domenica, Novembre 28

Covid-19 e comunicazione: il molto da riordinare nella partita in corso Un libro per capire come credevamo di aver capito tutto e ci troviamo in realtà disorientati. Ne parliamo intervistando l’autore, Stefano Rolando

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Tirare le somme del rapporto tra comunicazione e pandemia da Covid-19 in Italia, dai primi contagi a quest’ultimo settembre, quando ci si divideva tra prime prove di ripartenza e prime voci di grave possibile ricaduta. Un’impresa difficile ma anche possibile per chi ha avuto sul tavolo di lavoro il materiale copioso di un quotidiano monitoraggio sul tema specifico che l’Università IULM di Milano ha proposto per la propria comunità ma anche all’esterno con moltissimi destinatari interessati. Lo ha guidato Stefano Rolando, professore di ‘Comunicazione pubblica e politica’ in quell’Università, con molte esperienze di management in aziende e istituzioni alle spalle, che ora propone un percorso interpretativo tra i mille e mille fatti di questo lungo arco di tempo, cominciato con due contagi a Codogno e arrivato a nuove impennate di contagio e di decessi con numeri inquietanti. Ma anche -e soprattutto- un percorso tra tante opinioni di un dibattito pubblico fatto di chiarezze e confusioni, certezzee invettive, scientificità e negazioni. Il libro si intitola ‘Pandemia. Laboratorio di comunicazione pubblica’, con la prefazione di Gianni Canova, rettore dell’Università IULM; Editoriale scientifica, Napoli, pag. 270, 18€. Acquistabile anche on line qui.

Abbiamo rivolto alcune domande a Stefano Rolando, che più volte abbiamo avuto l’onore di ospitare tra i nostri opinionisti.

Il racconto di questo libro arriva alla fine dell’estate. Poco più di un mese fa. Cosa c’è di sostanzialmente nuovo sulla materia in questo lasso di tempo?

La trama del libro non è tanto cronologica quanto tematica. Per cui potrei dire: tutto e niente. Tutto se si parte dalla possibilità che a settembre si intravedeva di lavorare per un ripristino di normalità, mentre ora stiamo parlando di ripristino del lockdown. Niente se si parte dai dualismi e dai conflitti che costellano discussioni e dibattiti dall’inizio e che trovano -in Italia e in tutto il quadro delle democrazie- sviluppi abbastanza naturali perché le derivate politiche, ma anche quelle di interesse e, in generale, di visibilità e di potere in una vicenda totalizzante non si possono imbrigliare in una sorta di ‘pensiero unico’.

Ma questi conflitti, anche di interpretazione e sulle prescrizioni, non finiscono per confondere la gente e per provocare un allentamento di tensione proprio nel conformarsi alle misure di contrasto?

Si, ma non perché si discute. Ma per come si discute. La scienza discute sempre, con argomentazioni e prove alla mano. L’opinione pubblica ha chiesto dall’inizio più spiegazione. Quella gestita con serietà e non per fare paternalismo o populismo può anche arrivare con opzioni distinte, con ipotesi da condividere o meno anche nella sperimentazione. Noi (anche se non tutti) abbiamo fatto un primo tempo di ordine e obbedienza con l’idea di chiudere la partita con l’estate e di tornare al ‘come prima’ forse già in tempo per le vacanze. Abbiamo scoperto che il Coronavirus è più veloce a riorganizzarsi di noi e più persistente nel suo progetto di globalizzazione. In più in tutta la fase intermedia l’ondeggiamento è stato una regola. Un po’ con gli scienziati e un po’ con l’economia. Un po’ con lo Stato e un po’ con le Regioni. Un po’ con il rigore e un po’ con l’allentamento. E’ finita la comunicazione pubblica ordinata ed è cominciata quella ‘à la carte’.

Questo libro è come una ‘grande pagella’?

Per carità. I conti vanno fatti a ciclo compiuto. Ora si deve indagare il tracciato per capire meglio e riordinare le partite in corso. Quelle che ho provato a descrivere come le più interessanti sono tre. La prima è la qualità e l’organizzazione della presenza della comunicazione scientifica nei media, nei sistemi della salute, nelle istituzioni e nella vita sociale. Lo scopo è di portare a regime questa presenza anche a pandemia finita, perché questo vorrà dire più qualità e più contenuto nell’informazione e nelle realtà educative. I correttivi sono evidenti: non usare gli ‘scienziati’ né come clave né come pugili sul ring. Meno che mai come leve di consenso politico. Poi ci sono i correttivi interni a questo mondo. Che riguardano la necessità che anche loro si facciano carico di un Paese che per metà ha segni di analfabetismo funzionale, quindi organizzando linguaggi e ragionamenti a misura di almeno due Italie profondamente diverse. Sul fronte sanitario siamo invece tornati alla vecchia e deprecata regola: il silenzio dei medici con i pazienti. Pur con la forte scusa di essere sotto pressione si è tornati tuttavia all’età della comunicazione zero (chiedo scusa per le piccole eccezioni che certo ci saranno) con malati impauriti, fragilizzati, psicologicamente deboli. Questo è un disastro.

E le altre due?

La qualità della politica -con lo sforzo di far convergere su alcuni punti governo e opposizione- sarebbe quella, nell’emergenza, di fare continua e faticosa sintesi tra le ragioni delle salute le ragioni dell’economia. Sintesi non vuol dire zig-zag, un giorno ha ragione uno, un giorno ha ragione l’altro. Perché questo avvenga le istituzioni avrebbero dovuto -e tuttora debbono- dare una mission più ampia e profonda alle strutture di comunicazione (integrate da tecnici). Metterle al servizio di questa preziosa sintesi. Nell’ascolto e nell’accompagnamento. Non metterle, come fossimo in tempi elettorali, al servizio della pura visibilità dei vertici politici. I quali hanno meno risorse culturali di una volta per fare loro stessi, in proprio, questo lavoro di alto rammendo.

E arriviamo alla terza…

La terza è di rendere chiari gli obiettivi di medio e lungo periodo. Cioè mettere tutti con la punta del naso nel futuro, obbligare a spingere la resistenza individuale e collettiva verso qualcosa di percepibile. Restiamo piuttosto bravi nell’emergenza, ma siamo una frana nella razionale progettazione delle responsabilità di lungo periodo. Abbiamo sentito -da pochi poi, perché il grosso delle voci in campo non è mai uscito dal cerchio di gesso del presente stretto- ogni tanto qualche parola pronunciata retoricamente. Questa ‘visione’ se è vaga e stereotipata fa più danni del silenzio. Ma se è seria comporta una tensione verso la qualità del dibattito politico ed economico. In realtà si sta quasi sempre sul posizionamento e non sulla strategia. Oltre a tutto stare ‘sulla posizione adesso’, come dice giustamente Carlo Calenda, almeno comporta di dimostrare il saper fare. Chi guida strutture e servizi nell’area di governo dovrebbe aver chiaro cosa sia la gestione. Non dico il caso della sanità in Calabria, che è fuori da ogni immaginazione. Ma ogni giorno c’è un ingranaggio del Paese che salta perché nelle mani di stipendiati all’insaputa di cosa hanno in mano.

Qualche esempio sarebbe utile, no?

Se l’obiettivo/visione matura nel senso di inventarsi qualsiasi cosa per aumentare lo spazio del lavoro (compatibilmente con la sicurezza e la salute) la posizione opposta è quella di avere in testa solo i ‘cerotti’ bonus approfittando del possibile incremento del debito pubblico. Non lo dico per fare moralismo sul debito, lo dico perché questa tendenza rischia di essere puro veleno per la riorganizzazione e la riscossa del Paese.

In questa nuova fase cosa si aspetta dall’Europa, oltre che mantenga gli impegni finanziari assunti?

Buona domanda, proprio nel senso che anche l’Europa ha una grande chance tornando a fissare obiettivi per guardare lungo. Uno lo ha fissato: è di riprendere come cornice della progettazione il grande tema della sostenibilità (non solo ambientale) dentro cui c’è anche una prevenzione di cornice rispetto alle possibili ricadute pandemiche. Un altro -a favore di una parte troppo pesante ancora delle nostre società- potrebbe essere il piano per abbattere una quota forte di analfabetismo funzionale. Se non si lavora su questo obiettivo è perché qualche forza politica può pensare di avere convenienza a tenersi elettori creduloni e poco inclini a capire. Per questo è meglio che sia l’Europa a trainare la cultura scientifica a fornire argomenti e quella pedagogica (dai maestri agli universitari) ad essere incentivata (finalmente) per una grande missione che vada al di là dei ‘programmi’ ministeriali.

Un’ultima domanda sul ruolo dei media. In fondo il vettore più importante del processo comunicativo, nelle case di tutti, avvolgendo in questa storia veramente tutti.

Non vedo tutto nero. Ho visto anche impegno e sforzo. Ma c’è il giornalismo di cronaca, quello di inchiesta e quello del dibattito che serve a fare emergere risposte. Un vero editore è quello che tiene in equilibrio -qualunque sia la sua testata- queste tre volées. Cosa che si è vista poco. In secondo luogo la domanda sociale di spiegazione è rivolta alle istituzioni, ma poi in sostanza viene gestita nelle superfici mediatiche. Quindi -per esempio- più statistica rispetto ai dati di percezione. In verità tutto il rapporto con i dati dovrà essere un capitolo della riorganizzazione, altrimenti sommeremo altri guai. Si sono visti sforzi da parte dei quotidiani che però operano sulla fasce culturalmente alta dell’opinione pubblica. La tv ha scelto in maggioranza la via di dare risposte ai sentimenti e alle paure. Non sottovaluto questo tipo di domanda. Ma la spiegazione non va resa alternativa.

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