martedì, Maggio 18

Covid-19: pesante la situazione nel carcere di Bologna Lo scandalo dei ‘braccialetti d’oro’: un fiume di denaro finito chissà dove

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L’allarme lo lancia Gennarino De Fazio, sindacalista della polizia penitenziaria UILPA: “Anche al carcere bolognese della Dozza, l’espansione del contagio da COVID-19 fra i ristretti si fa molto pesante. E’ pervenuto l’esito dei tamponi, a cui erano stati sottoposti una ventina di detenuti, con esito positivo per dieci di loro. Il dato assoluto è di per sé molto preoccupante, ma ciò che più allarma è la media di circa il 50 per cento di positivi sugli ultimi tamponi effettuati”. 

De Fazio ricorda che proprio dal carcere bolognese proviene il primo detenuto deceduto per COVID; altri dodici sono ristretti per coronavirus; altri ancora, risultati positivi sono stati trasferiti presso altri istituti: “Non sappiamo se le proteste che hanno interessato il penitenziario il 9 e il 10 marzo scorsi possano aver avuto incidenza su quanto sta avvenendo, tuttavia, considerato anche che è passato oltre un mese, a noi pure questo sembra indicativo della sostanziale inefficacia con cui l’emergenza sanitaria viene affrontata dal Ministero della Giustizia e dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

I focolai nelle carceri, dicono i rappresentanti degli agenti di custodia, che si trovano sostanzialmente ‘disarmati’ e comunque in prima linea, non sembrano essere episodici: “Vengono registrati in differenti zone geografiche, da Bologna a Verona a Torino a Voghera, solo per citare alcuni istituti e non considerando i penitenziari dove il numero dei detenuti contagiati rimane relativamente contenuto. Mentre sono ben oltre duecento, secondo le nostre stime, gli operatori della Polizia penitenziari affetti da coronavirus su tutto il territorio nazionale.

Per De Fazio è “indispensabile una svolta sistemica nella gestione carceraria e che questa non possa realizzarsi sotto l’attuale conduzione, per questo auspichiamo ancora che la responsabilità venga pro-tempore assunta direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri”.

Quale la risposta da via Arenula, dove ha sede il ministero della Giustizia? Di un ‘fare’ del ministro Alfonso Bonafede non si ha notizia. Nelle numerose fotografie che lo ritraggono, compresa quella scelta per illustrare il sito internet ufficiale, il ministro sorride. C’è da chiedersi cos’abbia da esser così lieto. E’ responsabile della Giustizia in Italia, uno dei ministeri più difficili e complessi da gestire. Ha una quantità di problemi che attendono soluzioni urgenti e, al contrario, incancreniscono. Lasciamo stare l’emergenza Coronavirus, facciamo conto che non ci sia, o che sia stato trovato il vaccino per tutti. Comunque la giustizia italiana è allo sfacelo, e non solo alla situazione delle carceri. Si parla dei tribunali, dei processi, degli innumerevoli ostacoli che si frappongono al diritto costituzionale di ogni inquisito ad essere difeso; di come la quotidiana giustizia, sia in campo civile che in campo penale è amministrata… Nessuna delle riforme auspicate da Giovanni Falcone – Falcone, non un sodale della Cosa Nostra, o della ‘ndrangheta – è varata, presa in considerazione: responsabilità civile del magistrato, separazione delle carriere, abolizione dell’obbligatorietà penale, riforma strutturale del Consiglio Superiore della Magistratura.

La vicenda in cui è stato intrappolato Enzo Tortora, ma prima di lui Lelio Luttazzi, e poi Gigi Sabani, ma si possono citare decine di altri clamorosi casi, non hanno insegnato nulla. Il ministro Bonafede avrebbe mille ragioni per essere quotidianamente angosciato, inquieto, lacerato; provare un profondo senso di vergogna. Certamente non è il solo responsabile di questa situazione. E’ uno sfacelo che si consuma da anni, decenni. Ma adesso il ministro è lui, e dovrebbe essere lui a trovare soluzioni, offrire alternative all’esistente…

Incredibile poi che sia il commissario straordinario per l’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri a comunicare che “entro la fine di maggio” sarà possibile installare 4.700 braccialetti a detenuti che così potranno lasciare le celle dove sono reclusi. Arcuri fa sapere che ha affidato la fornitura di ulteriori braccialetti elettronici e il relativo servizio di sorveglianza a distanza a Fastweb S.p.A.; è la stessa società con cui il Ministero dell’Interno ha già siglato un contratto per la fornitura degli stessi dispositivi, con l’obiettivo di accelerare le misure messe in campo per il contrasto all’emergenza coronavirus.

Questa storia dei braccialetti farebbe ridere, se non fosse che c’è di versare calde lacrime di vergogna e rabbia. La prima gara, pensate, risale al 2001; da allora si sono spesi oltre 200 milioni di euro. Che fine hanno fatto, chi li ha intascati? Mistero. Quello che si sa è che ora che servono per decongestionare le carceri, non si trovano.

Vogliamo ripercorrere sommariamente le tappe di questo scandalo? Presto fatto. Aprile 2001, ministro dell’Interno Enzo Bianco. Si avvia la prima sperimentazione sui braccialetti elettronici. Stipulati accordi con cinque aziende, tra cui Telecom, per 400 dispositivi. Spesa: 11 milioni di euro in due anni. Si arriva al 6 novembre 2003. Il ministro dell’Interno è Giuseppe Pisanu. Nuova convenzione con Telecom: 400 braccialetti più la sala operativa nazionale per il monitoraggio: spesa 10,9 milioni di euro l’anno. Vengono usati in tutto nove (nove!) braccialetti; fino alla fine del 2011, spesa 97,5 milioni di euro aggiuntivi. 31 dicembre 2011. Il ministro dell’Interno è Annamaria Cancellieri. Senza gara, conferma e proroga, fino al 2018 la convenzione sempre con Telecom: previsti 2mila braccialetti, 200 sono dotati di GPS; costo circa 9 milioni di euro l’anno, più altri 63. Si arriva al 13 settembre 2012: la Corte dei Conti censura lo spreco dei braccialetti elettronici nei dieci anni di gestione: “Spesa elevatissima a fronte dei pochi dispositivi utilizzati: 14”. Luglio 2014: il ministro dell’Interno è Angelino Alfano. Annuncia una gara europea per “il nuovo servizio di braccialetto elettronico”. Gara che non ha luogo. 6 dicembre 2016: il ministro dell’Interno è Marco Minniti. Lancia la gara europea, “per 12mila nuovi dispositivi”. Le società ammesse sono tre: Fastweb, Telecom, RTI engineering. Importo base: 45 milioni. Giugno 2017: Fastweb si aggiudica la convenzione, con un’offerta di 23 milioni. Durerà fino al 31 dicembre 2021; la società si impegna a fornire fino a 1.200 dispositivi al mese. Marzo 2020: anche per il ritardo nel collaudo disposti dagli ultimi due ministri dell’Interno Matteo Salvini e Luciana Lamorgese, risultano ufficialmente attivi 2.600 braccialetti elettronici in tutto.

Questa la situazione, questi i fatti.  

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