venerdì, Aprile 16

Covid-19 televisivo, tra senescenze isteriche e infanzie che non passano I forzati del dibattito pandemico, ovvero poveri pirla che parlano giusto perché dotati di bocca popolano i salotti televisivi a discettare di mondi che non conoscono e situazioni che immaginano

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I tempi di Luna Rossa sono lontani ma il loro spirito è più vivo che mai. Allora il ragioniere, l’operaio, il professionista, il vicario e il sacrestano discettavano di bolina, di lasco, di boma e qualche volta cazzavano pure la randa. Sembravano tutti alle soglie della pensione, ma il Covid-19 ce li riporta in mezzo alle ruote, ancora gli stessi, sotto mentite spoglie.
Li potete incontrare tutte le sere nei salotti televisivi, popolati per lo più di virologi in competizione tra loro, uniti però dalla comune condizione di avere di fronte un avversario inafferrabile sul quale congetturare è sempre meglio che non dire niente. Nel giro c’è pure, sempre più presente, il rianimatore monomandatario dei vip, forse responsabile di certe imbarazzanti e costosette longevità del committente principale. Si tratta dello stesso medico che quest’estate aveva dichiarato defunto il patogeno mentre quello godeva di una salute di ferro. Piccole sviste, degne di un negazionista di paese, che non fermano gli inviti, anzi, li moltiplicano.
Così funziona la televisione, anzi, così non funziona affatto perché trascina la realtà dove quella non dovrebbe mai mettere piede, ma se viene prima lo spettacolo la vita si adegua.

Spesso l’orda medica del salotto si trova in disaccordo, qualcuno dovrebbe avere torto, invece è una partita subdola, a somma diversa da zero, la faida dell’invisibile finisci quasi sempre in parità e lo spettatore non capisce nulla, ma non può che finire così perché in genere l’obiettivo non è didattico ma divistico.

Non ci sono soltanto virologi e anestesisti rianimatori in questi salotti, incombono pure scrittrici e scrittori, romanzano sul tasto ‘cosa ci stanno nascondendo questi signori’, maestri del sospetto, come se la vita fosse sempre un romanzo.

Spiccano soprattutto filosofi nevrotizzati, sia nel formato giovanile, con passato da grandi masturbatori visibilmente tracimato nel presente, ma anche meno giovani, esacerbati da senescenze difficili da domare o perlomeno da sopportare (sentire il palcoscenico che sfugge è angoscioso, invecchiare è un’arte), capaci tutte volte che esce o semplicemente si profila un Dpcm, di esibirsi in scenate isteriche che la conduttrice fa finta di subire, aspetta che si trasformino in una miniera di click quando saranno postate sui social. Di solito l’episodio clinico si conclude senza interventi specialistici, con la oramai consueta autocertificazione del diretto interessato, ‘non sono mica un imbecille io!’, che accettiamo sulla fiducia. Si sta normando troppo, dice, non c’è bisogno che gli si imponga sempre cosa deve fare. Inutile ricordargli che non tutti sono docenti universitari, il volgo è fatto di persone che si stipano a frotte sui mezzi pubblici, che lavorano in ambienti talvolta insalubri, inutile raccontargli che ci sono tanti ragazzi assetati di esistenza e di apparenza, che non ce la fanno a celare il labbro sotto la mascherina, che esistono pletore di individui inquilini di mondi paralleli, più o meno come questi filosofi, ma assai più vicini di loro alla normalità, quella vera, però, quella dove non si riesce a dormire perché si è troppo preoccupati del domani.

Per lo spettacolo sono più funzionali le ipotesi audaci, le urla, con tanto di bava che scende dall’angolo della bocca (le protesi aumentano la salivazione), le repliche e controrepliche. Fanno clamore, come il negazionismo e il complottismo, i cui attori sono però più giustificabili, trattandosi di poveracci, infelici, ignoranti, malati e, vera benzina nella paglia, di furbi, che accompagnano queste marginalità arrabbiate, eccitando la fantasia con fesserie talmente inverosimili che non riesci più nemmeno a prendertela.

Sono proprio i furbi il problema, quelli che cavalcano l’onda come dei Masaniello, dei veri criminali, perché il malessere esistenziale che conduce a quelle forme di distacco dal dato della realtà nasconde sofferenza vera, attese frustrate, incapacità di sopportare la vita toccata in sorte, tifosi di universi alieni dove qualcuno, finalmente, si accorge di loro. Questo è il dramma, lo stesso dei bambini che puntano i piedi e dicono di non volere il fratellino, tanta infanzia sbagliata, mai riscattata da una società della comunicazione che riempie di soldi il critico d’arte con mamma edipica, capace da almeno 30 anni di fare fortuna dicendo sempre il contrario di quello che dicono tutti.

Si trova davvero di tutto la dentro, soprattutto persone senza il volgare problema del pane quotidiano, oramai superato, perlopiù da un posto sicuro, quando non da una pensione corposa, magari arricchita da qualche consulenza. Se li osservate vi ricorderanno quei militari che durante la seconda guerra, sulle carte geografiche da tavolo, spostavano truppe, mezzi corazzati, navi, aerei e persino salmerie, usando quelle lunghe aste da croupier.

Nessuna di quelle persone si è mai sporcata le mani in una fabbrica o in qualunque altra attività, tipo cameriere, commesso, inserviente o cose simili, ragione per cui parlano con sublime leggerezza di quello che vorrebbero il mondo facesse. Peccato che il mondo di cui discettano sia fatto per la maggior parte di individui che a loro farebbe schifo frequentare, quindi non la conoscono, gente che di fronte alla prospettiva di una nuova drastica chiusura si lascia vincere dalla prostrazione, cade in angoscia, diventa nervosa e un tantino aggressiva, essendo le certezze, spesso incardinate sul volgarissimo lavoro, venute meno all’improvviso.

Somigliano, questi forzati del dibattito pandemico, agli intellettuali degli anni Dieci del Novecento, che volevano la guerra perché travolti dalla noia, salvo poi, una volta finiti in trincea, sorpresi a piangere e invocare la mamma, al pari di bambini, esibendo la loro vera natura, quella di poveri pirla che parlano giusto perché dotati di bocca.

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