divisa‘. Nel rispetto delle persone (e dei loro curriculum) e anche delle divise, ma con lo spirito qui ricordato, chi scrive ha notato in un breve post che la presenza del nuovo commissario alla crisi sanitaria, nelle riunioni ministeriali, ovvero quelle in cui c’è da stare solo seduti a scambiare parole, avvenga in questi giorni indossando, con una certa forzatura nella circostanza di riunioni, una tuta mimetica. Magari fin qui è stata una scelta simbolica di forza per dare certezza e coraggio. Oppure la scelta è stata quella di segnalare quella che è unasituazione di guerra‘. Ma ora l’osservazione pare legittima. La forza e il coraggio verranno dall’efficacia delle azioni. E la gente alla fine si ricorderà anche con apprezzamento delle sue appartenenze (senza schierare tutte le divise in campo) e del suo spirito di servizio.

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Sull'autore

Stefano Rolando, 1948, laureato a Milano in Scienze Politiche, è docente, manager, comunicatore. Dopo esperienze di management in aziende (Rai e Olivetti) e istituzioni (Presidenza Consiglio dei Ministri e Consiglio Regionale della Lombardia), è stato dal 2001 al 2018 professore di ruolo (Economia e gestione delle imprese) alla facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università IULM di Milano, dove continua gli insegnamenti in materia di comunicazione pubblica e politica e l'attività di ricerca applicata Dal 2005 al 2010 è stato segretario generale della Fondazione di ricerca dell'ateneo. È stato anche segretario generale della Conferenza dei presidenti delle assemblee regionali italiane e rappresentante italiano nel comitato scientifico Unesco-Bresce. Dal 2008 è presidente (Melfi-Roma) della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (www.fondazionefsnitti.it). Dal 2021 è anche presidente (Milano) della Fondazione “Paolo Grassi – La voce della cultura” (www.fondazionepaolograssimilano.org/). Attività e pubblicazioni www.stefanorolando.it

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