venerdì, Settembre 17

Covid-19: la fiducia nei vaccini e la credibilità perduta Il cosiddetto ‘caso’ AstraZeneca ha scoperchiato il Vaso di Pandora di tutte le paure, ansie, dubbi, angosce insane e comprensibili che una pandemia generalizzata ha fatto esplodere per la prima volta nella storia umana

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

Philip Roth

La discussione di questi ansiosi e preoccupati giorni intorno al tasso di pericolosità del vaccino AstraZeneca, prodotto anglo-svedese, mette in evidenza diversi aspetti e questioni collaterali sul recente pasticciaccio provocato da quel vaccino, messo repentinamente sotto accusa per presunte correlazioni causa-effetto tra assunzione ed una ventina di morti su diversi milioni di dosi somministrate in Europa (una decina di casi verificatisi in Germania e resi noti il 15 marzo scorso). Con l’Italia che il venerdì precedente dichiarava non esserci problemi salvo poi il martedì in qualche modo allinearsi al freno tedesco. E dire che il governo Draghi aveva per primo forzato la mano con i lenti compassati ed inefficienti vertici europei nel minacciare di bloccare l’invio di massicce dosi di quel vaccino verso altri siti europei.

Questo è solo uno degli elementi di una situazione ingarbugliata piena di inganni reticenze e menzogne che sovente prendono l’Europa in contropiede per sue piene responsabilità dinanzi al rapporto con soggetti privati. In questo caso le potenti inattaccabili Big Pharma, ‘cugini’ di quegli altri oscuri colossi delle piattaforme digitali, ladroni globali che non pagano tasse se non irrisorie. Per provare a stemperare una situazione ad alto tasso di crisi di nervi cito la geniale vignetta di Altan su ‘la Repubblica’ in cui compare un uomo in ginocchio con le mani al petto che con aria affrantafferma ‘Io credo alla scienza: fa miracoli’. In sei parole esprime tutta la complessità dell’epoca nei rapporti tra scienza e politica. Il cosiddetto ‘caso’ AstraZeneca ha scoperchiato il Vaso di Pandora di tutte le paure, ansie, dubbi, angosce insane e comprensibili che una pandemia generalizzata ha fatto esplodere per la prima volta nella storia umana con effetti globali e che ci trasciniamo da oltre un anno. Fortemente cadenzata da una stampa che ha messo al centro della sua riproduzione mediatica il ‘mostro’ del virus. Uno straparlare informativo ossessivo. Ogni mattina, ogni notiziario, ogni giorno, ogni sera. Ed andare a letto contenti per aver salvato la pellaccia. Poi, domani è un altro giorno si vedrà.

Problema virale serio si badi, ma se su altri temi meno ancestrali come questo, buono per un’informazione grossolana che sguazza nelle antiche paure umane nell’incontro con la natura, ci occupassimo di violenze sulle donne, parlandone ogni giorno, con coperture continue, forse schioderemmo un problema molto più grave e serio di un virus di cui c’è l’antidoto. Per la morte di molte donne non ne abbiamo trovato ancora uno buono. Oppure se parlassimo dei disastri del neoliberismo e del capitalismo di pochi ricchi nel mondo e di miliardi di umani impoveriti, dai ceti medi ai poveri e come risolverlo. O se sconfiggessimo seriamente la povertà, quindi il contrario di Giggino estero che aveva deciso per sua pericolosa ignoranza incolmabile che la povertà non esisteva più, salvo poi sentire il governo degli pseudo migliori, quasi peggiori dei precedenti appena predecenti, tra ministri/e esottosegretari, approvare nuove misure per alleviare la povertà di milioni di connazionali.

Quanto accaduto con AstraZeneca mette in evidenza che il metodo della scienza non può che procedere empiricamente per prove tentativi ed errori, finché i risultati attesi o benefìci non risultino superiori ai costi, anche umani. Cinico? Ma è sempre stato così. Mentre l’azione della politica si è mostrata del tutto subalterna in un’epoca di populistica rincorsa di emozioni e paure manifestate da chiunque si autoelegga ‘popolo’. Inoltre, questo ‘caso’ AstraZeneca costituisce un’applicazione concreta ad un problema la cui articolazione e complessità presenta diverse sfaccettature. Ogni Stato, ogni istituzione ed organismo istituzionale viene legittimato alla responsabilità di esprimere non opinioni, quelle dei comuni mortali, ma orientamenti e decisioni basate su valutazioni empiriche vagliate tra teoria e prassi. Nel caso in questione muovono dinamiche e fenomeni diversi. Vediamone in breve qualcuno.

Rischio. Innanzi tutto, il problema del rischio e suoi correlati. Il correlato centrale è che viviamo sommersi ed implicati nel sistema dei media cartacei o digitali. Come ricorda il sociologo Manuel Castells «il nuovo sistema di comunicazione digitale globale diventa sempre più inclusivo e comprensivo di ogni forma e contenuto esistenti della comunicazione sociale… questo nuovo regno della comunicazione diventa la principale fonte dei segnali che portano alla costruzione di senso nella mente della gente. Dal momento che è il senso a determinare l’azione, comunicare significato diventa la fonte del potere sociale perché inquadra la mente umana». Ma pure la orienta, persuade e manipola. Oltre a ciò vi è il tema da aggiungere almeno in sintesi alla discussione ed è che «La società del rischio con tutta evidenza rinvia…. all’ipotesi di Ulrich Beck, teorico della società del rischio, cheipotizza modalità di incardinamento strutturale del rischio nelle società di modernità matura, tali da mutare la prospettiva delle modalità stesse di percezione del rischio e del pericolo nell’orizzonte degli individui, di natura individuale o collettiva. Cosicché piuttosto che limitarsi in quanto individui a sostenere ex post i rischi che ci si parano dinanzi, saremmo oberati dal compito individuale di conteggiare il rischio tra le opzioni ex ante a corredo delle decisioni retrostanti il nostro agire sociale» (M. Conte, 2009). Per cui se nei modelli societari semplici la nostra azione rinvia ad un orizzonte vitale circoscritto, nella società complessa diviene un attributo percepito collettivamente cui far fronte nei molteplici impieghi delle nostre vite quotidiane. Questo il senso forte del mondo in cui il sistema mediatico ha ‘sparato’ la notiziona: i vaccini sono potenzialmente veicoli di morte. Giudizi come sempre affrettati dei media verso la notizia shock per audience, interessi politici ed economici oppure perchéincapaci oggi di trattare temi senza spettacolarizzare, impossibile proprio nei canoni estetici odierni della società dello spettacolo per una comunicazione ossessiva sempre meno informativa orientata a blandire ansie rabbie incazzature di chi ascolta.

Il rischio, dicevo. Viviamo in un’epoca dove proliferano molti imprenditori della paura, in Italia fasci e leghisti vari, che lucrano sul mercato dei voti degli indecisi verso la politica. Ogni evento funzionale diviene così veicolo di scatenamento di paure, insicurezze, debolezze. Siamo tutti esposti, in modi molto vari, alla ricerca dell’assenza dal rischio, inseguendo il germe della certezza che sarebbe così pacificante. Cosa impossibile, poiché dove c’è vita c’è rischio. Altrimenti è non-vita. Per avere certezza del bello e sicuro ci siamo messi a frequentare internet dove pensavamo di trovare un ambiente amichevole, sicuro, pulito, privo di asperità, comodo, sopportabile. Abbiamo trovato al contrario l’inferno di noi stessi privi di identità che odiano voglionouccidere, stuprare, bruciare qualunque ‘diverso da sé’ ci si frapponga dinanzi. Così viviamo doppiamente frustrati ed impauriti, off line perché potrebbero farci fuori fisicamente, on line perché potrebbero ammazzarci con le parole violente. Vedasi alla voce suicidi di giovanissimi presi di mira da criminali senza volto. Allora, l’assenza di rischio non esiste, non in natura figuriamoci nella vita sociale. Il rischio è parte della vita ed insito in qualsiasi comunicazione di apertura con altri. Non sappiamo, all’apertura della relazione, se saremo ingannati o proseguiremo con reciprocità lo scambio sociale.

Fiducia. L’ho detto diverse volte, molte delle relazioni sociali rinviano al tema della fiducia e la fiducia incorpora rischio, quello di poter subire un inganno. Ma è da quando inconsapevoli veniamo al mondo fino a quando ne prendiamo coscienza, agiamo in condizioni di rischio che cerchiamo di evitare ricorrendo a qualcosa che ci rassicuri. Altrimenti saremmo bloccati nel nostro vivere, come capita a quelli che necessitano di aiuto terrorizzati dal vivere lì nel mondo esterno. Poi li chiamiamo pazzi ma forse i pazzi siamo anche noi… Cerchiamo di stemperare ansie e preoccupazioni dinanzi ad una biopolitica della vita che scompone e disaggrega laggregato informe di popolazione in individui classificati per età, patologie, tempi di ritorno ad una vita “più umana”.

E l’unico modo per arrivare a ciò è assumere un farmaco, atto non indolore perché farmaco deriva dal greco pharmakon ossia rimedio, medicina’ ma anche ‘veleno’. Insomma ci salviamo per dei princìpi attivi contenenti ciò che ci farebbe male. Lo dice con chiarezza Paracelso, un medico svizzero, alchimista, teologo laico e filosofo del Rinascimento tedesco nato nel 1493 in Svizzera e morto in Austria nel 1541. Nel ‘Responsio ad quasdamaccusationes & calumnias suorum aemulorum et obtrectatorum’ nellOpera Omnia afferma che «Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosissola facit, ut venenum non fit» ovvero «Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto». Solo la dose, appunto, di vaccino.

Da quanto detto cerchiamo impauriti sfibrati e insofferenti in quest’epoca di pandemia di tirarci su di morale costeggiando un ‘andrà tutto bene’ la cui cifra pesante appare un’insostenibile leggerezza dell’essere’ da cui ci sentiamo sopraffatti. Provare a sorridere vuol dire rendere terapeutico il personale ed altrui sconcerto, una sospensione del giudizio, un volare oltre il noi di adessoauspicando, sperando, che domani ‘nuovo’ venga ad affollare di sogni gli incubi odierni. La storia e la vicenda ambigua e complicata relativa alla distribuzione dei vaccini che vorrei qui cercare di circoscrivere, chiama in causa molti e diversi fattori racchiusi nel binomio salute-profitti. Siamo forzatamente immessi ed immersi in una fase storica in cui la nostra civiltà umana ‘riscopre’ improvvisamente dopo la Sars (sindrome respiratoria acuta grave) del 2005 che fece 774 morti (esclusa la Cina sui cui dati vi sono sempre dubbi), di essere vulnerabile ed attaccabile da un virus patogeno che non ha fini preordinati, non gioca in Borsa, non ama l’acqua, non tifa per alcuna squadra e non riconosce nessuno perché organismo privo di intelligenza. Se fosse possibile potreste chiederlo a James Watson e Francis Crick, biologi molecolari Nobel per la medicina nel 1962 che insieme a Rosalind Franklin rivelarono la struttura a doppia elica del Dna. I primi due nel 1956 avevano fornito una moderna definizione dei virus, gruppo di parassiti cellulari obbligati, definiti come “organizzazioni biologiche caratterizzate da un livello subcellulare di strutturazione costituiti da acido nucleico (Rna o Dna) racchiuso in un contenitore di natura proteica con la duplice funzione di proteggere il materiale genetico quando il v. si trova in un ambiente extracellulare e di mediarne la penetrazione intracellulare interagendo con la superficie delle cellule ospiti” (Enc. Treccani). Gli ospiti siamo noi. Questa la parte biologica avvenuta non per caso ma per la progressiva vicinanza alle migliaia di virus abitanti il nostro Pianeta molto prima di noi che ha ridotto tempi di trasmissione e salti di specie.

Più la civiltà tecnologica colonizza la Terra, ormai tutta, più rapida e veloce è la trasmissione virus-animali-specie umana. Lo dice molto bene tanta vasta letteratura o filmografia sulla ieri’ fantascienza, oggi il nostro presente. Tutto il resto, dalla diffusione al contrasto al virus è opera umana, né battaglia né guerra come infantilmente molti media hanno profuso a piene mani ma con poco cervello. L’unico contrasto è lo sviluppo di un vaccino all’interno di un percorso istituzionale, comunicativo, mediatico, simbolico, psicologico che prepara molto male all’eventuale morte, quella che ormai neghiamo esista nella nostra fantasiosa città della certezza dove decidiamo di giocare e giocare… fino a morirne di sicuro, senza vaccino.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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