venerdì, Settembre 17

Covid-19 e suicidi, due emergenze nelle carceri italiane Un accorato appello al Ministro della Giustizia, Marta Cartabia

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O.O., ‘ospite’ nel carcere cagliaritano di UTA, condannato per furto, approfitta dell’ora d’aria dei compagni di detenzione. Non ce la fa proprio a restare chiuso in quella cella; deve andarsene, costi quello che costi; costasse anche la vita. Gli altri, quando tornano, non possono che prendere atto che è ‘evaso’ nessuno più lo potrà più far tornare in carcere. La gola squarciata, non c’è più nulla da fare.

  Per quanto è dato sapere, è il quattordicesimo dall’inizio dell’anno. Prima di lui Sabatino Trotta, dirigente dell’ASL di Pescara: arrestato e rinchiuso nel carcere di Vasto, nell’ambito di un’indagine su presunte corruzioni relative ad appalti sanitari.

  Nella macabra lista dei suicidi 2021 anche un ragazzino di appena 15 anni. Lui si è tolto la vita l’8 marzo scorso; aveva commesso una rapina, e lo avevano portato in una comunità di recupero a Caserta.

  Imperscrutabili le ragioni per le quali a un certo punto scatta qualcosa, un ‘clic’, e si decide di farla finita. Secondo i dati forniti dal Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, nel 2020 i suicidi sono stati almeno 62; 53 nel 2019; 62 nel 2018; 48 nel 2017; 39 nel 2016 e nel 2015; 43 nel 2014.

  “Molti di più sono i suicidi in cella sventati dagli agenti”, spiega Donato Capece, segretario generale del Sappe, uno dei sindacati degli agenti di custodia. “1478 solo nel 2020, più o meno 4 al giorno; e 11.343 gli atti di autolesionismo, ben 31 ogni giorno.

  Un fallimento dello Stato che non riesce a proteggere adeguatamente le persone che ha in custodia, il fenomeno dei suicidi in carcere. “Aggravato”, dice Gennario De Fazio, segretario generale della UilpaPada sovraffollamento, servizi inadeguati, organici fortemente insufficienti della Polizia penitenziaria e degli altri operatori, disorganizzazione. Basterebbe, forse, la sola efficace standardizzazione della gestione complessiva dei detenuti appena arrestati per ridurne in maniera significativa la portata, senza per questo trascurare il trattamento successivo“.

  Una situazione grave da sempre che rischia di ulteriormente collassare per i problemi creati dalla pandemia. “Per come è stata gestita la pandemia, un focolaio può scoppiare ovunque”, ammonisce Rita Bernardini, dirigente radicale e presidente di ‘Nessuno tocchi Caino’. C’è sovraffollamento, bisogna ricavare spazi per l’isolamento…Sono situazioni difficilissime. A Parma è scoppiato un focolaio al 41-bis, cioè nel luogo più isolato.

  I focolai aumentano. Denuncia l’associazione ‘Antigone:I tassi di positività sono maggiori negli spazi sovraffollati. Qualche esempio: il carcere di massima sicurezza di Melfi, oltre 50 detenuti postivi sui 160 presenti; la sezione femminile del carcere romano di Rebibbia, prima di Pasqua una cinquantina di detenute sono risultate positive. Tra loro anche una mamma con un neonato che ha poco più di un mese di vita. E poi Asti, la sezione 41bis del carcere di Parma, Modena, Padova…

  Complessivamente, secondo i dati aggiornati a lunedì 5 aprile, i detenuti positivi sono 823 (di cui 17 ricoverati in ospedale) su un totale di oltre 52mila ristretti. Dall’inizio della pandemia i detenuti morti per Covid-19 sono stati 18spiega Michele Miravalle dell’Osservatorio di Antigone. La situazione è relativamente sotto controllo, ma non dobbiamo abbassare la guardia. Anche perché sappiamo che i tassi di contagio tra i detenuti sono più alti rispetto allo stesso dato relativo all’Italia in generale.

  Le carceri sono ambienti che presentano condizioni favorevoli per la diffusione del Covid: spazi stretti, sovraffollamento, ingresso giornaliero di una quantità di persone…Non è certo un caso se l’incidenza del virus nelle carceri italiane sia più elevata rispetto all’esterno. Antigone stima che nel mese di aprile nelle carceri il tasso di positività abbia raggiunto la soglia di 18,7 casi ogni 10mila persone,contro un rapporto di 16,8 ogni 10mila all’esterno. Numerosi anche i casi di contagio tra la polizia penitenziaria: 683 (11 ricoverati) su un totale di 36.939 agenti; dal marzo 2020 a oggi, sono 11 i ‘baschi blu’ morti a causa del Covid-19. Vogliamo richiamare l’attenzione dell’Amministrazione penitenziaria sul Covid all’interno degli istituti penitenziari, per interrompere definitivamente questa preoccupante serie di decessi. Chiediamo che si completi al più presto la vaccinazione degli agentidice il segretario generale della Fns Cisl, Massimo Vespia. Richiesta a cui si associa Capece: Siamo in ritardo con le vaccinazioni. L’appello che ho rivolto al Commissario straordinario Figliuolo è stato quello di dare una corsia preferenziale a tutti i poliziotti penitenziari e ai detenuti per la vaccinazione“.

  Un appello, prima di chiudere. Una donna di 65 anni, positiva al Covid, è da un mese in isolamento in una cella del carcere romano di Rebibbia, senza la possibilità di vedere nessuno, con solo una branda e un wc a disposizione. Una situazione che per la famiglia è tanto più drammatica in quanto la donna, Giuseppina Cianfoni, “ha preso il Covid in carcere, dove si trova reclusa da due mesi per un vizio nel ricorso in appello presentato dal suo difensore tre giorni dopo la scadenza prevista“.

  La storia della donna è raccontata dalla figlia, Rossella, che scrive al ministro della Giustizia, Marta Cartabia:Mi chiamo Rossella Anitori e sono la figlia di una persona attualmente detenuta. Mia madre si chiama Giuseppina Cianfoni ed è una delle oltre 70 persone ristrette in regime di isolamento a causa del Covid nel carcere femminile di Rebibbia. Sono ormai tre settimane che mia madre è chiusa in una cella“, si legge nella lettera.

  Sono tre settimane che non respira una boccata di aria fresca. Che non alza gli occhi al cielo per vedere le nuvole. Che non si fa una doccia calda. Sono tre settimane che mia madre non incontra nessuno. E’ sola per 24 ore al giorno e non esce mai. Mia madre non è socialmente pericolosa“.

 Rossella racconta i dettagli della vicenda giudiziaria che ha riguardato sua madre: “Dieci anni fa era dirigente dell’Ufficio della Conservatoria di Velletri ed  incappata in una spiacevole parentesi giudiziaria che purtroppo non è stato possibile chiarire ed è stata condannata in base all’articolo 319 quarter a 3 anni di reclusione. Dopo la laurea, quando ho studiato per l’esame da giornalista, ho appreso che le pene vengono irrorate secondo il principio del male minore e che anche i detenuti hanno dei diritti. E allora mi chiedo cosa ci fa mia madre in carcere e che fine hanno fatto i suoi diritti e quelli del resto delle donne e degli uomini internati con lei in queste condizioni“.

  Rossella ricorda infatti che “l’isolamento è un regime di detenzione estremamente duro e gravemente, restrittivo della libertà personale che si utilizza come ultima ratio, come l’ultimo dei provvedimenti disciplinari, proprio perché è in grado di fiaccare anche gli animi più vigorosi. A causa del Covid mia madre ha trascorso più di un mese in isolamento, dove è tutt’ora. Come possiamo lasciare che questa tragedia per lei ed altre detenute si compia? Come possiamo accettare in deroga ad ogni legge che un essere umano sia trattato in questa maniera? La nostra Costituzione dice che ‘le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devo tendere alla rieducazione del condannato’“.

  Abbiamo dimenticato questi principi? Quale valore stiamo dando al tempo e alla vita di queste persone e quale considerazione ci aspettiamo che possano avere del sistema che li reclude e li tortura? Quale risorsa il carcere rappresenta oggi per la società? Perché non possiamo rinunciarci? Anche quando diventa ingiusto e inumano, quando l’applicazione della pena va oltre il precetto? Gentile Ministro chiedo l’immediata scarcerazione di mia madre, l’estensione delle misure alternative alla detenzione per quanti più detenuti e detenute possibili, che oggi più che mai si vedono privati dei loro diritti fondamentali e la fine di un carcere inutile, ingiusto e disumano. Rossella Anitori La figlia di Giuseppina Cianfoni, una persona detenuta in isolamento da oltre un mese nel carcere di Rebibbia“.

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