venerdì, Agosto 19

Covid-19: Omicron, perché l’OMS l’ha designata una variante preoccupante L’analisi di Ed Feil, microbiologo dell’University of Bath

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che il ceppo B.1.1.529 di Sars-CoV-2, che si pensa sia emerso nell’Africa meridionale, deve essere designato come una variante preoccupante (VoC) denominata omicron. Questa decisione ha già accelerato un ampio cambiamento nelle priorità nella gestione della pandemia su scala globale.

L’OMS ha raccomandato, tra le altre cose, una maggiore sorveglianza, in particolare il sequenziamento del genoma del virus; ricerca mirata per comprendere i pericoli posti da questa variante; e l’aumento delle misure di mitigazione, come l’uso obbligatorio della maschera. Maggiori restrizioni ai viaggi internazionali sono già entrate in vigore nel Regno Unito e in molti altri paesi. Il Giappone, infatti, ha chiuso i suoi confini a tutti i visitatori stranieri.

La velocità con cui la variante dell’omicron è stata designata come VoC è stata vertiginosa. Sono trascorse poco più di due settimane dalle prime infezioni conosciute in Botswana e Sud Africa. Contrasta questo con la variante delta che è attualmente dominante in Europa e in molte altre parti del mondo. Questa variante è stata segnalata per la prima volta in India nell’ottobre 2020, ma nonostante abbia causato un’enorme ondata di casi nel paese (oltre a diffondersi in molti altri), non ha ricevuto lo status elevato di VoC fino ad almeno sei mesi dopo.

Sicuramente c’è stata lentezza nel riconoscere il pericolo rappresentato dal delta, e senza dubbio si sono apprese lezioni sull’importanza di agire rapidamente per stroncare sul nascere nuove pericolose varianti, o almeno per rallentarne la diffusione per guadagnare un po’ di tempo nel mondo. Ma questo ritardo rifletteva anche le difficoltà nel generare prove solide su ciò di cui è capace una nuova variante.

Esistono tre tipi di comportamento (“fenotipi”) che determinano la minaccia rappresentata da una nuova variante. Questi sono la trasmissibilità (la velocità con cui si diffonde da una persona all’altra), la virulenza (la gravità dei sintomi della malattia) e l’evasione immunitaria (il grado di protezione che una persona riceve dal vaccino o dall’infezione naturale). La genetica sottostante e le interazioni evolutive tra questi tre fenotipi sono complesse e la loro eliminazione richiede sia dati clinici ed epidemiologici dettagliati del mondo reale sia accurati esperimenti in laboratorio.

Quindi cosa c’è nella variante dell’omicron che ha portato l’OMS, e molti esperti in tutto il mondo, a preoccuparsi così tanto di dati così scarsi per continuare?

Non c’è ancora nessun suggerimento che l’omicron causi malattie più gravi, ma poi non ci sono quasi dati disponibili. Resta da vedere se i rapporti aneddotici dal Sud Africa che suggeriscono che questa variante causa sintomi più lievi si rivelino accurati, in particolare per le persone anziane o altrimenti vulnerabili. Eppure c’è un chiaro motivo di preoccupazione sia per la trasmissibilità che per l’evasione immunitaria.

L’accresciuta trasmissibilità di una nuova variante può essere difficile da definire, poiché gli effetti stocastici (casuali) possono provocare picchi allarmanti nei tassi di casi senza richiedere alcun cambiamento sottostante nella genetica virale. Quando i tassi di casi sono relativamente bassi, come è stato di recente in Sud Africa, gli eventi di super-diffusione o “fondazione” possono causare aumenti drammatici nella prevalenza di un singolo lignaggio per caso.

Anche dati questi avvertimenti, l’opinione comune è che la variante dell’omicron si diffonde probabilmente più rapidamente di altre varianti. Nella provincia sudafricana di Gauteng, si pensa che l’emergere di omicron abbia spinto il numero R (il numero di persone a cui una persona infetta trasmetterà un virus, in media) da circa 1,5 a quasi 2, un cambiamento significativo se è vero. Non sorprende che venga anche raccolto in un numero crescente di paesi al di fuori dell’Africa meridionale, tra cui Regno Unito, Israele, Belgio, Canada, Australia, Paesi Bassi e Austria.

La caratteristica più sbalorditiva della variante dell’omicron, tuttavia, è il fatto che rappresenta un salto evolutivo significativo e improvviso, come si evince dal numero senza precedenti di mutazioni nel genoma. Come ciò sia avvenuto è una questione di continue speculazioni ma, in modo critico, 32 mutazioni hanno colpito la proteina spike, molte delle quali sono note per alterare il modo in cui il virus interagisce con gli anticorpi prodotti dai vaccini o da una precedente infezione.

È questo potenziale per una maggiore fuga immunitaria, combinato con un rapido tasso di diffusione, che sta causando così tanta preoccupazione. Ma prevedere come si comporterà un virus dalla sola sequenza del genoma non è una scienza esatta. E non c’è una relazione diretta tra il numero di mutazioni che contiene una variante e i pericoli che può comportare.

Sebbene la variante dell’omicron meriti certamente misure di mitigazione, una stretta sorveglianza e uno sforzo di ricerca globale, è ancora troppo presto per dire esattamente con cosa abbiamo a che fare. Nelle prossime settimane dovrebbe emergere un quadro più chiaro man mano che le prove si accumulano.

Nel frattempo, il mondo dovrebbe essere grato per la vigilanza e l’apertura degli scienziati medici e funzionari della sanità pubblica sudafricani e del Botswana, e l’emergere di questa variante dovrebbe fungere da campanello d’allarme per raddoppiare i nostri sforzi per una consegna equa e rapida del vaccino a livello globale.

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