giovedì, Aprile 22

Cowboy in rivolta: una storia tutta americana

0
1 2


Dall’inizio di gennaio ha cominciato a salire progressivamente agli onori della cronaca una vicenda che in realtà aveva cominciato ad assumere contorni decisamente preoccupanti già da qualche anno, vale a dire la cosiddetta ‘rivolta dei cowboy’, di cui hanno recentemente iniziato ad interessarsi “pezzi da 90” della politica statunitense come i Senatori Repubblicani Dean Heller, Ted Cruz e Rand Paul e il Governatore ed ex Procuratore Generale del Texas Greg Abbott.

Tutto ha avuto inizio svariati decenni addietro, quando un nucleo di proprietari di ranch (rancher) inneggianti, attraverso un linguaggio aggiornato ai tempi moderni, ai principi ispiratori dei vecchi pionieri del Far-West, diedero vita alla ‘Sagebrush Rebellion’, una dura contestazione contro il governo che intendeva assumere il controllo diretto di milioni di ettari di terreni. Negli ultimi anni, dal Nevada al Texas all’Oregon, questi gruppi di allevatori di bestiame hanno notevolmente ingrossato le proprie fila ed iniziato ad elevare il tenore della loro protesta contro l’espansione delle riserve federali concordata da Washington e dai governatorati locali, che limiterebbe le loro attività di caccia costringendoli per di più a sborsare somme crescenti di denaro per ottenere l’autorizzazione a far pascolare gli animali sui terreni pubblici.

La tensione ha raggiunto un picco inaspettato  quando, nel 2014 in Nevada, un nutrito drappello di uomini a cavallo armati di tutto punto è arrivato a un passo dallo scontro armato con i ranger locali. Il gruppo, che già allora sembrava presentare tutte le caratteristiche fondamentali di un battaglione paramilitare, era saldamente guidato dal settantenne Cliven Bundy, proprietario di un ranch sulle sponde del Virgin River, che da allora ha cominciato ad assurgere rapidamente a simbolo della rivolta contro Washington.

Dal 2015, sono i figli di Cliven Bundy ad aver ereditato le redini del movimento anti-governativo, a partire da Ammon. «Non siamo terroristi», ha giurato quest’ultimo di fronte ai giornalisti che gli chiedevano conto della mancata osservanza del suo gruppo alle leggi locali, lamentando i «danni provocati dalla riserva ai rancher cui vengono sempre più negati i loro diritti, sulla loro terra» e l’atteggiamento discriminatorio da parte del governo nei confronti degli Stati dell’Ovest, in cui vengono applicati regolamenti molto più stringenti rispetto a quelli orientali in materia di tutela dell’ambiente e della fauna selvatica.  «La gente non è nelle condizioni di sopravvivere senza poter sfruttare la propria terra. Tutto ciò che ci permette di vivere viene dalla terra. Non possiamo accettare che le restrizioni imposte dal governo ci riducano in povertà», ha aggiunto Ammon. Per questa ragione, «se proveranno ad usare la forza contro di noi ci difenderemo, e comunque non ci arrenderemo finché il governo non ricomincerà a rispettare i diritti sanciti dalla Costituzione», ha poi intimato lo stesso cowboy ai microfoni della ‘Cnn.

Benché la polizia avesse avviato trattative con i cowboy guidati da Bundy, la tensione sembrava non stemperarsi e molti temevano che gli eventi avrebbero preso una brutta piega, cosa puntualmente verificatasi il 2 gennaio con l’occupazione, da parte di circa 150 allevatori armati fino ai denti, del Malheur National Wildlife Refuge, edificio federale situato all’interno di una riserva naturale della contea di Harney creata per volontà del Presidente Theodore Roosevelt nel 1908 per ospitare numerose specie animali protette. A detta di Bundy, l’azione era stata lanciata come forma di protesta per la condanna a cinque anni di galera di due allevatori, che secondo i cowboy è motivata dal loro rifiuto di vendere alcune proprietà allo Stato, mentre secondo i magistrati è causata da una serie di incendi dolosi appiccati per coprire le loro attività di bracconaggio.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->